Vorrei palesasse il mio cuore/nel suo ritmo l’umano destino

Vorrei palesasse il mio cuore/nel suo ritmo l'umano destino

Ed eccoci in compagnia di un nuovo viandante, Clemente Rebora. Un verso racchiude il senso del suo viaggio: “Vorrei palesasse il mio cuore/nel suo ritmo l’umano destino”. La poesia di Rebora non è una monade, il testo non è un’entità assoluta, attinge ad una verità che la supera, è ricercare quell’altro e quell’oltre a cui il poeta ha sempre teso.
Era milanese, ma aveva una pessima opinione di Milano, della metropoli che si stava costruendo ai suoi tempi sotto i suoi occhi di bambino e soprattutto di giovane. Nei suoi testi Milano è il simbolo negativo di una vita vissuta per motivi sbagliati, soprattutto per la brama di guadagno e l’estraneità tra le persone che ne consegue. Leggiamo il frammento III. Si tratta della descrizione di un temporale, quasi una tempesta, che si svolge in un primo momento in campagna e poi in città. Finché a luogo in campagna, la tempesta, pur terribile, ha qualcosa di affascinante e persino naturale: il turbine piomba giù con colori forti e movimento vivace, con segnali che lo accostano ad un cavaliere che scorrazza per la campagna, quasi felice. Ma quando la tempesta urta la città si divide, scardina e smaglia, poi, potentissimo e significativo per la sua fisicità visiva, “s’inombra come un’occhiaia” e ciò che era naturale e persino bello si tramuta in ansia, che viene dagli impegni, dalle faccende, dai tormenti della vita cittadina. Persino la similitudine della guerra serve a sottolineare questa anormalità: c’è una notevole mancanza di nobiltà nell’ammazzare senza combattere.

Dall’intensa nuvolaglia
Giù – brunita la corazza,
Con guizzi di lucido giallo,
Con suono che scoppia e si scaglia –
Piomba il turbine e scorrazza
Sul vento proteso a cavallo
Campi e ville, e dà battaglia;
Ma quand’urta una città
Si scàrdina in ogni maglia,
S’inombra come un’occhiaia,
E guizzi e suono e vento
Tramuta in ansietà
D’affollate faccende in tormento:
E senza combattere ammazza.

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