… ULTREYA …

5 Agosto. Giorno 6 di viaggio

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Ci alziamo senza la sprona di tanti km da percorrere. Oggi tappa breve ho bisogno di riposo.

Visitiamo Burgos. La piazza della cattedrale alle otto di mattina è semideserta, la vita in Spagna comincia tardi. Facciamo comodamente colazione in una cafeteria e poi visitiamo la cattedrale.

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L’ingresso dal portale principale è gratuito, ma esso permette l’accesso solo ad una cappella riservata alla preghiera. Per vedere tutto il complesso è necessario acquistare un biglietto, cosa di cui noi ci muniamo, e dotati di autoguida ha inizio la visita a partire dal portale destro. Il complesso è estremamente ricco pertanto impieghiamo quasi due ore, trascurando anche parte del contenuto.

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La singolarità delle chiese di Spagna alla quale non riuscirò ad abituarmi mai durante le successive visite sono i ricchi arredi di tipo barocco che incombono dentro le strutture gotiche, conflitto tra un’arte simbolica, quella medievale, ed una realistica anche se nelle forme più sobria e severa del corrispondente italiano, quella del cinque/seicento. La navata centrale è occupato da un imponente coro che si alza per metri ed occlude per intero la vista dell’abside così come quest’ultimo è totalmente rivestito da un Retablo imponente struttura lignea che accoglie molte statue dell’Antico e del Nuovo Testamento e della vita della Chiesa ordinate in registri. Tutta la verticalità la luminosità e l’eleganza del gotico vengono così in parte compromesse. All’interno c’è il divieto di fare fotografie, riesco a rubarne qualcuna.

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Proprio al centro della navata tra coro e presbiterio una grande lastra di marmo rosso porta incisi i nomi di Rodrigo Diaz conte de Vivar, El Cid Campeador o più semplicemente Mio Cid e di sua moglie, doña Jimena. Qui sono raccolte le loro spoglie dopo tante traversie. Sosto qualche momento commosso di fronte a questa figura storica ed epica e mi tornano alla mente le parole con cui ha inizio Il cantare del Mio Cid. Sono parole amare parole di un esule costretto ad abbandonare la sua terra la sua casa che vede andare in rovina a causa dei suoi nemici. Ma non prive di fede, tutto è rimesso alla volontà di Dio:

De los sos ojos tan fuertemientre lorando,

tornava la cabeça e estávalos catando.

Vio puertas abiertas e uços sin cañados,

alcándaras vazías, sin pielles e sin mantos

e sin falcones e sin adtores mudados

Sospiró Mio Çid, ca mucho avié grandes cuidados.

Fabló Mio Çid bien e tan mesurado:

«¡Grado a ti, Señor, Padre que estás en alto!

¡Esto me han buelto mios enemigos malos!»

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Un vagabondo costretto a mettere la sua competenza militare e la sua spada al servizio di molti signori… non rivedrà mai più casa sua. Il suo corpo fu trasportato a Burgos alcuni anni dopo la sua morte dalla moglie e dai suoi uomini.

Terminata la visita si è fatto tardi decidiamo di salire al castello dal quale si domina tutta la vallata di Burgos… poi ridiscendendo l’ultimo saluto a Rodrigo lo facciamo passando per la piazza che accoglie la sua statua moderna.

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E’ quasi mezzogiorno lasciamo Burgos con il navigatore che incomincia a malfunzionare, ma ci orientiamo facilmante. Percorriamo un tratto della A-12, l’Autovia del Cammino, e ne usciamo per fermarci in una delle tappe dei pellegrini: Carrion de los Condes. Il luogo non attira e decidiamo di proseguire per Sahagún città più suggestiva caratterizzata da un alto numero di monasteri (tanto da meritare l’appello di Cluny d’Espana) e con le vie del piccolo centro porticate. Non rientro in autovia, ma percorro la N120 che mi permette il contatto con il paesaggio della Mesa. Sono le due oramai gli spagnoli sono tutti a tavola, troviamo gli edifici che vorremmo visitare chiusi non resta altro da fare che mangiare pure noi.

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Terminato il pranzo non aspettiamo le 5 orario di riapertura, ma partiamo alla volta di Lèon dove siamo attesi dai Padri Maristi che ci ospiteranno nei prossimi due giorni.

Giunti in città impieghiamo del tempo per trovare la casa dei padri, ma finalmente ci riusciamo. Dopo aver sistemato moto e bagagli ed esserci rinfrescati i padri ci accompagnano al centro per un primo approccio.

Sono le otto circa e la luce è quella che precede di qualche ora il tramonto, la magnifica cattedrale gotica ne è investita e ci rivela i giochi di colore della pietra con cui è stata costruita.

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Camminiamo per le vie del centro storico fino alla plaza mayor. Qui abbiamo l’incontro con la Movida, o meglio con il suo inizio dato che essa ha luogo durante la notte.

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Seduti al tavolino di un pub dove sorseggiamo una birra fresca accompagnata da una specialità locale fatta di carne secca (davvero squisita) mio cugino e i suoi confratelli intessono una lunga chiacchierata in lingua spagnola. Io guardo un po’ intorno. Oltre il nostro tavolo giunge una donna. Non è più tanto giovane anche se il suo abbigliamento è frutto di una delle recenti mode. Prende posto da sola in un tavolo e ordina qualcosa. Porta con se in braccio un piccolo cane a cui rivolgerà per tutto il tempo il suo affetto con carezze e baci. Sono come stretto da una morsa di ghiaccio, un’immagine così potente della solitudine non l’avevo ancora vista. La movida, la vita notturna, l’animazione, il divertimento, l’assenza di una meta e di un viaggio lungo e faticoso per raggiungerla (come i pellegrini che abbiamo incontrato negli ultimi due giorni)… sono oscuro presagio.

Con una lucidità disarmante il poeta inglese T.S. Eliot in The waste land:

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena 
Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende 
Come un tassì che pulsa nell’attesa, 
Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite, 
Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere 
Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende 
Il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto.
La dattilografa a casa all’ora del tè, mentre sparecchia la colazione, accende 
La stufa, mette a posto barattoli di cibo conservato. 
Pericolosamente stese fuori dalla fìnestra 
Le sue combinazioni che s’asciugano toccate dagli ultimi raggi del sole, 
Sopra il divano (che di notte è il suo letto) 
Sono ammucchiate calze, pantofole, fascette e camiciole. 
Io Tiresia, vecchio con le mammelle raggrínzite, 
Osservai la scena, e ne predissi il resto – 
Anch’io ero in attesa dell’ospite atteso. 
Ed ecco arriva il giovanotto foruncoloso, 
Impiegato d’una piccola agenzia di locazione, sguardo ardito, 
Uno di bassa estrazione a cui la sicurezza 
S’addice come un cilindro a un cafone rifatto. 
Ora il momento è favorevole, come bene indovina, 
Il pasto è ormai finito, e lei è annoiata e stanca, 
Lui cerca d’ impegnarla alle carezze 
Che non sono respinte, anche se non desiderate. 
Eccitato e deciso, ecco immediatamente l’assale; 
Le sue mani esploranti non incontrano difesa; 
La sua vanità non pretende che vi sia un’intesa, ritiene 
L’indifferenza gradita accettazione. 
(E io Tiresia ho presofferto tutto 
Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto; 
lo che sedei presso Tebe sotto le mura 
E camminai fra i morti che più stanno in basso.) 
Accorda un bacio finale di protezione, 
E brancola verso l’uscita, trovando le scale non illuminate…

Lei si volta e si guarda allo specchio un momento, 

Si rende conto appena che l’amante è uscito; 
il suo cervello permette che un pensiero solo a metà formato Trascorra: «Bene, ora anche questo è fatto: lieta che sia finito.» 
Quando una donna leggiadra si piega a far follie 
E percorre di nuovo la sua stanza, sola, 
Con una mano meccanica i suoi capelli ravvia, 
E mette un disco a suonare sul grammofono. (da Il sermone del fuoco)

Lascio queste strade caratterizzate da una falsa gioia, triste. Ahimè non sono confinate a Lèon, ma albergano in tutti i luoghi nei quali vivo. Prendetemi per un vecchio scorbutico quando con insistenza dichiaro il mio non amore per le città e tutte le loro sfavillanti luci e attrazioni, non me ne avrò a male, non mi piacciono i luoghi privi d’aria mattutina e di luce solare, hanno il disperato sapore delle menzogne.

Tornati a casa mangiamo in compagnia dei padri che dopo cena ci indirizzano su cose belle da vedere per il giorno successivo. Poi andiamo tutti a nanna.

6 Agosto. Giorno 7 di viaggio

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Oggi la nostra non è una tappa, ma una divagazione, percorriamo un circuito ad anello con inizio e fine a Lèon. Dovrebbe essere un giorno di riposo, ma giungeremo stanchi a fine giornata.

Torniamo in centro per la visita alla città che inizia con la cattedrale. Questa volta niente moto all’andata approfittiamo di un passaggio a ritorno ci facciamo una lunga passeggiata a piedi.

Ed eccoci davanti alla “Pulchra leonina” appellativo che si deve alla bellezza e alla “fragilità” di questa cattedrale, pronti a varcarne la soglia, desiderosi di accedere al suo spazio.

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La cattedrale gotica. Pietra e luce…. Una cattedrale non la si può raccontare ne descrivere e neppure fotografare. Se ne può fare esperienza. Ma perché la si esperisca per davvero in chi varca la sua soglia deve albergare un duplice sentimento quello della curiosità e del desiderio, etimologicamente intesi.

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Non trovo le giuste parole per dirvi del mio stupore dell’incanto una volta all’interno, lascio a Regine Pernoud il dirci sinteticamente cos’è questo luogo:
“Come è stato fatto notare più di una volta, i templi antichi sono attaccati alla terra: le loro colonne massicce, l’assoluta regolarità della loro pianta, i canoni che ne determinano la disposizione e la decorazione, le loro linee orizzontali; tutto in esso si oppone alle nostre cattedrali, dove la linea è verticale, dove la cuspide punta verso il cielo, dove la simmetria è disdegnata senza che l’armonia sia compromessa, dove infine le esigenze della tecnica si alleano alla fantasia dei capimastri con facilità sconcertante. Esaminando da vicino una cattedrale gotica si è sempre tentati di vedervi una specie di miracolo: miracolo di quelle colonne mai rigorosamente allineate e che tuttavia sopportano il peso dell’edificio, miracolo di queste volte che ruotano, si incrociano, girano su sé stesse e si scavalcano: miracolo di quelle pareti traforate nelle quali entra spesso più vetro che pietra; miracolo infine dell’intero edificio, meravigliosa sintesi di fede, d’ispirazione e di pietà.”

Io più che ascoltare l’audioguida indugio nell’inseguire le linee verticali dei costoloni che si intrecciano alla sommità delle cuspidi e nel lasciarmi incantare dalla luce che filtra attraverso migliaia di vetri colorati con motivi geometrici e più su una foresta inestricabile di sante e santi, regine e re donne e uomini storie, storia.

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L’audioguida mi informa che il complesso delle vetrate di questa cattedrale e secondo se non pari a quello della cattedrale di Chartres… uscendo ho la folle idea che al ritorno allungo una tappa fin quasi ai sobborghi di Parigi per vedere coi miei occhi se è vero!

La nostra visita della città prosegue con un’altra chiesa, più dismessa, ma non meno importante La real basilica di Sant’Isidoro, in essa riposano le spoglie di Isidoro di Siviglia, ultimo dei Padri della Chiesa Occidentale. Visitiamo l’edificio immerso nel buio e sostiamo in preghiera davanti all’urna contenente i resti del santo. La nostra visita dovrebbe continuare con il museo dove è collocato il pantheon dei re di Lèon, ma preferiamo utilizzare il tempo a disposizione per vedere uno dei più grandi ospizi che accoglievano i pellegrini lungo il Cammino di Santiago, il convento di San Marcos, oggi un albergo.

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Rientrati a casa prendiamo la moto e senza far uso di Autovie seguiamo un tracciato stradale che ci porta a stretto contatto con l’itinerario seguito dai pellegrini.

Superata Astorga, che ci ripromettiamo di visitare al ritorno, imbocchiamo la LE-142 nostre tappe due piccoli borghi della Sierra che divide Astorga da Ponferrada: Castrillo de los Polvazares e Rabanal del Camino.

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“Castrillo de los Polvazares es un pueblo maragato, cioè della Comarca de la Maragateria. Attualmente la principale attività economica è basata sul turismo e l’artigianato. Le sue principali attrazioni sono la sua architettura tipica e la cucina, in cotto Maragato come distintivo.”

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Così parte delle informazioni in nostro possesso. Ora vi invito a guardare le foto scattate per i vicoli del villaggio… se non avete il desiderio impellente di staccarvi dal vostro pc salire su una moto (o altro veicolo) farvi poco più di 2.000 km e sostare in questo pueblo, mi sa tanto che siete già cadaveri e mannate puzzo. Perdonatemi il raccapricciante linguaggio “ma quanno ce vo’ ce vo’”.

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Rabanal del Camino, altro pueblo maragato. L’importanza assunta negli ultimi anni lungo il Cammino in parte hanno mitigato i forti tratti che contraddistinguono Castrillo. Qui facciamo tappa per il pranzo in una locanda per pellegrini sita proprio a fianco della Chiesa principale e di un ostello. Seduti a tavola a chiacchierare mentre attendiamo di essere serviti si rivolge a noi una coppia del tavolo a fianco. La familiarità della lingua in terra straniera suscita quasi istantaneamente simpatia. Così loro vengono a sapere del nostro strano viaggio alla scoperta delle ricchezze del cammino di Santiago e noi veniamo a sapere che loro sono pellegrini in bici desiderosi di vivere quel Cammino di cui hanno tanto sentito parlare. A pranzo terminato ci congediamo dai nostri simpatici vicini e riprendiamo la strada, meta Ponferrada e il suo ben noto castello dei templari.

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Finora non vi ho parlato della strada. Il tratto che unisce Astorga a Ponferrada, esente da traffico che preferisce la veloce autovia, e di un fascino irresistibile. Si tratta di una strada non molto ampia a volte sconnessa che si arrampica sulla sierra fino al passo per poi ridiscendere a Ponferrada con una notevole pendenza e stretti tornanti. L’alto è marcato da una croce e da una piccola chiesa in pietra grigia e tetto in losa. Coloro che si fanno pellegrini per Santiago di Campostela ben conoscono questo passaggio. La cruz de hierro è uno dei luoghi più significativi dell’intero Cammino. La tradizione vuole che colui che si fa pellegrino per Santiago raccolga una pietra all’inizio del suo pellegrinaggio proporzionata ai peccati che vuole espiare e la depositi qui in un atto che simboleggia il liberarsi di quei peccati. Oggi insieme al monte di pietre che sostengono la croce si trovano molti altri oggetti di carattere personale che vengono deposti dai pellegrini con o in sostituzione della pietra. Al nostro giungere troviamo dei giovani ragazzi che si riposano seduti sulla piccola collinetta di pietre ai piedi della croce ed altri che sono lì in giro. Il colore del cielo cosparso di nuvole bianche per nulla minacciose è straordinario, la croce si staglia contro questo azzurro e tutt’intorno roccia e conifere. Un piccolo paradiso. Approfitto per fotografare e farmi fotografare in sella al mio panzer che finora nonostante qualche peccato veniale di gioventù si è comportato bene e ci ha portati fin qui.

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Scendendo verso Ponferrada incontriamo la località di Molinaseca che pullula di pellegrini, alcuni di loro fanno il bagno nel torrente, se lo meritano! Il pueblo è molto bello vorrei fermarmi, ma abbiamo fatto un po’ tardi. Siamo attesi dai templari a Ponferrada e da Gaudì ad Astorga. Peccato!

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Ponferrada è il suo magnifico castello le cui origini si debbono all’ordine dei templari. Sono buono e vi risparmio tutto quanto potrei dirvi su questo luogo, ma molto di più sui suoi artefici da qualche secolo al centro di letterature fantasiose se non demenziale tout court che nulla hanno a che fare con la loro storia vera ben tracciata nei documenti dell’epoca. Nè riporto solo un piccolo frammento, uno dei più belli,opera di Bernardo di Chiaravalle estratto dal suo De laudae novae militiae la cui eco paolina è evidente:

“Questo cavaliere di Cristo è un crociato permanente, impegnato in un duplice combattimento: contro la carne e il sangue, contro le potenze spirituali nei cieli […]. Ha rivestito il petto con la cotta di maglia, l’anima con l’armatura della fede. Munito di queste due difese non teme l’uomo né il demonio. Avanzate dunque con sicurezza, cavalieri, e scacciate davanti a voi, con cuore intrepido, i nemici della croce di Cristo: né la morte né la vita, ne siete sicuri, vi potranno separare dal suo amore […]. Com’è glorioso il vostro ritorno da vincitori nel combattimento! Com’è felice la vostra morte da martiri in combattimento!”

Testo non facile nella sua comprensione poiché è un testo attuale all’epoca nella quale viene redatto un’epoca difficilmente comprensibile per noi moderni. Non incita per nulla alla guerra santa, alla guerra in nome di Dio, come una lettura superficiale può dare ad intendere. Invita invero ad una vita vissuta nella pienezza del dolore e della sofferenza senza scansare alcuna fatica certi che tutto verrà ricapitolato nell’amore di Cristo.

Senz’altro indugio vi lascio alle foto scattate durante la nostra visita con ingresso gratuito (solo al mercoledì), una volta tanto fortunati!

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Recuperata la moto torniamo verso Astorga che abbiamo trascurato all’andata, ma non prima di essere passati per la piazza che accoglie il monumento al cavaliere templare, dove in sella al mio misero destriero in plastica alluminio ed acciaio mi faccio fotografare in sua magnifica compagnia… beh è una rotatoria non ci si può fermare sono costretto a girarle attorno due tre volte mentre il cugino che si improvvisa maldestro fotografo cerca di ficcare entrambi in una stessa immagine.

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Via più veloci della luce verso Astorga dove giungiamo in breve. Visitiamo la bella cattedrale e il biglietto comprende anche la visita all’annesso museo che percorriamo velocemente. Ahimè qui commettiamo un errore. Il museo che ci era stato consigliato, quello bello da vedere, è quello dedicato al Cammino di Santiago contenuto all’interno del bel palazzo opera di Gaudì nei pressi della cattedrale e che ci sfugge poiché oramai l’ora è tarda e a Lèon ci aspettano. Non ho accolto di buon occhio cori e retablos collocati dentro queste superbe cattedrali gotiche, ma quello di Astorga colpisce per la sua bellezza e la potenza espressiva delle statue lignee. Provo a fotografarlo ma senza cavalletto e con lo stabilizzatore non disattivato le foto non sono granché.

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Mentre torniamo alla moto parcheggiata all’ombra delle possenti mura della città vecchia attraversiamo le vie di Astorga con vetrine piene di dolci, in particolare di cioccolata una vera prelibatezza che vorrei gustare, ma oggi stranamente ne piove ne fa freddo anzi per la prima volta da quando siamo partiti è piena estate.

Si torna a Lèon dove ceniamo con i padri. Doveva essere una giornata di riposo, in particolare dalla guida, così non è stato ho difatti registrato più di 200 km e siamo rimasti in giro circa 12 ore, la moto oggi per averci portato sulle strade dei pellegrini viene ufficialmente insignita della “conca”.

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E’ ora di andare a nanna sapendo che è l’ultima volta che mi godo il sonno senza tappi da domani si ricondivide la camera “con mi primo che ronca” (bello ‘sto spagnolo, espressivo)…. Buenas Noches!

7 Agosto. Giorno 8 di viaggio

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Lasciamo Lèon di buon mattino. Fa freddo. Sono costretto a fermarmi per indossare la giacca al di sopra della traforata. La nostra meta è l’Alto do Cebreiro, la porta della Galizia, il passo che lungo il Cammino di Santiago obbliga i pellegrini a raggiungere la massima altitudine. Qui manchiamo la visita di Piedrafita con le sue tipiche costruzioni, le Palloza, che ricordano tanto le abitazioni del villaggio gallico di Asterix e Obelix.

Fermi in cima al passo ci facciamo immortalare da alcuni ciclisti senza neanche toglierci i caschi.

Elmo e corazza non mancarono, stivali pure (ehm uno dei due aveva le scarpe da tennis, che glie possino), cavallo uno per due così come l’antico sigillo dell’ordine del tempio simbolo di fraternitas et paupertas.  Mancò la spada e dire che ne volevo comperare una ma il mio compare si è rifiutato di viaggiare tutto il tempo con un arnese di acciaio infilato di traverso alle due valigie laterali sotto le sue gambe …. vabbè non è andata proprio così ma ogni tanto, mentre mi improvviso scrittore per stendere questo resoconto di viaggio, infiorettare un po’ la realtà è d’obbligo.

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Scendendo dal valico, oramai in terra galiziana, facciamo tappa presso il Mosteiro de Samos che ci accoglie con il suo possente edificio immerso nel verde e bagnato da un torrente. Sui ponti  l’insegna compostelana, la conca. Affascinante il suo orto botanico, nel quale fervono lavori di manutenzione.

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Manchiamo la visita dell’interno per mancanza di tempo anche se approfittiamo per mettere qualcosa sotto i denti, non abbiamo ancora fatto colazione. Vicino a noi dei ciclisti che si fregiano della “conca”, ma non hanno affatto l’aria di pellegrini. Lei giovane e in smagliante forma con bambina al seguito che le da noia è circondata, circuita, da un gruppo di uomini che l’accompagnano, anch’essi amanti della bella forma fisica. Non mostra cura alcuna per il gestore del bar, maltrattandolo, mentre lui lavora instancabilmente tutto solo per far fronte alle richieste dei diversi clienti… mi sa tanto che hanno sbagliato posto, questi manichini dovrebbero andare a fare bella mostra di se altrove! Ok, sto invecchiando e diventando sempre più scorbutico… chiamatemi pure Vecchio dell’Alpe 😀

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I pellegrini li incontriamo numerosi e variopinti una volta superata Sarria a Portomarin, pueblo costruito su di una collina lambita dal Rio Miño e attraversato da un lungo ponte moderno. 

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Decidiamo di salire nella cittadina per dare un’occhiata all’imponente mole della chiesa di San Nicolàs in stile romanica caratterizzata da un grande rosone ben visibile a diversi km di distanza. Si tratta di un edificio fatto costruire dall’Ordine dei cavalieri di San Giovanni, gli Ospedalieri (oggi cavalieri di Malta) smontato e ricostruito qui (come altri monumenti) mentre prima era collocato nel vecchio villaggio di Portomarin che ora giace sotto il livello dell’acqua dell’invaso artificiale. Ha tutta l’apparenza di un’edificio militare più che ecclesiale, un autentica chiesa-fortezza, dalle linee sobrie, essenziali, austere segno esteriore della vita che conducevano gli appartenenti all’ordine monastico-militare.

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Qui un’immagine opposta a quella dei ciclisti: una giovane donna paraplegica sta compiendo il suo pellegrinaggio su un veicolo elettrico, al suo fianco un ragazzo che l’accompagna. Mi oltrepassano mentre sistemo i bagagli della moto. Azzardo un sorriso nei suoi confronti, lei contenta lo ricambia
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Ripartiamo, ora la nostra meta è la meta ambita da tutti i pellegrini, la città di Santiago li ci attende l’abbraccio con il Santo.

Prima di giungere a Palas de Rei il navigatore ci spinge su una piccola stradina di campagna la LU-P-3301. Segnate questo indicazione, se percorrerete il Cammino di Santiago non potete mancare questo pezzo di strada. Scoprirò solo dopo che è uno dei tratti più antichi del Cammino. Esso fu sotto la protezione dei cavalieri dell’Orden de Santiago a partire dal 1184 per i secoli a venire. Qui il nostro incontro con i pellegrini è faccia a faccia. Vado piano per paura di non trovarmeli davanti dietro una curva, molti infatti camminano sulla strada.

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Sono di tutte le età… mi commuove vedere tutte queste persone affrontare un così lungo viaggio a piedi verso una meta che non offre nulla di tutto ciò che attrae nella Movida. Le donne non curate nel trucco gli uomini sudati e con la barba non fatta, i bimbi impolverati e affaticati gli anziani con i volti tesi. Chi sono costoro, cosa cercano, perché sono qui, perché io sono qui più che attendere a qualche motoraduno di bikers?

“Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino errante di luogo in luogo. I miei beni terreni sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro.”

Tra gli inizi più belli di tutta la letteratura d’ogni tempo, pari all’Amleto di Shakespeare o al racconto del Facchino di Bagdad, i racconti di un pellegrino russo, trattato spirituale, romanzo picaresco, risplendente poema russo e fiaba classica, scrive Cristina Campo, rivelano me a me stesso e in un modo che non conosco mi fanno fratello di questo popolo in cammino.

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Noi, in moto, in poco meno di un’ora giungiamo a Santiago, la meta. Il tempo è peggiorato molto da questa mattina quando abbiamo lasciato Lèon. L’aria è grigia e rende ancora più cupa la pietra scura di cui sono fatti gli edifici del centro storico del capoluogo della Galizia. Troviamo la cattedrale avvolta in buona parte dalle impalcature per il restauro di cui questo edificio ha un evidente bisogno. Entriamo e ci mettiamo in fila per il tradizionale abbraccio con il santo poi scendiamo per una preghiera sulla tomba dell’apostolo.

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Lo avevo studiato nel mio corso universitario di storia dei pellegrinaggi: il pellegrinaggio a Santiago si distingue per l’importanza della via sulla meta. Ed è così. Non desidero rimanere a lungo nella città galiziana. Ultreya: andiamo oltre fino ai confini della terra… dopo aver pranzato ovviamente. E qui devo dire che siamo messi sotto scacco da un servizio lentissimo che ci inchioda al tavolo per quasi due ore solo per un menù turistico e meno male che eravamo noi ed un altro tavolo gli avventori di questo locale!

Prima di raggiungere il capo di Fisterrae, facciamo tappa a Ézaro nota per le uniche cascate di tutta Europa che si gettano in mare. La strada che percorro è un’altra stradina di campagna suggeritami dal Garmin, tornanti e pendenze imbarazzanti con tanto di attraversamento di una diga. E’ il nostro primo incontro con l’Atlantico, il mare Oceano.

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La strada prosegue per la punta e il faro di Fisterrae che troviamo avvolti nelle nuvole. L’aria è umida e fa freddo. Alcuni ragazzi vista la targa italiana ci fermano. Vengono anche loro dal nostro paese su moto, sono provati a causa del viaggio. Noto che il loro equipaggiamento non è dei migliori ne la moto adatta a lunghi viaggi. Lì rincuoro e dico loro che non dimenticheranno questo viaggio facilmente e le fatiche saranno spazzate vie dalla loro giovane età. Funziona a metà uno di loro vorrebbe averlo fatto su una moto comoda come la mia, così si fa fotografare in nostra compagnia davanti al mio carrarmato. Facciamo un giro della punta invaso da una moltitudine di pellegrini e turisti, bagnati e infreddoliti mentre un cane ben avvolto nel suo folto pelo ci osserva curioso.

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Per oggi ne abbiamo abbastanza e decidiamo di raggiungere l’albergo prima possibile… cosa facile? Macché, sotto una pioggia battente su piccole stradine della costa galiziana riusciamo con difficoltà nell’impresa. L’hotel è situato in una piccola baia con tanto di spiaggia sull’oceano… Arriviamo stanchi e fradici non trovo le forze di scendere subito sulla spiaggia. Perdo così l’unica occasione perché subito dopo ricomincia a piovere e il buio scende definitivamente tutt’intorno. Cena in albergo e a nanna…. Wow se continua così mi trasformerò in un tritone.

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Notte!

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