Il fiume e la montagna

Il fiume e la montagna

E’ sabato mattina, come ogni fine settimana devo rientrare a casa dal lavoro: Roma Pescara ancora una volta mi preparo. Il maltempo dei giorni scorsi ha fatto scendere la temperatura decido quindi di indossare un leggero sottotuta sotto i pantaloni, infilo e chiudo gli stivali prendo il resto e mi reco a scuola per le mie due ore di attività con gli studenti di due quinte ginnasio. Si sono quasi abituati ma fa ancora un certo effetto vedere un insegnante che passa da jeans e polo a giacca, pantaloni e stivali da enduro in un nero spettrale che è interrotto solo dall’orange hi viz! Penso che sia una cosa buona, si dice dell’apatia delle nuove generazioni ed è palpabile, ma è altrettanto palpabile il loro stupore quando si trovano di fronte a qualcosa di strano, di estraneo, di diverso dalla monotonia della società di massa. Terminata la scuola indosso protezioni e giacca, infilo il casco accendo e collego il blue tooth e avvia un filo di musica che mi terrà compagnia nell’uscire da Roma e nella noia del guidare in autostrada, anche se la A 24/25 tra le autostrade d’Italia offre uno squarcio sull’interno degli Appennini che ne fanno una bella strada, ahimè molto costosa. Giunto a metà del Fucino non ne posso più, decido di uscire a Celano e inoltrarmi nel dedalo di vecchie statali e provinciali della mia regione. Non mi fermo a tirare la monetina per lasciare al caso la scelta di girare a sinistra o a destra, a nord verso il Sirente/Velino o più in là il Gran Sasso o a sud attraverso il Parco Nazionale d’Abruzzo e poi quello della Majella… aspetto fino all’ultimo incrocio oltre Pescina, la città natale di Ignazio Silone, per decidere a causa del tempo. Nuvole scure da entrambe le parti sarebbe da filare verso casa, ma un acquazzone cosa cambia dopo tutto un inverno dalle caratteristiche molto autunnali! Visto che l’ultima volta sono passato a nord ora scendo a sud e mi inerpico per la vecchia provinciale del Parco Nazionale degli Abruzzi che sale verso Ortona dei Marsi, San Sebastiano e Bisegna per poi ridiscendere verso la statale che procede per Pescasseroli… Di tutti questi sperduti paesi, il più suggestivo resta San Sebastiano che devi proprio attraversare, per le vie solo cani. Sono cani di paese innocui, ma abituato a dover fuggire agli inseguimenti dei cani da pastore non mi fermo per delle foto, un’occasione perduta! In cima valico contrassegnato da una coppia di alberi su una collinetta poco prima del dosso la vista è da film… questa volta non perdo l’occasione per delle foto in autentico stile “man on the road”.
Supero Pescasseroli velocemente, troppo turistica per un “medio lobo” come me, attira il mio sguardo solo il monumento ai caduti della Grande Guerra tirato a lucido per i turisti. Non c’è uno dei nostri paesi che non ne sia privo, memoria di come questa terra è stata spogliata di tutto quando altrove decisero che non eravamo italiani e dovevamo diventarlo! E così dopo essere stati il nerbo dell’antico esercito che assoggettò il Mediterraneo a Roma divenimmo quello dei Re che parlavano francese e volevano insegnarci a fare gli italiani e i nostri padri andarono a morire in una guerra che non era la loro guerra, ma con grande umiltà lo fecero (se solo tanta retorica risorgimentale ci consentisse di leggere con attenzione la nostra storia?!). All’altezza di Opi incontro il fiume Sangro, qui poco più che un torrente di montagna, la statale 83 è chiusa a destra dal fiume, a sinistra dalle pendici della stretta valle. Una strada da motociclisti della domenica, smanettoni amanti delle pieghe con la controindicazione dell’asfalto non sempre in buone condizioni. Ma sono solo e mi azzardo a fermarmi per delle foto. Un fiume, tutti i fiumi sono la memoria degli uomini che vivono lungo le sue sponde o che lo attraversano. Il Sangro è il vero fiume della mia regione, un giorno o l’altro devo prender su la moto e la macchina fotografica e risalirlo dalla sorgente alla foce ha molto da raccontare. Un’armonica che squarcia il silenzio seguita dalle note di una chitarra e dalla sua voce roca…

[…]
We’d ride out of that valley down to where the fields were green
We’d go down to the river
And into the river we’d dive
Oh down to the river we’d ride
[…]

…che bello, sarebbe bastato che Springsteen dopo Thunder Road e Born to Run si fosse fermato a The River per essere considerato un pilastro della musica del nostro tempo.
Il Sangro si apre nel Lago di Barrea, impedito nel suo scorrere naturale da una diga artificiale, non sarà per lui l’unica volta. Entro in Barrea scavalco la sella e ridiscendo verso Alfedena e proseguo verso Castel di Sangro e Roccaraso, il cielo e nero e comincia a piovere, affretto il passo sperando in nessun tutor. Passata Roccaraso giro verso Palena, finalmente una strada che mi piace la SS17 decisamente è una statale nel punto da me percorso non entusiasmante. Lungo la SS84 costeggio la vecchia ferrovia Sulmona-Isernia attualmente priva di traffico. Io ne ho un antico ricordo quando la percorsi da ragazzino per recarmi a Carovilli per un campeggio organizzato dai Padri della mia Parrocchia. Giorni unici, che non torneranno più. Beh mototuristi questa ora ve la “sciroppate” tutta:

Tutto ho perduto dell’infanzia
e non potrò mai più
smemorarmi in un grido.

L’infanzia ho sotterrato
nel fondo delle notti
e ora, spada invisibile,
mi separa da tutto.

Di me rammento che esultavo amandoti,
ed eccomi perduto
in infinito delle notti.

Disperazione che incessante aumenta
la vita non mi è più,
arrestata in fondo alla gola,
che una roccia di gridi. (G. Ungaretti)

Faccio una piccola deviazione all’altezza della stazione ferroviaria di Palena sulla strada che costeggia il versante SO del massiccio della Majella per sincerarmi se è aperta, un paio di settimane fa l’ho consigliata ad alcuni amici motociclisti di Caserta, ma l’hanno trovata chiusa per neve, ora non ve ne è la minima traccia. Ma non è quella la mia strada, non oggi. Ho deciso che voglio girare attorno alla Majella dal lato del mare e tenermi il più alto possibile consenta la viabilità asfaltata. Dopo Palena la strada si fa stretta e segue uno scosceso costone, mi fermo dove posso per qualche foto e togliere per 5 minuti le chiappe dalla sella della moto. Da Palena per Fara San Martino, dominata da una gola spettacolare e caratterizzata in basso dal grande Pastificio della De Cecco, fino a Pennapiedimonte sono solo curve, una strada che farebbe delirare gli amanti dal ginocchio a terra se non fosse che è piena di avvallamenti, dossi, scivolamenti dell’asfalto e non mancano nemmeno le buche, magnifico la strada giusta per la mia “superpetroliera” che a pieno carico “non fa una piega” divora tutto e assorbe le asperità del manto stradale senza stancare il suo pilota. La “montagna madre” è sempre alla mia sinistra, ma non ne vedo la vetta avvolta com’è nelle nuvole (scoprirò poi che è nebbia) ed io viaggio sul filo del maltempo. Da Pennapiedimonte scendo a Bocca di valle dove mi fermo davanti al sacrario di Andrea Bafile comandante di marina caduto in battaglia durante la prima guerra e che ricorda tutti i caduti in guerra. Questa mia terra spaccata in due dalla linea Gustav ha veduto la crudeltà della guerra non meno che il Monastero di Cassino. Qui furono schierati in retrovia gli ultimi soldati del re per evitare un confronto fratricida o più semplicemente perché gli Alleati non si fidavano di loro. Tra loro il tenente Eugenio Corti, lo scrittore Eugenio Corti, che con Rigoni Stern, Bedeschi e Don Gnocchi ci ha commosso con i racconti della campagna in Russia:

Le farfalle
Ne venivano spesso, aleggiando, a posarsi sui bordi di terra smossa della nostra trincea, forse per suggerne l’umidità. Un pomeriggio ne arrivò una particolarmente bella: era nero-velluto, striata di fuoco, con macchie bianche. La mia attenzione fu attirata dalla leggiadria di quei colori, i quali – mi resi conto – non erano disposti a caso: anzi anche un grande pittore soltanto in un momento di particolare grazia avrebbe saputo comporli con tanta arte.
La considerai attento: quanto a lei, certo, non era così per propria scelta, non sapeva neppure di essere una farfalla, non se ne accorgeva. Nemmeno d’esistere si accorgeva: esisteva e basta, e ferma sul bordo di terra della trincea muoveva ritmica le ali, come uno che respiri nel sonno, inconsciamente lieta del miracolo grande dell’estate di cui faceva parte. Quando però di lì a poco ne comparve un’altra della stessa specie, la farfalla si alzò in volo e prese a volteggiarle intorno, mostrando si sarebbe detto con intenzione all’altra i propri colori, ostentandoli, nascondendoli, ostentandoli di nuovo con somma grazia, come una provetta attrice.
Insetto, concretamento di qualcosa che la trascendeva infinitamente, anche lei come noi. Specchio – minimo come il luccichìo d’un granello di sabbia al sole – della gioia e del colore che stanno nella mente di Dio. Una farfalla, mi resi improvvisamente conto, basterebbe da sola a dimostrare l’esistenza di Dio. (E. Corti – Gli ultimi soldati del re)

Continuo ed evito il bel centro di Guardiagrele che mi immetterebbe in una superstrada e vado verso Pretoro. Supero questo paese passaggio obbligato per chi dalla costa sale verso gli impianti sciistici di Passolanciano (ci sono altri accessi dalla Val Pescara ed uno di loro è di un fascino senza eguali – chiedete a Miciamoto, cliccate su due cuori su due ruote lei si che sa raccontare). Incontro la rotatoria che immette sulla strada di Passolanciano e il buon senso mi direbbe che dopo 6 ore che sto sulla moto sarebbe bene prendere per San Rocco e Chieti, ma la vista del lupo scolpito nella roccia calcarea della Majella, dà la stura ai ricordi. Questa è la strada dei motociclisti pescaresi, degli smanettoni che comprano due ruote costosissime per andarsi a prendere il caffè nella montagna dietro casa. E la strada dove io ho invece scoperto il bello del passeggiare in moto alla guida di una meno sportiva ma più comoda maxienduro e da allora non me ne sono mai più separato. Nessuno in giro, e come Billy Perham – personaggio di Oltre il confine di Cormac McCarthy – tiro le redini del mio cavallo e con il lupo che mi segue faccio rotta verso le montagne del Messico. Ehm pardon mi sono immedesimato troppo nella similitudine, semplicemente giro verso Passolanciano. Sono salito appena di qualche centinaio di metri che mi ritrovo in un paesaggio grigio, senza colori con una luce fioca, è la nebbia. L’avevo scambiata per delle nuvole lungo la strada, ma è autentica nebbia e l’impressione è d’essere tornati a novembre e così su fino alle piste da sci dove resta qualche lingua di neve. Nessuno in giro tutto chiuso. Un cane nero accucciato sull’erba è l’unico a far la fila per gli impianti di risalita… a questo punto non vado oltre, decido di non salire su a Mamma Rosa per vedere se è aperta la strada per Roccamorice, scendo verso Lettomanoppello e mi fermo per le ultime foto davanti ad un sole che fa un tentativo di squarciare le nubi. Poi Manoppello sede del santuario del Volto Santo (questo sì che è aperto) e recuperata la Tiburtina procedo verso casa. Non appena la superstrada si alza a cavalcavia si scopre alla vista il mare, sono a casa. Stanco, ma contento. LAMPS!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...