“Ma soprattutto colpiva il silenzio e quella mancanza di vita”

“Ma soprattutto colpiva il silenzio e quella mancanza di vita”

Itinerari lungo la linea Gustav/Winter Line… Parte Prima

 

Mattina di Pasqua. Non c’è molto da fare in casa.
Lo scorso venerdì un amico mi ha dato un libro, Requiem per un giovane soldato – Montecassino 1944. Renée Bonneau, l’autrice, racconta che passeggiando nel cimitero dell’abbazia di Casamari fu attirata da una tomba a muro con un nome e una data. La fotografia era quella di un giovane, il nome tedesco e la data della morte rimandavano probabilmente ai combattimenti di Montecassino. Così l’autrice immagina che quel soldato ferito abbia trascorso i suoi ultimi giorni di vita nel dormitorio dell’Abbazia trasformato in infermeria durante i combattimenti dell’inverno del ‘43/’44 dialogando con il monaco che lo vegliava al suo capezzale.
All’inizio del libro è riportato uno stralcio de “Gli sporchi dannati di Cassino” un romanzo di Sven Hassel:
“Caro lettore, se in una bella giornata di vacanza passi per la città di Cassino, fermati un istante, arrivando alla strada che porta all’abbazia. Esci dall’automobile, china la testa in segno di rispetto per coloro che sono caduti qui, sulla montagna sacra. Ascolta con attenzione, forse sentirai ancora il rombo delle granate e le urla dei feriti”
Sono distante da Cassino, ma non dalla Winter Line che sul versante Adriatico giungeva alla foce del Sangro e più a nord all’abitato di Ortona… mi metto in viaggio.

La ss 16 non è una bella strada, è una strada costiera marcata continuamente da abitati che si succedono uno dietro l’altro senza tregua trasformati in località turistiche destinate ad accogliere i bagnanti durante la stagione estiva. Ora è pressoché un deserto se si eccettua il traffico locale che nei giorni di festa è molto diradato. Un tempo era la grande strada che collegava Bologna con Foggia, ma la A 14 l’ha tagliata completamente fuori dalle lunghe percorrenze. Di questo suo antico splendore restano case cantoniere, stazioni di servizio e la vecchia linea ferroviaria che la costeggia a lungo marcando a volte il confine tra la terra e il mare. Tutte versano in stato di abbandono. In alcuni punti il tracciato della ferrovia è stato trasformato dai comuni in pista ciclabile o pedonale. A volte però riesce ancora a regalarti qualche bel pezzo di strada con delle eleganti curve e degli ottimi scorci sul mare come lungo la costa dei trabocchi.

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Occorre fare attenzione molto al tachimetro è disseminata di autovelox e la velocità è di 50 km/h. Non sono un manico, ma accipicchia c’è di che annoiarsi!
Giunto a Lido Riccio lascio la SS 16 per arrampicarmi sul piccolo promontorio.

Da qui si arriva fino ad Ortona seguendo il vecchio tracciato della statale ormai escluso dal lungo rettilineo terminante con una galleria che permette di scavalcare il vecchio abitato. I più penso non possano ricordarlo ma dalla mia infanzia affiorano alcuni ricordi. Mi tornano alla mente i viaggi in automobile d’estate con mio padre che mi accompagnava dai miei nonni materni in Molise per trascorrervi le vacanze. Erano gli inizi degli anni ’70 e l’autostrada A14 veniva definitivamente completata proprio allora. Mio padre era costretto dal suo lavoro a viaggiare molto tra Pescara e il basso Molise. Era venuto al sud da Milano agli inizi degli anni sessanta ed era rimasto legato alle vecchie statali che aveva percorso per anni; ne conosceva ogni curva e fonte dove ristorarsi con dell’acqua fresca. Fu per lui cosa gradita quando raddrizzarono la 16 e non fu più costretto ad attraversare il centro di Ortona. Mi fermo un paio di volte prima per fotografare il promontorio della città visto da Nord e poi a fianco di un vecchio edificio, una cantina sociale oramai in disuso… ricordi di un tempo che non torna.

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Entro in Ortona dal lato del cimitero. Sul piazzale antistante l’ingresso il monumento ai caduti civili della II GM, grandi quadri in ceramica ritraggono i maggiori monumenti della città sventrati dal pesante bombardamento degli alleati.

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Proseguo e arrivo a Piazza Plebiscito, alla mia sinistra la strada porta verso i ruderi del Castello Aragonese a picco sul mare (da vedere assolutamente). Ma non sono qui per visitare la città, cerco tracce.
Al centro della piazza triangolare un piccolo monumento ricorda i caduti della battaglia di Ortona.

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Interrompo qui il racconto del mio viaggio. A casa ho raccolto notizie sugli eventi di quel lontano dicembre del ’43, le riassumo perché chi leggerà queste mie note e avrà voglia di venire qui sia informato degli eventi
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La Campagna del Fiume Moro.

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4 divisioni alleate, una inglese, una indiana, una canadese e una neozelandese coadiuvate da due brigate corazzate cercarono di guadagnare la via di Pescara nell’inverno del 1943 che nei progetti di Montgomery avrebbe consentito attraverso una manovra aggirante di raggiungere a Roma. Di fronte avevano il 78° Panzer Korps. Le difese tedesche sul fiume Moro tra gli abitati di Ortona lungo la costa e Orsogna nell’interno erano il fulcro della Winter Line ad est degli Appennini.
La 78^ divisione di fanteria inglese aveva subito tali e tante perdite che Montgomery la schierò sull’ala sinistra sostituendola per l’attacco principale su Ortona con la 1^ divisione di fanteria canadese. All’interno aveva schierato la 2^ divisione neozelandese che avrebbe concentrato i suoi attacchi su Orsogna fra le due l’8^ divisione di fanteria Indiana. Avversario dei canadesi avevano era il “diavolo”, reparti della1^ Fallschirmjäger-Division, la 1^ divisione paracadutisti, i Diavoli verdi coadiuvati dalla 90^ divisione Panzergrenadier.
L’attacco lanciato dai neozelandesi contro la 26^ Panzerdivision schierata su Orsogna non aveva portato ai risultati aspettati perciò Montgomery diede l’ordine ai canadesi di prendere Ortona quanto prima possibile.
La battaglia per la città culmine della campagna imperversò casa per casa, piano per piano senza tregua nemmeno nel giorno di Natale finché i tedeschi stremati si ritirarono il 27 dicembre. Nell’antica città medievale ridotta un cumulo di macerie persero la vita 800 soldati tedeschi 1400 canadesi e 1300 civili
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Il volto del soldato disteso su di un commilitone caduto sembra non avere più occhi. Con gli occhi si guarda in avanti, verso le cose che devono accadere. Chissà se l’artista ha voluto così ritrarre quest’uomo il cui futuro fra una manciata di istanti sarà quello del suo compagno morto. Una piccola corona con tre papaveri rossi, simbolo indissolubilmente legato alle vittime di guerra, rompe la monotonia del bronzo lasciata lì forse da qualche canadese in visita alla città.

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In Flanders Fields the poppies blow
Between the crosses, row on row
That mark our place, and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below

We are the Dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved and were loved, and now we lie
In Flanders Fields.

Take up our quarrel with the foe:
To you from falling hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders Fields.

trad.
Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri
tra le croci, fila dopo fila,
che ci segnano il posto; e nel cielo
le allodole, cantando ancora con coraggio,
volano appena udite tra i cannoni, sotto.

Noi siamo i Morti. Pochi giorni fa
eravamo vivi, sentivamo l’alba, vedevamo
risplendere il tramonto, amanti e amati.
Ma adesso giacciamo sui campi delle Fiandre.

Riprendete voi la lotta col nemico:
a voi passiamo la torcia, con le nostre
mani cadenti, e sian le vostre a tenerla alta.
e se non ci ricorderete, noi che moriamo,
non dormiremo anche se i papaveri
cresceranno sui campi di Fiandra.

 

La direttrice di attacco degli inglesi seguiva il corso principale della città, ora zona pedonale.
Non lontano da qui è la Passeggiata Orientale dalla quale si gode una vista mozzafiato sul mare e sul porto, tappa obbligata il ristorante Miramare, anche per un puritano della carne come il sottoscritto qui non si può che affidarsi ai loro menù di pesce!
Aggiro il corso e prendo la strada per Orsogna,

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ma la abbandono subito per scendere di nuovo sulla SS16. Non ho molto tempo ho promesso di essere di rientro per pranzo, oggi! Per cui mi dirigo verso il primo dei cimiteri militari che accolgono i caduti di quel lontano dicembre, è il cimitero canadese del fiume Moro, Moro River Canadian War Cemetery, posto in contrada San Donato a sud dell’abitato di Ortona.
Prima una breve sosta nella piccola insenatura che accoglie le strutture portuali. Singolarmente c’è gente in giro che passeggia fino al piccolo faro collocato su un isolotto artificiale circondato da scogli a cui si accede tramite un molo. Verso sud il sole fa luccicare il mare. Riparto dopo alcune foto, scoprirò a casa che ho sbagliato messa a fuoco e a guardarle fanno venire alla mente i quadri degli impressionisti.

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La strada sale e con poche curve sono in cima al promontorio. L’ultima curva rivela il campanile e la piccola cappellina che marcano l’ingresso al cimitero militare. Il breve viale è sempre pieno di autovetture, più avanti c’è un ristorante… ma nessuno degli avventori sosta mai davanti a queste lapidi.
Siamo solo cenere!

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Aggiro il piccolo cancelletto chiuso e percorro con discrezione i viali di questo campo.

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“Vidi campo di rossi
papaveri vasto al mio sguardo
come letto di strage,
come flutto ancor caldo
sgorgato da una ecatombe.
Non mai più fervente rossore
veduto avean gli occhi miei grandi,
e tutta la mia vita tremava
dalle radici
come s’io mi svenassi
sul sacro tuo suolo
con vene giganti.” (G. D’Annunzio – Ditirambo I)

E’ vero, molti lo hanno scritto ed è così, quello che ti colpisce è l’età incisa sulle lapidi. Giovani i cui anni furono spezzati da eventi che uno non pensa possano accadere: a dieci anni a quindici guardi alla vita con tante aspettative e neppure ti sfiora lontanamente il pensiero che essa finirà fra qualche anno in un paese straniero tra piccole frazioni e cittadine di cui forse non conosci nemmeno il nome. Il tuo corpo dilaniato da proiettili forse reso irriconoscibile dall’esplosione di mine o granate ora giace qui, nella mia terra, non è la tua giovane soldato canadese. Ma la terra è terra ovunque e noi siamo terra!

  

Vado un po’ oltre alla ricerca del fiume Moro. Un fiumiciattolo incassato tra colline sabbiose, scoscese.

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Da qui decido di tornare indietro e cercare i luoghi i cui nomi furono il teatro degli scontri.
Faccio fatica a trovare la rotatoria cosiddetta delle 4 strade, nome in codice Cider Crossroad, ma alla fine sovrapponendo un piano di battaglia alla carta stradale ci riesco. Al centro tra le bandiere delle nazioni i cui eserciti qui si scontrarono campeggia un vecchio carro armato, uno Sherman con le insegne canadesi. Mi fermo per alcune foto…

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penso che un bel panzer farebbe la sua bella figura nel fronteggiare il carro alleato, poi mi ricordo che un panzer è a portata di mano, parcheggio così la moto sotto il carro: Sherman Vs Panzer!

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Continuo per la SS538 Maruccina lungo la quale si è sviluppata l’area industriale di Ortona, un tessuto di medie e piccole imprese spesso a carattere alimentare.

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Di fianco alla strada corre l’ormai abbandonato tracciato ferroviario Crocetta – Ortona – Ortona Marina inaugurato nel 1915 con locomotive a vapore, linea in seguito elettrificata nel 1923. Di importanza strategica venne sistematicamente bombardata dagli alleati nell’autunno del 1943 e resa inagibile dai tedeschi. I lavori di ricostruzione e di adeguamento allo scartamento ordinario saranno lenti e vedranno la fine solo nel 1959. Nel 1984 a causa del modesto traffico avviene il totale abbandono. La riattivazione di un breve tratto tra Ortona e il Molino Alimonti avrà luogo nel 1996 per sporadici trasporti di grano.
Questa linea ferroviaria “fantasma”, A real Ghost Railroad, ha un fascino unico mi fermo più e più volte per delle foto sui binari, nei passaggi a livello, in prossimità di gallerie, nelle stazioni… mi diverto anche nell’immedesimarmi in un “molto finto” temerario che sfida la sorte con il suo cavallo di ferro, “An Iron Horse Vs A Ghost Iron Horse”, il rischio è calcolato!

          
Dopo alcuni chilometri lascio la statale, che probabilmente marcava le posizioni difensive tedesche, per raggiungere il paese di Crecchio dominato dal Castello nel quale la notte del 9 settembre 1943 pernottò Vittorio Emanuele III con la sua famiglie e il governo Badoglio in fuga da Roma diretti nel porto di Ortona per imbarcarsi e raggiungere Brindisi al di là della linea di avanzamento delle forze Anglo-Americane.
Lungo la strada ritrovo la maggior parte di piccole frazioni e paesi attraversate dall’esercito italiano ricostituito a seguito degli alleati così come nel racconto di Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re.
Una lettura avvincente, non c’è miglior guida:
«Il comando di gruppo era a Villa Consalvi: due o tre rustiche case poche centinaia di metri sulla destra di Casa Catabbi, sempre in prima linea dunque; le precedevano alcune stalle e muti porcili, e un boschetto di querce frondose, sotto cui stavano, parcati nel silenzio, i nostri autocarri. Gli steli serpeggianti della zucca coprivano di festoni i porcili, mentre dagli orti traboccavano sulla carrareccia verdure incolte, lattughe soprattutto, alte e fiorite d’azzurro: il luogo era mirabilmente agreste. (…) Secondo gli ordini impartiti dal maggiore Pellagatta, iniziammo la marcia mettendoci tutti in fila per uno, onde ridurre il pericolo delle mine. Superata, al di là di Villa Consalvi, la strada che fino al giorno prima aveva per noi materializzato il fronte, poi due brevi filari di reticolati zeppi di papaveri, calammo con lentezza nella valle situata tra la nostra e la linea tedesca. Ciascuno di noi cercava di porre il piede esattamente dove l’aveva tolto chi lo precedeva. Alcuni tratti dell’impervia discesa erbosa, attraversanti le fasce di terreno più fittamente minate, gli uomini d’una compagnia avanzata senza incontrare resistenza il pomeriggio del giorno avanti, li avevano delimitati in sentieruoli, mediante lunghe strisce sottili di tela bianca (forse bende da medicazione inglesi) legate a rami conficcati. Ogni tanto alle nostre spalle esplodevano grida miste a risate, per il carico di qualche mulo che già si rovesciava.
Nel fondo della valle aggirammo, presso le macerie del paese di Crecchio, un castello medievale dalle grosse mura frugate in tutti i modi dalle artiglierie, ma ancora saldamente in piedi. (…) Risalendo lungo una carrareccia l’opposto versante della valle, passammo di lì a poco tra quelle postazioni: rare e tutte scavate ben addentro nella terra, accuratamente mascherate con rami ormai marci; dove c’erano state case, di nuovo cumuli di macerie. Al termine della salita ci attendeva la compagnia avanzata il giorno prima: i suoi paracadutisti stavano, anch’essi in fila per uno, fermi nei pressi di un cimitero; avevano avuto un morto, due feriti e un mulo morto per le mine. Il muro del piccolo cimitero di Canosa Sannita, che sulle nostre carte era stato l’obiettivo 301, appariva in più punti demolito dalle granate; sventrate diverse tombe, rotte o slabbrate le croci di pietra e le ingenue statue di marmo sulle sepolture dei contadini. (…) Di nuovo con lentezza, schivando le mine individuate o sospette, su cui erano stati o venivano via via collocati, due pezzi di legno a croce. Del paese contadino di Canosa non erano rimasti che pochi locali tra cumuli di macerie. Ci distrassero alcuni paracadutisti che, esaminando bene il terreno prima di porvi il piede, stavano uscendo dal sentiero sul quale il battaglione era in sosta. C’erano, in un campo a poca distanza, alcuni alberelli di ciliegio carichi di frutti, ed era l’invitante rosso delle ciliegie tra le foglie ad attirarli. Giunti all’albero più vicino, uno cominciò – con qualche motto – a issarsi tra i rami. Ancora non era entrato del tutto nel fogliame, che rintronò una forte esplosione: l’uomo stramazzò a terra urlando. I minatori tedeschi avevano, con odio, puntato mine a strappo anche tra i rami dei ciliegi. (…) Ripresa la marcia, arrivammo nel tardo pomeriggio a un pugno di case denominato “Madonna della neve”, dove ci giunse via radio l’ordine di fare alt per la notte. La località prendeva nome da una chiesetta devastata, vuota di panche e d’ogni arredo, col pavimento cosparso di resti di fuochi e di rifiuti. Nel suo mezzo i nemici avevano tirato un grande santo di gesso dipinto, dalle braccia allargate in gesto d’amore, e – forse al momento d’andarsene – gli avevano sfasciato il viso col calcio dei fucili. (…) Ripresa l’avanzata, seguitammo ad attraversare terre verdi e senza abitanti. Delle case che, isolate o a gruppi, sorpassavamo, erano rimasti soltanto i muri: non un mobile nelle stanze deserte, non una porta, rari anche i battenti alle finestre. I tedeschi avevano predato tutto: per farsene rifugi e fuoco l’inverno, e forse anche carichi ai treni delle munizioni che tornavano in Germania. Al passaggio del fiume Foro c’imbattemmo nei primi due di loro prigionieri. Nella corrente del fiume giacevano i resti di un ponte ad arco circondati di spume. Poco a poco intorno a noi che seguitavamo a scarpinare, l’aria incupì, annunciando la sera (la sera del nostro secondo giorno d’avanzata). Il sole era al tramonto quando, uscendo da una gola tra le colline, ci trovammo davanti il paese di Villamagna, dalle case strette una all’altra su una dorsale, Come un gregge che a distanza può sembrare nell’aria bruna pacificamente accovacciato per la notte, ma poi da vicino lo troviate privo di vita… Si scorgeva ancora qualche rovina, ma soprattutto colpiva il silenzio e quella mancanza di vita. Improvvisamente nell’aria vespertina si allargò il rintocco di una campana, si ripeté, divenne incessante. Forse per reagire a quell’importuno senso di deserto, alcuni paracadutisti erano saliti sul campanile e suonavano a stormo. Come dimenticheremo quel suono? Eravamo noi che davamo il benvenuto a noi stessi. Entrammo nelle vie deserte del paese, corse dall’ondante voce della campana. All’interno della villa trovammo un civile, il vecchio proprietario. C’era una domanda che da tempo mi ponevo: “Dov’è andata a finire” chiesi al civile “tutta la gente di questa zona?” “Come” rispose “non lo sapete? A Chieti sono andati, sotto la protezione del vescovo”. “La protezione del vescovo?” dissi meravigliato. “Certo. Da chi altri avere protezione ormai?”. (…) L’indomani, 11 giugno, il battaglione entrò in Chieti. Era domenica, giorno del Signore, e l’apparizione della città in vetta al suo colle, mi colse mentre pregavo camminando, simile a una risposta sorridente di Dio».

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Entro a Crecchio da sud, i colori ocra della pietra del castello si stagliano nel cielo azzurro. Lascio la moto nel parcheggio del moderno Municipio ed entro nel giardino dell’edificio costituito da una mole compatta collocata nella parte più alta del vecchio borgo. Senza essere un esperto d’arte è ben visibile anche al mio occhio profano come la struttura si sia sviluppata intorno ad una torre dalle architetture più antiche che la restante parte del castello, la torre degli ulivi. Vedo anche consumarsi l’amore tra due piccioncini :-D!

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Ho sete. L’abbigliamento e gli stivali da motociclista si fanno sentire, scendo sul piccolo corso del borgo ed entro nel bar dove il servizio e impeccabile. L’interno è singolare, sugli scaffali tra vini locali e liquori campeggiano oggetti in legno tipici della tradizione africana e molte foto delle icone USA anni ’60.

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In alto dietro il bancone una foto scolorita del castello fortemente danneggiato dai bombardamenti della guerra. Rifocillatomi torno al castello vorrei visitare l’interno dove ha sede il museo dell’Abruzzo bizantino e medievale, ma mi accorgo di aver lasciato le chiavi sulla moto, torno a recuperarle… Si, la “superpetroliera” è ancora li… ma a quel punto sto di nuovo facendo la sauna decido di rimettermi in viaggio. Uscendo da Crecchio approfitto per passare al di sotto del bel ponte medievale del XIII secolo con unica arcata a sesto acuto. Meta ora è Orsogna, caposaldo ovest della linea sul fiume Moro.
Poco prima dell’ingresso in paese a lato della carreggiata un muro, unico superstite di un’antica chiesa sventrata dal bombardamento alleato… mi informo, ma nessuno ne sa nulla.

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Sarà questa l’unica vestigia che trovo di quei tremendi giorni. Giunto al centro di Orsogna mi trovo inaspettatamente coinvolto nella locale Sagra dei Talami e dico a me stesso: venendo qui caro Oldman avevi letto un po’ ovunque “Orsogna la città dei Talami” e guarda te se non doveva capitarti di arrivarci proprio il giorno dello svolgimento della sagra, che fortuna?! Ah si, perdonatemi la distrazione, i “talami” sono dei carri tutti trainati da trattori eccetto uno portato a spalla sui quali sono rappresentate in forma vivente scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Legato alla tradizione dei drammi liturgici è considerato uno dei riti pasquali più antichi e suggestivi della mia regione. Nel 2012 sono stati dichiarati dall’allora Ministro per il Turismo “Patrimonio d’Italia per la tradizione”
Mi aggiro per le vie della paese raggiungo, alle spalle della chiesa principale, la terrazza sulla valle del Moro. Di fronte, nonostante la foschia, le colline dalle quali l’artiglieria inglese ha bersagliato per settimane il centro abitato radendolo completamente al suolo.

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Montgomery non era certo un genio della guerra veloce. Non sferrava mai un attacco se non era sicuro della vittoria. Sottoponeva per giorni e giorni le postazioni avversarie ad un intenso tiro della sua artiglieria e ad un sistematico bombardamento dall’aria… non ho intenzione di trasformare questo mio racconto in un documentario di guerra ma almeno un breve filmato e una foto d’epoca tra le tante che ho visionato prima di mettermi in viaggio vorrei proporvele

 

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Non stupisce affatto che quando giornalisti, scrittori e studiosi decisero di non lasciare che questi eventi scomparissero dimenticati e si recarono ad intervistare i sopravvissuti spesso le loro domande rimasero senza risposta. La gente che aveva vissuto quei giorni voleva dimenticare? No, raccontano che sembrava come se quelle cose non fossero mai accadute, inconsciamente rimossero un orrore che parole non possono dire. Ricordo di mio padre capace di raccontarmi tante e tante volte gli episodi della vita con i suoi commilitoni, ma mai da lui una parola sui due anni di prigionia in Germania solo un lapidario commento davanti alle scene di guerra dei film: “Quella non è la guerra, la guerra è un’altra cosa”. Cosa fosse, cosa sia non lo si può raccontare se non forse così:
Si sta
come d’autunno
sugli alberi
le foglie.
“Ridurre il linguaggio all’essenziale, all’estremo, al vocabolo dandogli un valore enorme e questo per necessità, per circostanze” (G. Ungaretti)
Lascio Orsogna, la strada mi porta verso Guardiagrele, ma prima una piccola deviazione verso il convento Francescano del Ritiro della Santissima Annunziata del Poggio. Mantengo così fede alla parola data ad un Vigile a cui avevo chiesto notizie riguardo eventuali tracce sopravvissute del passaggio della guerra. Non ne conosceva, ma mi aveva detto di non andar via dalla cittadina senza prima aver visitato quel luogo. Lungo la strada incontro una torre tratturale, la Torre di Bene, il sacrario ai caduti della Prima Guerra ed un edificio che ha tutta l’aria di recare ancora i segni del terribile bombardamento.

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Ad accogliere il visitatore nel piccolo parcheggio del Convento antistante la struttura di origine quattrocentesca voluta da San Giovanni da Capestrano colpito da un piccolo oratorio immerso nel verde tra una collina e un torrente (e devo dire che il luogo mantiene tutt’ora un grande fascino) una statua di Francesco, felice, circondato da animali in festa. E’ prevalsa nel tempo una visione del Santo di Assisi melensa, un po’ come questa statua; ma la pace che porta alla felicità non è il volemose bene: “La felicità non porta la pace, ma una spada: ti scuote come un lancio di dadi sul quale hai puntato tutto, toglie la parola e annebbia la vista”… Francesco non risparmiò nulla a se stesso; a 44 anni quando morì il suo corpo era consunto all’inverosimile avendo speso tutto per immedesimarsi completamente nel Cristo. L’alter Christi così lo ricorda l’iconografia presente in tutti i luoghi francescani dove il braccio nudo del Cristo la cui mano reca la ferita dei chiodi della crocifissione incrocia il braccio rivestito dal saio del santo di Assisi con le stigmate, sullo sfondo la croce.

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E’ ora di pranzo incontro solo una giovane coppia di fidanzati che gentilmente mi saluta, poi nessun altro solo un bianco cane sdraiato all’ombra degli edifici del convento per fuggire alla calura. Accenna una piccola reazione causata forse dal forte scricchiolio emesso dagli stivali che indosso, ma poi torna a sonnecchiare. Visito con tutta calma la piccola chiesa e la cappella immersa nel buio dove risalta sull’altare la statua della Vergine Maria illuminata dalla corona di stelle e da alcune candele votive.

   
Fa caldo sembra che oggi la primavera sia quella inoltrata di Maggio, le aiuole del convento sono colorate dalle piante di rose ormai in fiore.


Riparto, direzione Guardiagrele fino alla fine della valle del Moro per passare a sud. Lascio il teatro di guerra della campagna del fiume Moro e mi dirigo verso il Sangro dove alcuni mesi prima si erano svolti duri combattimenti tra Alleati e Tedeschi per superare il fiume.
La strada più rapida, ma decisamente non bella, passa per San Vincenzo-Cerchiara e Sant’Eusenio del Sangro, io mi dirigo invece verso Casoli, da lì conto di raggiungere il borgo di Gessopalena caratterizzato da una delle Ghost Town più suggestive della mia regione: Gessopalena Vecchia. Finalmente si cambia registro ritrovo una di quelle strade di montagna che tanto mi piacciono e che molte volte io e Miciamoto vi abbiamo raccontato con le nostre foto.
Gessopalena vecchia è un borgo altomedievale costruito su di uno sperone gessoso contiguo alla parte nuova del paese abbandonato definitivamente nel 1959. Anche Gessopalena conobbe la guerra e le devastazioni operate dai tedeschi in ritirata. Qui i protagonisti furono i partigiani della Brigata Maiella, ma questa è un’altra storia che vi racconterò successivamente. Se vi trovate da queste parti non potete mancare la visita di questi seducenti ruderi restaurati di recente e tutti illuminati, cornice incantevole per le notti d’estate. Mi aggiro solitario nei vicoli scavati nella roccia, sono le due del pomeriggio, fa davvero caldo anche quassù!

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Recupero il luogo dove ho lasciato la moto, la piazza centrale ora è del tutto deserta mentre all’arrivo era un tripudio di bambini che scorrazzavano qua e là sotto l’occhio vigile dei loro genitori. Pianifico la discesa verso il Sangro da raggiungere nella zona di Bomba e imboccare così la vecchia Sangritana che mi porterà verso la costa e i luoghi degli scontri tra Tedeschi e Alleati.

  

Mi affido al navigatore satellitare e finisco con il perdermi in un labirinto fatto di stradine di campagna orientandomi a fatica se non quando su di un ponte che valica un piccolo torrente la vista si apre verso la valle dove è il borgo affascinante di Roccascalegna sovrastato dalla mole del suo castello. Non trovo le parole per raccontarvi la mezz’ora che segue su queste piccole strade vicinali la cui carreggiata farebbe fatica ad accogliere due vetture in direzione opposta. Faccio anche poche foto, perdonatemi, ma voglio gustarmi il piacere della guida senza troppe interruzioni!

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Terminata la discesa, valico il Sangro e salgo verso Bomba dove li imbocco la Sangritana in direzione mare.

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Questa strada oramai declassata a provinciale da quando nel 1985 fu realizzata la fondo valle è d’obbligo percorrerla per un motociclista che si rispetta, ma con le dovute cautele. La fondo valle è una strada veloce che collega l’alto corso del Sangro con la Z.I. fatta di grandi stabilimenti e la costa. Buca i costoni della profonda valle lungo la quale corre con una serie ravvicinatissima di gallerie togliendo la vista mozzafiato che invece si ha dalla vecchia strada sulla valle, il grande lago artificiale e i paesi arroccati lungo le pendici. Vi ricordo cautela, è una strada con poca manutenzione soggetta a scivolamenti del terreno soprattutto quando le piogge sono intense pertanto spesso la carreggiata e sporca di terra e sassi e presenta qualche riduzione per frane, insomma niente ginocchio a terra ma occhio a dove mettete le ruote. Con queste dovute precauzioni non rimpiangerete di averla fatta almeno una volta.

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Raggiunta la pianura a Piane d’archi valico il Sangro e salgo sulla riva nord verso Castel Frentano dominata dalle bellissime murature della chiesa arcipresbiteriale di Santo Stefano protomartire…

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poi volto per Mozzagrogna e Santa Maria Imbaro paesi soggetti al pesante cannoneggiamento delle truppe di Montgomery. Colpisce proprio questo. I paesi non hanno una parte vecchia, un centro fatto di case in muratura antica, circondato dall’edilizia in cemento armato sviluppatasi durante l’urbanizzazione del secondo dopoguerra, presentano quasi interamente il secondo tipo di edilizia, qui come nella mia città, gli effetti della guerra devono essere stati devastanti, oggi invisibilmente devastanti.
Ridisceso verso il fiume per guadagnare Torino di Sangro torno leggermente indietro (la deviazione non è indicata sull’itinerario) per raggiungere il ponte sul fiume c/o Saletti I. I Tedeschi per impedire agli alleati di avanzare avevano minato e fatto saltare tutti i ponti. Faccio alcune foto, non sono in grado di dirvi se il basamento dei piloni è quello originario.

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La strada che sale dal fiume a Torino di Sangro deve essere un tratto della vecchia 16 che solo nel dopoguerra fu spostata lungo la costa, prima invece era un saliscendi tra le colline dei paesi di Casalbordino, Torino di Sangro e Fossacesia. Unica via asfaltata all’epoca fu l’asse principale dell’avanzata delle truppe di Montgomery. Il cimitero militare inglese resta isolato bisogna prendere una stretta stradina vicinale che vi porta, non fatico a trovarlo è ben segnalato.

   

Quando vi giungo trovo però tutto chiuso e nessuno in giro.
Mi siedo sul ciglio della strada, il cimitero è chiuso probabilmente nessuno viene più qui se non gli addetti ai lavori. E’ tutto superbamente ben tenuto… Non si può capire questa cosa!

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“La capisci questa assurdità, amico mio, fratello mio, pio e umile novizio di Dio, tu lo capisci a che scopo è stata creata questa assurdità, a che cosa serve? Senza di essa, dicono, l’uomo non avrebbe potuto esistere sulla terra, giacché non avrebbe conosciuto il bene e il male. Ma a che serve conoscere questo benedetto bene e male, se il prezzo da pagare è così alto?…” (F. Dostoevskij – I fratelli Karamazov)
Provo a girare intorno, ma nulla. Dove finisce la rete metallica un’alta siepe impedisce l’accesso, non la vista…

…nel campo che circonda il cimitero la vita rinasce, come in questo solenne giorno.

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“«Karamazov!», gridò Kolja. «È vero che la religione dice che noi tutti risorgeremo dai morti e torneremo a vivere e ci rivedremo l’un l’altro, tutti, anche Iljušečka?» «Senza dubbio risorgeremo, senza dubbio ci rivedremo e in gioia e lietezza ci racconteremo l’un l’altro tutto il nostro passato», rispose Alëša fra sorridente e estasiato. «Ah, come sarà bello!», sfuggì a Kolja” (F. Dostoevshkij – I fratelli Karamazov)
E’ ora di prendere la via del mare, ma giunto all’altezza della statale giro verso sud, meta Punta Penna e Punta Aderici, ho un grande bisogno d’infinito e di tranquillità che solo l’orizzonte del mare mi sa dare.

   

Punta Penna la si può riconoscere sin da molto lontano per la presenza del suo faro secondo per altezza in Italia alla sola Lanterna di Genova. La struttura che oggi si vede non è quella originaria del 1906, ma ricostruita dopo che i tedeschi in ritirata la distrussero in parte. E’ un’istallazione della Marina Militare così come la vicina torre costiera cinquecentesca. Nel XVI secolo Carlo V ereditata la corona degli Angiò provvede a far costruire lungo tutta la costa del Viceregno di Napoli delle torri d’avvistamento per far fronte alle terribili incursioni dei pirati turchi e barbareschi. A lato del faro la piccola Chiesa di Santa Maria di Pennaluce. Questo luogo ha una storia antichissima di insediamenti che si sono succeduti a partire dall’epoca dei popoli italici. Da Plinio sappiamo che qui era collocata la città frentana di Buca, sostituita in epoca altomedievale dall’insediamento di Pennaluce. Ogni traccia scompare sul finire del XII secolo. Le truppe Alemanne nel 1189, o quelle delle Crociate nel 1194, oppure le frequenti e devastanti intrusioni dei Goti, dei Saraceni, dei Longobardi, degli Ungari e Turchi ne determinarono la completa distruzione, tutto è avvolto nel mistero come misteriose sono le leggende che circondano questo posto. Ne ricordo una per tutte: trafugata da pirati turchi la statua della Madonna della Penna, essa si ritrovò nel medesimo posto ove fu rapita, mentre la nave dei pirati affondò. La chiesetta qui costruita ne conserva l’immagine sacra.

   

Mi sposto verso l’altra punta della piccola baia, punta Aderici e imboccata una piccola strada bianca mi fermo e godo di una magnifica vista sul mare. Così dovevano essere le coste della mia regione tanto tempo fa. Che bello! Forse un’espressione banale, ma dice tutto.
Sul mare una piccola imbarcazione, mi sento un po’ come Ben Gunn… ma oggi il vero navigatore sono io e non loro, semplici turisti da diporto in un giorno di festa.

     
I am sailing, I am sailing,

home again ‘cross the sea.
I am sailing, stormy waters,
to be near you, to be free.

I am flying, I am flying,
like a bird ‘cross the sky.
I am flying, passing high clouds,
to be with you, to be free.

Can you hear me, can you hear me
thro’ the dark night, far away,
I am dying, forever trying,
to be with you, who can say.

Can you hear me, can you hear me,
thro’ the dark night far away.
I am dying, forever trying,
to be with you, who can say.

We are sailing, we are sailing,
home again ‘cross the sea.
We are sailing stormy waters,
to be near you, to be free.

Oh Lord, to be near you, to be free.
Oh Lord, to be near you, to be free,
Oh Lord.

Prima di rientrare a casa risalendo la Statale 16 faccio un ultima sosta. Turista, vagabondo pellegrino, chiunque tu sia non puoi non salire sul promontorio di Fossacesia dove si trova uno dei gioielli dell’architettura della mia regione: l’Abbazia di San Giovanni in Venere.

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Qui nel lontano 1965 si sposarono i miei genitori, dal loro amore è nato l’Oldman che fin qui vi ha tenuto compagnia ed ora vi lascia con la speranza di non avervi troppo annoiato.

La speranza…

“Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai li, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava li. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo li con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma se condo me non poteva essere cosi ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da li quando la casa era ridotta a un mucchio dì macerie. E ve lo dico, se condo me quell’abbeveratoio è ancora li. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto li con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. E la cosa che mi piacerebbe più di tutte.” (Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi)

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