La porta della morte

Di fronte alla morte dobbiamo tutti quanti confessare la nostra perplessità. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perché tutti viviamo al di qua della staccionata… Qui viene in luce, in definitiva, semplicemente l’abissale solitudine dell’uomo in genere: dell’uomo che nel suo intimo è solo, tragicamente solo… La solitudine è la regione dell’angoscia, radicata nel fatto stesso che l’essere è gettato allo sbaraglio, eppure deve ugualmente esistere, anche trovandosi costretto ad affrontare l’impossibile… Allorché l’uomo si trova confinato nell’estrema solitudine, non trema di fronte a qualcosa di determinato, che è suscettibile di venir eliminato; prova invece il terrore della solitudine, sente l’inquietudine e l’inerme condizione della sua stessa natura, che non sono debellabili per via razionale. Facciamo un esempio: quando uno deve vegliare da solo di notte con un morto in stanza, sentirà sempre la sua posizione come un tantino disagiata e sconcertante, anche se non vuole confessarlo nemmeno a se stesso, e si trova in grado di convincersi razionalmente dell’inoggettività delle sue sensazioni. Di per sé, egli sa benissimo che il morto non può fargli assolutamente nulla, e che la sua situazione sarebbe probabilmente assai più pericolosa qualora la persona che veglia fosse ancora viva. Ciò che qui insorge è un tipo completamente diverso di paura: non è la paura di fronte a qualcosa, bensì la sinistra angoscia della solitudine in sé, affiorante dal suo restare, solo con la morte, l’inermità dell’esistenza posta davanti all’ignoto.
Come è possibile vincere tale paura, se la prova dell’assoluta inconsistenza del pericolo annaspa nel vuoto? Colui che si trova solo col morto, sentirà subito sparire l’accesso di paura non appena un altro uomo si accosti a lui, non appena sentirà la vicinanza di un ‘tu’. La paura dell’uomo può venir superata non tramite la ragione, bensì soltanto tramite la presenza d’un essere che gli voglia bene… Se esistesse una solitudine in cui nessuna parola d’un altro potesse più penetrare a cambiare lo stato di fatto; se si verificasse un abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun ‘tu’ di giungervi avremmo allora l’autentica e totale solitudine, quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama ‘inferno’.
A chi non viene subito in mente come poeti e filosofi del nostro tempo ribadiscano proprio l’idea che, in fondo, tutti gli incontri fra uomini s’arrestano alla superficie, sicché nessun uomo ha accesso al genuino profondo dell’altro? Stando a queste concezioni quindi, nessuno può realmente raggiungere l’intimo dell’altro; ogni incontro, per bello che sembri, si limita pertanto solo ad anestetizzare l’insanabile piaga della solitudine. Nel più profondo della nostra esistenza perciò, s’anniderebbe l’inferno, la disperazione: la terribile solitudine insomma, che è tanto ineluttabile quanto raccapricciante. Una cosa è certa: esiste una notte, nel cui desolato abbandono non giunge alcuna voce; esiste una porta, attraverso la quale possiamo transitare esclusivamente da soli: la porta della morte. Ogni paura imperante nel mondo è in definitiva paura di questa tremenda solitudine. Si capisce allora perché l’Antico Testamento abbia una sola parola, per indicare gli inferi e la morte: la parola Sceol. In fondo, per esso le due cose sono identiche. La morte è la solitudine per antonomasia. Ma l’orrenda solitudine in cui nemmeno l’amore riesce più a penetrare, è davvero l’‘inferno’. (J. Ratzinger – Introduzione al cristianesimo)

https://www.youtube.com/watch?v=W_qUb-kl_Us

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