… ULTREYA …

2 Agosto. Giorno 3 di viaggio

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La scelta di pernottare a Vernet-les-bains è logistica. Da lì  è semplice raggiungere la base per l’ascesa a piedi all’Abbazia di Saint-Martin du Canigou. Sono 40 minuti di cammino per una stradina asfaltata dislivello 400 metri. Io scelgo di farmi portare da un servizio taxi mentre mio cugino, montanaro, in circa venti minuti è già arrivato. Beh se volevo non sforzare la schiena per via dell’ernia salire in jeep non è stata una bella idea, mi sembra di essere seduto su un cavallo che sgroppa. Faccio due chiacchiere con il conduttore, una giovane guida alpina francese che mi suggerisce i punti vista migliori per le foto. Arrivati prendiamo al volo la visita delle 10:00, ci precede un nutrito gruppo di scout francesi. Noi siamo in 4 e come guida abbiamo un monaco che parla il francese con un forte accento straniero, è tedesco. La piccola abbazia è pura bellezza con le sue architetture non ricercate incastonata tra i monti immersa nel bosco. Dopo l’abbandono, alla fine del XIX secolo per volere della popolazione locale e del vescovo di Perpignan fu recuperata… se capitate da queste parti non perdete l’occasione per visitarla.
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Faccio molte foto, ma il soggetto che cerco con insistenza è un immagine di Martino di Tours. L’uomo che diventò vescovo contro la sua volontà per il bene degli altri. La vita è una strana cosa all’apparenza sembra che sei tu a scegliere mentre accade invece che è lei a scegliere per te. James Baldwin in Blues for Mister Charlie (noto anche come Blues per l’uomo bianco) intesse questo dialogo tra nipote e nonna: «Lo sai che non credo in Dio, nonna». E lei replica: «Tu non sai quello che dici. Non è possibile che tu non creda in Dio. Non sei tu a decidere». Richard le chiede: «E chi altro decide, allora?». E lei: «La vita che è in te decide. Lei sa da dove viene, lei crede in Dio»

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Ridiscesi a valle seguo la N 116 strada che si dispiega dentro una vallata pirenaica fino a Mont-Louis impressionante città fortificata realizzata da Vauban, uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi, nel 1679. Percorriamo le sue vie fino ad arrivare alle mura della fortezza vera e propria che ospita la caserma del CNEC (Centro di addestramento nazionale dei commando francesi). Non visitiamo l’interno, ma decidiamo di mangiare in uno dei ristoranti dell’abitato.

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Terminato il pranzo ecco che la pioggia fa la sua comparsa. Messe le antiacqua ripartiamo subito. A causa del tempo perduto, ma necessario alla visita dell’abbazia, scelgo di non attraversare Andorra. Varcata la frontiera con la Spagna proseguo sulla N260.

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Dopo alcuni km la pioggia si intensifica, mi accodo ad una macchina che con i suoi fendinebbia accesi mi fa da apripista. Il tempo peggiora ulteriolmente e la pioggia si trasforma in grandine. Una vecchia area di servizio abbandonata compare a bordo strada mi ci infilo insieme ad altre vetture, il proprietario di un camper mi lascia il posto sotto la pensilina. Piove e grandina da far paura per terra ci sono circa 10 cm d’acqua. Mi ero ripromesso di non far riprese per risparmiare spazio sulla scheda di memoria della microcamera, ma qui faccio l’unico strappo di tutto il viaggio.

Dopo una mezz’ora la pioggia si placa e ci permette di riprendere la strada.

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Ora è la volta dei passi pirenaici e sulla nostra strada c’è il Puerto de Bonaigua. Ha tutte le caratteristiche di un passo alpino con i suoi 2.000 e più metri. Sui pascoli cavalli, mucche e pecore. I miei occhi fanno il pieno di queste immagini che sembrano uscite fuori da un documentario naturalistico. Purtroppo non dura mentre discendiamo l’altro versante incontriamo una serie di località turistiche che sono un concentrato di alberghi, ristoranti e shop, insomma un centro commerciale in piena montagna. Faccio fatica a immaginarmi una vacanza in uno di questi posti e definirla una vacanza in montagna, ma la società di massa impone che la vita comoda segua sempre il consumatore ovunque vada che sia il centro di una metropoli, un deserto o la cima dei monti. Via più veloci della luce a Bossòst dove giungiamo appena in tempo per non prendere un altro acquazzone (non faccio in tempo nemmeno a togliere le borse dalle valigie della moto). L’albergo che ci accoglie è molto gradevole, gentile il personale e così decidiamo di mangiare nel suo ristorante. Il mio primo incontro con la cucina spagnola, no mi correggo qui siamo in Catalogna. Si va di Paella e Sangria. Niente male se non fosse che io non riesco a mescolare pesce e carne… e ora di andare a nanna dopo due passi. DSC_0163

Accessorio preziosissimo del mio magro bagaglio da motociclettaro: i TAPPI! Tra il ronfare del cugino e il torrente in piena fuori dalla finestra della camera c’è da restar svegli tutta la notte…. A domani!

3 Agosto. Giorno 4 di viaggio

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I passi dei Pirenei. Non sono più entusiasta come alla partenza temo che lo spettacolo di ieri, il villaggio turistico con annessa cementificazione della montagna, si ripeta anche oggi. Diversamente mio cugino che si è ficcato in testa di fare tutti i passi pirenaici del Tour de France, forse in onore della recente vittoria di Vincenzo Nibali? Mmmh. Io  faccio i conti in km e mi spaventa la giornata di oggi: è domenica, non correrò il rischio forse di finire su stradine di montagna con traffico da Grande Raccordo Anulare? Staremo a vedere.

Il primo passo che affrontiamo è il Puerto de Porthilon che ci riporta in Francia. Non è alto siamo intorno ai 1.300 metri alle 8 di mattina poco traffico. Ci fermiamo in cima per una colazione a base di cafè aux lait e crepes. La discesa è movimentata da tornanti stretti e in forte pendenza. Ci si ferma giusto per due foto vicino ad una piccola cascata.

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Giunti a valle attraversiamo velocemente Bagnéres-de-Luchon e altri paesi diretti prima al Col d’Aspin e poi al Tourmalet.

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Qui il mio sospetto si avvera. Sono costretto ad andare a passo da ciclista. Le automobili sono rallentate dai tanti ciclisti che si avventurano sulle strade dei loro miti e fanno da tappo anche a me. L’Aspin (1.489 metri ) ha un bel colpo d’occhio sulle vallate e i monti circostanti. Il Tourmalet (2.114 metri il più alto dei pirenei) è una sorpresa in negativo. Il versante da noi percorso in salita si riempie man mano di edifici in cemento armato che rovinano irrimediabilmente il paesaggio circostante.

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Il valico vero e proprio con pochissimo spazio a disposizione per la sosta è trafficatissimo. Demarcato dalla statua del ciclista è fornito di tutto il necessario: albergo, ristorante, supermarket e, immancabili, le scritte sui muri con bombolette spray, autentici capolavori dell’arte contemporanea, l’arte che inneggia al Nulla! Dietro fa da cornice le Pic du Midi intorno al quale volteggia un’aquila, mia unica e sola amica in questa anonima folla di turisti. Chissà com’è quassù a fine autunno lontano dai riflettori dei media quando tutto lo sferragliare delle attività umane scompare e torna sovrano il silenzio? Penso a un grande campione del passato, Bartali e a quella sua nota frase: Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca… 

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Risalgo in moto dopo aver osservato per alcuni minuti la mia amica volteggiare alta nel cielo e rapidamente mi allontano da questo posto nulla affatto silenzioso.

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Mi rifiuto di fare altri passi se non il necessario per rientrare in Spagna e raggiungere il fine tappa di oggi. Contro le insistenze di mio cugino punto verso Lourdes che attraverso.

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Ho letto e sentito cose su questo luogo di una cattiveria unica. “Il mercimonio della Chiesa, ecco cos’è Lourdes”. Si vede che chi le ha scritte si fida più del dire comune che dei suoi occhi e delle sue mani. Si di commercio religioso ce n’è tanto, troppo. Ma basta varcare il recinto dei santuari verso le 4 di pomeriggio e assistere alla lunga e lenta processione dei malati per rimanere senza parole. Tutto quel dolore lì raccolto in cerca non del miracolo come gli sciocchi pensano, ma di un senso. Sì quella gente è lì a mendicare un senso al proprio e altrui dolore. Trascorrere del tempo con loro in loro compagnia con la loro silenziosa compagnia è una ricchezza inimmaginabile. L’antica tradizione cristiana ricorda come San Lorenzo al persecutore che gli chiedeva dove avesse nascosto le ricchezze della Chiesa il diacono rispose mostrandogli l’immensa folla dei cristiani nella povertà. Ciò che fa di Lourdes un posto diverso non sono i suoi alberghi ed i suoi negozi, ma la folla dei malati tanto nel fisico quanto nel cuore. 

Il resto della via fino all’attacco della strada del Col du Portalet è caratterizzato dai villaggi delle falde dei pirenei. Piccoli paesi semiabbandonati le cui case sono per lo più sbarrate. Qualche contadino dedito al suo lavoro poche persone in giro, uno squarcio verso la vita di un tempo neppure tanto lontano. Guidare qui è un sollievo rispetto a prima. Il rammarico grande l’ho una volta giunto a Bétharram con le sue splendide grotte e il santuario di Nostra Signora. Bétharram lega il suo nome alla guerra contro i Mori in Spagna, ma soprattutto è una delle principali tappe che percorrevano i pellegrini per raggiungere il Cammino di Santiago di Compostela. Ecco qui per la prima volta comincio a respirare l’aria di quello che è lo scopo primario di questo viaggio: il Cammino.

La salita al Portalet: una lunga e grande coda dietro caravan e automobili. Il versante francese è pieno di vegetazione con pendici ripide la strada per giungere in vetta è cosparsa di stretti tornanti. Molte le opere per sfruttare i corsi d’acqua a fini energetici. In cima ci accoglie il solito villaggio turistico. Mangiamo (poco, i prezzi sono alti) e ridiscendiamo dal versante spagnolo, la strada è larga la guida si fa rilassante ed io pennello dolcemente le curve… giù giù fino a Jaca.

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Giunti in quella che fu la prima capitale del Regno d’Aragona velocemente lasciamo i bagagli in albergo per sfruttare le ancora ore di luce che abbiamo ed andare a visitare il monastero di San Juan de la Pena. Caratteristico ed affascinante il più antico, il Real Monasterio, costruito sotto un grosso sperone di roccia lega le sue origini ad un’antica leggenda alto-medievale. Perla il chiostro romanico.

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Il Monasterio Nuevo costruito dopo che l’incendio del 1675 ci delude alquanto con il suo interno “bizzarro”. In entrambi la visita è a pagamento.

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Gratuita del tutto invece è Santa Cruz de la Séros, piccolo pueblo alle pendici della Sierra. Da non omettere una passeggiata per le sue strade.

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Si torna a Jaca dove partecipiamo alla messa in Cattedrale sottoposta a grandi opere di restauro e facciamo due passi per la città giusto in tempo per assistere al tramonto dietro i poderosi bastioni della fortezza. Nessun gioco di luci umane mai pensato e realizzato ne pensabile può reggere il confronto con luci e colori del tramonto e del crepuscolo… scatto a raffica!
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Si mangia in un ristorante nei pressi (evito la Paella) e poi in albergo a riposare.

BUENAS NOCHES AMIGOS AMIGAS COMPAÑEROS Y COMPAÑERAS DIOS LOS BENDIGA ASTA MAÑANA SE LES QUIERE MUCHO

4 Agosto. Giorno 5 di viaggio

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Se qualcuno prima di leggere queste note guarda con attenzione la mappa della tappa odierna penserà che abbiamo un po’ dato di matto o che cercavamo qualcosa in particolare. Beh a dare di matto è in primis il Garmin che per raggiungere il Monastero di Leyre ci manda su stradine che si perdono nella Sierra tra piccolisimi pueblos. Poi e lo volta del mio passeggero che ha deciso di inseguire dei suoi amici, veri pellegrini (sono a piedi) sul Camino de Santiago.

Bene si parte, bella giornata niente nubi in vista una discreta afa che sale con l’andare delle ore. Appena qualche km oltre il bivio per San Juan de la Pena il Garmin mi invita a lasciare la N-240 per Pamplona e a imboccare la Carettera Local A-2602. Ahimè sono alquanto distratto e non controllo sulla carta così dopo alcuni km mi ritrovo su di una strada stretta con fondo molto sconnesso… proseguo nella speranza che sia breve ma così non è. Nel frattempo davanti e noi scorrono le immagini della Sierra de la Pena. Ancora una volta riscopro il piacere della guida o meglio del viaggio.

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Non si possono descrivere certe sensazioni o forse io non ne sono all’altezza o più semplicemente queste sono semplici note di viaggio che se mai qualcuno leggerà vogliono essere un invito a farsi egli stesso viaggiatore. In tutto il tratto che percorriamo fino a ricongiungerci attraverso un’altra strada locale la A-1601 alla Nacional incontriamo solo un camion una macchina e tre ciclisti. Lost in the Sierra…. La “preziosità” se posso usare questo linguaggio è un’autentica ghost town con tanto di fortificazioni e torri.

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Raggiunta la nazionale che costeggia il lago artificiale di Yesa la troviamo interrotta a metà dell’invaso e entriamo in Autovia. Usciamo poco dopo per tornare sui nostri passi e recarci all’Abbazia di San Salvador di Leyre.

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Questa fondazione monastica ebbe un ruolo fondamentale intorno all’anno mille e deve la sua crescita in importanza ai re di Navarra che lo scelsero come loro Pantheon. All’epoca Leyre controllava il movimento spirituale, politico e culturale di Navarra e i tratti pirenaici del Cammino di Santiago. Nel XIII secolo ha inizio la decadenza. Nel 1836 scomparve la vita monastica a causa della legge di alienazione dei beni ecclesiastici, il monastero cadde in rovina. Nel XX secolo la Diputaciòn Foral della Navarra inizia l’opera di recupero e nel 1954 vi chiama i monaci benedettini di santo Domingo de Silos che daranno nuova vita al complesso. Queste note forniteci dalla nostra guida in spagnolo (il mio passeggero una volta tanto non fa solo da zavorra ma si rende utile facendo da interprete) ve le segnalo questa sola volta perché in Spagna molto spesso la proprietà degli edifici ecclesiastici non è della Chiesa e pertanto non ci si stupisca nel vederli utilizzati e come luoghi di culto e come contenitori di attività culturali o ricreative. Mi imbatto per la prima volta nel colore ocra della pietra, nelle lastre di alabastro collocate nelle finestre che rendono gli interni dell’edificio particolarmente scuri e adatti alla preghiera interiore e nei portali autentiche sinfonie di decorazioni che avrebbero bisogno di un’intera giornata per sciogliere tutta la loro carica simbolica e narrativa.

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Terminata la nostra visita ripartiamo alla volta di Puente la Reina rinunciando a Pamplona e Roncisvalle, la deviazione fatta prima ci ha portato via molto tempo. Poco prima dell’arrivo nella cittadina, inizio ufficiale del Cammino di Santiago, incontriamo a un centinaio di metri dalla strada, ben visibile, la chiesa di Santa Maria di Eunate. E’ impossibile non lasciarsi affascinare da questo edificio a pianta ottogonale circondato dal chiostro così perso tra i campi della mesa colorati di giallo, forse il più bello che si può incontrare lungo il Cammino. Le origini sembrano templari. Noi troviamo l’edificio chiuso e non possiamo visitarne l’interno. Io azzardo e scavalco il muro di cinta per passeggiare nel chiostro. Nel frattempo arriva una famigliola che con cappelli, zaini, e bastoni è il nostro primo incontro con i pellegrini del Cammino.

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Lascio mal volentieri il luogo, e mi dirigo a Puente la Reina dove decidiamo di sostare per il pranzo… qui ha ufficialmente inizio il Cammino, così infatti recita l’antica guida prototipo di tutta la letteratura odeporica, l’Iter pro peregrinis ad Compostellam contenuta nel Codex Calixtinus:
Quatuor vie sunt que ad Sanctum Iacobum tendentes, in unum ad Pontem Regine in horis Yspanie coadunantur

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Un consiglio per gli amanti delle storie di viaggio: non trascurate questo fondamentale testo un autentico pilastro della letteratura odeporica cui molti successivi viaggiatori si sono ispirati per redigere le loro cronache di viaggio

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Ripartiamo. Vorrei  seguire la vecchia nacional che costeggia il Camino, ma la mia zavorra si è dato appuntamento con i sui amici a Najera e pur di non starlo a sentire imbocco l’autovia per raggiungere in tempo la cittadina.

A volte mi domandano come mai viaggio solo. Di viaggiatori ce n’è ben pochi in giro oramai i più hanno sempre fretta di arrivare da qualche parte o di fare questo e quello, ma la casa di noi raminghi è la strada, la via. Siamo viandanti molto spesso vagabondi saltuariamente qualcuno riesce ad essere pellegrino. Ricordo chiaramente quello che mi disse una studentessa all’inizio del mio lavoro come insegnante: professore io sento di essere una vagabonda, ma vorrei invece essere tanto una pellegrina, avere una meta un luogo verso cui camminare, una speranza!

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A Najera l’incontro con i pellegrini avviene a base di bevande fresche. Poi ripartiamo e decidiamo di non trascurare la visita ai Monasteri di San Millàn de la Cogolla. Abbiamo il tempo solo per la visita ad uno dei due e scegliamo il più vicino, il Monastero de Yuso (l’altro più antico e affascinante veniamo a sapere che è visitabile solo tramite permesso e non al lunedì). La nostra guida ci accompagna attraverso gli ambienti del vasto complesso monastico ora in possesso dei monaci agostiniani. Qui è stata scoperta la prima scritta in volgare castigliano, se ne conserva una copia. Molti sono i tesori di questo luogo tra tutti spicca l’urna che accoglie i resti di San Millàn, capolavoro in oro e avorio. Le placche in avorio sono originali, non sono tutte ne mancano diverse rubate durante l’occupazione delle truppe al servizio di Napoleone.

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Sono le 20, qui le giornate non terminano mai a causa del fuso orario europeo. Avvisiamo l’albergo del nostro ritardo e poi via verso Burgos, cuore della Castiglia. Docciati e cambiati facciamo un giro notturno per le vie del centro storico e mi tolgo lo sfizio di assaggiare le famose tapas in un locale pluripremiato per questo  piatto. Molto buone ma ahimè chi lo sapeva che le tapas sono assagini da aperitivo! Vado a letto pressochè a pancia vuota… pas mal si è mangiato tanto finora un po’ di dieta renderà il sonno più tranquillo. Fa anche freschetto il termometro di una farmacia segnala 17°, wow che strana estate!

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Per ora è tutto, BUENAS NOCHES…

2 Pensieri su &Idquo;… ULTREYA …

  1. Sto leggendo con profondo interesse queste tue cronache di viaggio e diverse tue riflessioni mi hanno colpita, a cominciare dalla differenza esistenziale tra il vagabondo e il pellegrino.

    Inoltre – avendo un’idiosincrasia per certe manifestazioni di massa – non avevo mai pensato al santuario di Lourdes nei termini che hai posto, ovvero ponendo l’accento sulla ricerca di un senso al male da parte dei malati. La tua prospettiva è affascinante e ha lasciato in me il segno.

    E che dire delle considerazioni di Bartali? Mai citazione fu più appropriata.

    Proseguo questa bella lettura…

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