Il pilota di guerra

Il pilota di guerra

È facile fondare l’ordine di una società sulla sottomissione di ciascuno a regole fisse. È facile modellare un uomo cieco, che subisca senza protestare un padrone o un Corano. Ma il successo é ben più grande quando, per liberare l’uomo, si riesce a farlo regnare su se stesso. Ma che significa “liberare”? Se io libero, in un deserto, un uomo che non sente nulla, che vale la sua libertà? La libertà si determina quando é di “qualcuno” che va “verso un dato luogo”. Liberare costui significherebbe insegnargli ad aver sete e indicargli la strada verso un pozzo. Soltanto allora si proporrebbero a quell’uomo modi di essere che non mancherebbero più di senso. Liberare una pietra non significa nulla, se non vi é la forza del peso. Perché la pietra, una volta libera, non andrà in nessun luogo. La mia civiltà, invece, ha cercato di fondare le relazioni umane sul culto dell’Uomo al di là dell’individuo, affinché il comportamento di ciascuno di fronte a se stesso o agli altri, non fosse più conformismo cieco agli usi del termitaio, ma libero esercizio dell’amore. La strada invisibile del peso libera la pietra. Le invisibili inclinazioni dell’amore liberano l’uomo. La mia civiltà ha cercato di fare di ciascun uomo l’Ambasciatore di un medesimo principe. Ha considerato l’individuo come cammino o messaggio di qualcosa che lo trascende, ha offerto alla libertà della sua ascesa direzioni calamitate. Conosco bene l’origine di questo campo di forze. Per secoli e secoli la mia civiltà ha contemplato Dio attraverso gli uomini. L’uomo era creato a immagine di Dio. Nell’uomo si rispettava Dio. Gli uomini erano fratelli in Dio. Questo riflesso di Dio conferiva una dignità inalienabile a ciascun uomo. Le relazioni dell’uomo con Dio stabilivano con evidenza i doveri di ciascuno di fronte a se stesso e agli altri. La mia civiltà è erede dei valori cristiani. Mediterò sulla costruzione della cattedrale per meglio comprendere la sua architettura.

La contemplazione di Dio faceva gli uomini eguali, perché eguali in Dio. E questa eguaglianza aveva un significato chiaro. Poiché non si può essere eguali se non “in qualche cosa”. Il soldato e il capitano sono eguali nella nazione. L’eguaglianza é una parola vuota di senso se non esiste un punto cui legare questa eguaglianza. Comprendo chiaramente perché quest’eguaglianza, che era l’eguaglianza dei diritti di Dio attraverso gli individui, non permetteva di limitare l’ascesa di un individuo: Dio poteva decidere di far di lui una strada. Ma siccome si trattava anche dell’eguaglianza dei diritti di Dio “sopra” gli individui, comprendo perché gli individui, quali che fossero, erano sottomessi agli stessi doveri e allo stesso rispetto delle leggi. Esprimendo Dio, erano eguali nei loro diritti. Servendo Dio, erano eguali nei loro doveri. Comprendo perché un’eguaglianza stabilita in Dio non implicava né contraddizione né disordine. La demagogia s’introduce quando, in mancanza di una misura comune, il principio di eguaglianza s’imbastardisce in principio d’identità. Allora il soldato nega il saluto al capitano, poiché il soldato, salutando il capitano, onorerebbe un individuo e non la Nazione. La mia civiltà, ereditando da Dio, ha fatto gli uomini eguali nell’Uomo. Comprendo l’origine del rispetto degli uomini gli uni per gli altri. Il sapiente doveva rispetto al carbonaio perché nel carbonaio rispettava Dio, di cui il carbonaio era pure l’Ambasciatore. Quali che fossero il valore dell’uno e la mediocrità dell’altro, nessun uomo poteva pretendere di ridurre un altro in schiavitù. Non si umilia un Ambasciatore. Ma questo rispetto dell’uomo non implicava la prosternazione degradante dinanzi alla mediocrità dell’individuo, dinanzi alla bestialità o all’ignoranza, poiché prima di tutto era onorata la qualità di Ambasciatore di Dio. Così l’amore di Dio fondava fra gli uomini relazioni nobili, perché gli affari si trattavano da Ambasciatore ad Ambasciatore, al di sopra della qualità degli individui. La mia civiltà, ereditando da Dio, ha fondato il rispetto dell’uomo attraverso gli individui. Comprendo l’origine della fraternità degli uomini. Gli uomini erano fratelli in Dio. Non si può essere fratelli se non in qualche cosa. Se non esiste un nodo che li unisca, gli uomini sono sovrapposti, non legati. Non si può essere fratelli in astratto. I miei camerati ed io siamo fratelli nel Gruppo 2/33. I Francesi nella Francia. La mia civiltà, ereditando da Dio, ha fatto gli uomini fratelli nell’Uomo. Capisco il significato dei doveri di carità che mi venivano predicati. La carità serviva Dio attraverso l’individuo. Era dovuta a Dio, quale che fosse la mediocrità dell’individuo. Questa carità non umiliava il beneficato, non lo imprigionava nelle catene della gratitudine, perché non era a lui, ma a Dio che il dono veniva dedicato. L’esercizio di questa carità, per contro, non era mai omaggio reso alla mediocrità, alla stoltezza, o all’ignoranza. Il medico aveva verso se stesso il dovere d’impegnare la propria vita nelle cure al più volgare appestato. Egli serviva Iddio. Non era menomato dalla notte insonne, trascorsa al capezzale di un ladro. La mia civiltà, erede di Dio, ha fatto dono in tal modo della carità all’Uomo attraverso l’individuo. Comprendo il significato profondo dell’Umiltà che si esigeva dall’individuo. Essa non lo umiliava. Lo elevava. Lo illuminava sulla sua missione di Ambasciatore. Così come lo obbligava a rispettare Dio attraverso gli altri, lo obbligava a rispettarlo in se stesso, a farsi messaggero di Dio, in cammino nel nome di Dio. Essa gli imponeva di dimenticarsi per accrescersi, poiché se l’individuo si esalta della propria importanza, la strada immediatamente si cambia in muro. La mia civiltà, erede di Dio, ha predicato anche il rispetto dell’Uomo attraverso se stesso. Comprendo, infine, perché l’amore di Dio ha stabilito che gli uomini siano responsabili gli uni degli altri e ha imposto loro la Speranza come una virtù. Poiché, di ciascuno di essi, la Speranza faceva l’Ambasciatore del medesimo Dio, nelle mani di ciascuno riposava la salvezza di tutti. Nessuno aveva il diritto di disperare, perché messaggero di qualcosa più grande di lui. Disperarsi era come rinnegare Dio in se stessi. Il dovere di Speranza avrebbe potuto tradursi: “Tu ti credi dunque così importante? Quale fatuità nella tua disperazione!”. La mia civiltà, erede di Dio, ha fatto ciascuno responsabile di tutti gli altri uomini, e tutti gli uomini responsabili di ciascuno. Un individuo deve sacrificarsi per la salvezza di una collettività, ma non si tratta di un’aritmetica imbecille. Si tratta del rispetto dell’Uomo attraverso l’individuo. Effettivamente, la grandezza della mia civiltà è che cento minatori hanno verso se stessi il dovere di rischiare la loro vita per il salvataggio di un solo minatore sepolto. Essi salvano l’Uomo. Comprendo chiaramente, a questa luce, il significato della libertà. È libertà di crescita dell’albero nel campo di forza del suo seme. E’ clima dell’ascesa dell’Uomo. È simile a un vento favorevole. Solo per virtù del vento i velieri sono liberi in mare. Un uomo così costruito disporrebbe del potere dell’albero. Quale spazio non coprirebbe con le sue radici! Quale umana linfa non assorbirebbe, per farla sbocciare nel sole!

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