Il volto che si legge in trasparenza

Il volto che si legge in trasparenza

“Andate a vestirvi”, ci disse il comandante, “e siate in aria alle cinque e trenta”.
“Arrivederla, comandante”.
Il comandante risponde con un gesto vago. Superstizione? Siccome la mia sigaretta è spenta e io frugo nelle mie tasche:
“Perché non ha mai i fiammiferi?”
Verità inoppugnabile. E varco la soglia su questo addio, domandando a me stesso: “Perché diavolo non ho mai i fiammiferi?”
“La nostra missione lo scoccia”, nota Dutertre.
Quanto a me, penso: “Se ne frega, lui!” Ma non è Alias che ho in mente, lanciando questa ingiusta frecciata. Sono urtato da un’evidenza che nessuno confessa: la vita dello Spirito è intermittente. La vita dell’Intelligenza, essa sola, è permanente, o quasi. Vi sono poche variazioni delle mie facoltà di analisi. Ma lo Spirito non considera gli oggetti, considera il rapporto che li lega. Il volto che si legge in trasparenza. E lo Spirito passa dalla piena visione alla cecità assoluta. Per colui che ama il proprio possedimento, giunge l’ora in cui non gli sembra più che un’accozzaglia di oggetti disparati. Per chi ama la sua donna, viene l’ora in cui nell’amore non vede altro che preoccupazioni, contrarietà e costrizioni. Per colui che gustava la tal musica, viene l’ora in cui non gli dice più nulla. Viene l’ora – come adesso – in cui io non capisco più il mio paese. Un paese non è la somma di contrade, di costumi, di materiali, che la mia intelligenza può afferrare. E’ un Essere. E viene l’ora in cui, di fronte agli Esseri, mi scopro cieco.
Il comandante Alias ha passato la notte dal generale a discutere di logica pura. Rovina la vita dello Spirito, la logica pura. Poi s’è estenuato, sulla strada, contro interminabili imbottigliamenti. Poi ha trovato, tornando al Gruppo, cento difficoltà materiali, di quelle che vi corrodono a poco a poco come i mille effetti dello smottare di una montagna che non c’è verso di contenere. Infine ci ha convocati per scagliarci in una missione impossibile. Siamo oggetti dell’incoerenza generale. Non siamo, per lui, Saint’Exupéry o Dutertre, dotati di una maniera particolare di vedere le cose o di non vederle, di pensare, di camminare, di bere, di sorridere. Siamo pezzi di una grande costruzione, il cui insieme, per manifestarsi, esige tempo, più silenzio e più prospettiva. Se fossi afflitto da un tic, Alias non noterebbe altro che il tic. Egli non spedirebbe più, su Arras, altro che l’immagine di un tic- In questo guazzabuglio di problemi, nella frana, noi, noi stessi siamo divisi in pezzi. Questa voce. Questo naso. Questo tic. E i pezzi non si commuovono.
Non si tratta qui del comandante Alias, ma di tutti gli uomini. Durante le funzioni della sepoltura è il morto che noi amavamo, con la morte non siamo in contatto. La morte è una grande cosa. E’ una nuova rete di rapporti con le idee, gli oggetti, le abitudini del morto. E’ un nuovo assestamento del mondo. Nulla è cambiato in apparenza, ma tutto è cambiato. Le pagine del libro sono le stesse, ma non il senso del libro. Ci è necessario, per sentire la morte, immaginare le ore in cui abbiamo bisogno del morto. Allora egli ci manca. Immaginare le ore in cui egli avrebbe bisogno di noi. Ma lui non ha più bisogno di noi. Immaginare l’ora della cara visita amica. E trovare un vuoto. A noi occorre vedere la vita in prospettiva. Ma non esiste né prospettiva né spazio, il giorno in cui si seppellisce. Il morto è ancora in pezzi. Il giorno in cui si seppellisce noi ci disperdiamo in scalpiccii, in strette di mano con amici veri o falsi, in preoccupazioni materiali.
Solamente domani il morto morirà, nel silenzio. Si mostrerà a noi nella sua plenitudine, per staccarsi, nella sua plenitudine, dalla nostra sostanza. Allora urleremo a causa di colui che se ne va, e che non possiamo trattenere.
Non mi vanno a genio le immagini di Epinal sulla guerra. Il rude guerriero vi schiaccia una lacrima e dissimula la propria emozione sotto burbere spiritosaggini. Ciò è falso. Il rude guerriero non dissimula un bel niente. Se dice una spiritosaggine, è perché gli è venuta in mente una spiritosaggine.
La qualità dell’uomo non è affatto in causa. Il comandante Alias è assolutamente sensibile. Se noi non torniamo ne soffrirà, forse, più di un altro. A condizione che si tratti di noi, e non di una somma di particolari diversi. A patto che questa ricostruzione gli sia consentita dal silenzio. Poiché, se, questa notte, l’usciere che ci perseguita costringe il gruppo a sloggiare, una ruota di camion forata, nella valanga dei problemi, farà rinviare a più tardi il pensiero della nostra morte. E Alias dimenticherà di soffrirne.
Così, io, che parto in missione, non penso alla lotta dell’Occidente contro il Nazismo. Penso a particolari immediati. Penso all’assurdità di sorvolare Arras a settecento metri. All’inutilità delle informazioni che si vogliono da noi. Alla lentezza dell’abbigliamento che mi sembra una toilette per il boia. E poi i miei guanti? Ho perso i miei guanti.
Non vedo più la cattedrale che abito.
Mi vesto per il servizio di un dio morto. (Antoine de Saint’exupéry – Pilota di guerra)

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