Stare soli vuol dire non voler più lottare

Stare soli vuol dire non voler più lottare

Tante volte Pavese deve aver sentito la puntura dello scivolamento nella solitudine come quando, spinto da quel pungolo, aveva attraversato camminando strade e piazze deserte; e deve essersi imbattuto più e più volte in quel diaframma di estraneità che sembra tenerci tutti, ultimamente lontani. Se l’essere insieme, la compagnia è qualcosa che compie la vita, Pavese ne è il poeta, rimanendo insieme il cantore della incapacità sua e nostra di realizzare compiutamente quella comunione tanto anelata:

“La solitudine sarcastica cedeva. E se cedeva in quella sera piena di tanti fatti nuovi e improvvisi ricordi, come avrebbe potuto resistere l’indomani? senza lotta, s’accorse Stefano, non si può stare soli; ma stare soli vuol dire non voler più lottare” (C. Pavese – Il carcere)

Nell’essere non siamo soli, questo insegna Pavese. E questo è il vero motivo che mi ha spinto a questo viaggio. Non si vive da soli. Tutto il nostro essere grida, con Pavese, la domanda di un rapporto

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