The Sunny Girl & the Oldman

E così sono di nuovo su una GS. Non che la nuova Africa Twin mi sia dispiaciuta tanto da volermene disfare dopo 3 mesi, ma la nuova Honda non è una mulo mangia chilometri. Non ha la stazza, lo spazio, la capacità di carico e l’indistruttibilità della giessona bavarese che ben si presta ad accogliere me e il mio neofita co-pilota. Alla AT va il merito di una ottima ciclistica ed una propensione all’off road che ricorda in parte la vecchia Africa. Sulla componentistica e le finiture sono invece molto perplesso.Ma torniamo alla strada ed ai suoi stravaganti abitanti, perché sono sempre loro i protagonisti di quell’On the road life che qui vogliamo raccontarvi ancora una volta.

Questa volta c’era il desiderio di vedere le Alpi sul finire dell’inverno. Tante volte le ho attraversate in estate, mai in altre stagioni e di tutte l’inverno è quello che più amo vivere e fotografare quando sono su due ruote. Quando incominci a salire sembra come varcare le soglie di un Eden nonostante molta violenza è stata perpetrata dagli uomini nell’ultimo secolo a queste montagne. Diventa d’obbligo uscire il più possibile dai soliti circuiti se si vuol ritrovare l’inaccessibilità di questa antica barriera orografica che divide l’Italia dall’Europa continentale e non affidarsi agli itinerari dei siti specialistici, o presunti tale. Avventurarsi in posti meno frequentati può riservare sorprese d’ogni genere. Dunque occhi ben aperti e prudenza sempre.
Noi abbiamo scelto come base la Val Posina sormontata dalla cima del Pasubio, un monte che evoca la tragedia della Grande Guerra. Qui abbiamo vissuto il triduo pasquale di venerdì e sabato santo e della Pasqua. Lo abbiamo vissuto mescolandoci alla piccola comunità montana di Posina e al suo parroco, rigorosamente made in Africa 😄! Ma da bravo motociclettaro non mi sono fatto mancare due bei giroingiro.
Nel primo giro la nostra idea era quella di risalire la val di Posina e attraverso il passo della Borcola e scendere verso Rovereto. Ahimè sapevamo che era un tentativo a rischio. Già all’ingresso della valle si avvisavano gli automobilisti della strada chiusa per neve. Neve che nonostante temperature calde da diversi giorni abbiamo incontrato all’altezza del tornante n° 10. Pas mal, lo scenario nonostante la densa foschia è affascinante. Su consiglio di un adolescente in sella ad una moto da cross ci siamo spostati su una spiazzo che dominava tutta la valle ed il Pasubio era là di fronte a noi e ci si proponeva nei colori della roccia e nelle ancor ampie chiazze di neve che lo adornavano. Si torna indietro e decidiamo di salire su a Passo Xomo a vedere se è possibile arrivare alla strada delle 52 gallerie. Arriviamo a Passo Xomo, ma più su con la moto non si va. Neve anche qui. Qualche foto e giù questa volta verso la provinciale che collega Schio a Rovereto. Ci fermiamo a mangiare alla trattoria di Ponte Verde (davvero molto buono ed anche economico il pranzo che consumiamo). Poi dopo una serie di scatti fotografici a casco e cascata, così li battezza la Anne, riprendiamo il nostro giro che interrompiamo proprio al confine tra Veneto e Trentino per una deviazione all’ossario del Pasubio. La neve, il suo manto ricopre le ferite della terra e attutisce i suoni perché qui le parole non hanno senso se esse non si sciolgono in preghiera verso il Signore delle cime.
Oramai incomincia a far tardi e riprendiamo il nostro giro percorrendo la provinciale sin quasi a Rovereto. Siamo a strapiombo di una stretta valle alpina con la presenza anche di invasi artificiali. È una strada bella per andare in moto ed infatti incrociamo molti motociclisti alla ricerca della piega. Noi invece seguiamo i consigli dei cartelli che ci ricordano che la vita vale più di una piega e lentamente ci gustiamo il paesaggio che scorre sotto i nostri occhi, mentre la Anne tira scatti una po’ qua e un po’ là. Giunti a valle risaliamo per Folgaria. Strada comoda e panoramica con le montagne innevate a farci da sfondo. Poi giù verso Vicenza e prima di arrivare, a sinistra per la nostra Posina.

Il secondo giro, il giorno di Pasqua, inizia all’insegna di un cielo grigio e di nebbia che riempie le valli. Così dopo un piccolo conciliabolo scegliamo di dirigerci verso l’altopiano di Asiago. Se ci sorprende la pioggia avremo di che ripararci. Bella la strada che sale, comoda. Giunti su però ci attende un luogo dalla forte impronta del turismo di massa. Dopo un’anonima colazione sento crescere la voglia di fuga. Percorriamo tutto l’altopiano e scendiamo dalla parte del Brenta. Qui scopro che il piccolo groviglio della mappa è una strada con 20 stretti tornanti e tante curve. La percorriamo con prudenza, due autovetture affiancate non passano nei tornanti. Il manto della strada poi non è dei migliori. Giunti a valle ci fermiamo a guardare in su. La strada appena fatta sembra appesa alla roccia della montagna, una inattesa fatica che vale la pena… Il tempo tiene… Un unico pensiero: Dolomiti. Avevo studiato la mappa il giorno prima e non mi aveva abbandonato l’idea delle Pale di San Martino e del passo Rolle. Così via per la statale in direzione Trento prima e poi verso Fiera di Primero per arrampicarci tra le montagne più belle del mondo😊 il paesaggio è suggestivo e cattura il nostro sguardo tanto negli ampi paesaggi quanto nei particolari di cui la nostra strada è disseminata. Siamo euforici! Le parole mancano e vi lascio alle foto. Giunti a passo Rolle sosta pranzo. Tanta gente che approfitta per sciare, ma niente moto, ci osservano come degli alieni. Ed in fondo lo siamo, ci manca proprio la stoffa da vacanzieri o turisti. A pranzo concluso ci attende una lunga via per recuperare la Val di Posina. Questa volta sarà veloce ed obbligata da una certa stanchezza del mio copilota e mia: prima giù verso Bolzano, poi da Bolzano a Trento in autostrada e poi ancora per Folgaria verso la val di Posina.

Visto dal posto del co-pilota

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“Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?” In questa domanda risuona un antico desiderio: quello di varcare una soglia, di passare da una terra ostile ad un suolo capace di ospitare una promessa, di colmare una sete di vita.
Preparare il bagaglio per fare la Pasqua chiede essenzialità, tanto più se l’esodo si fa su due ruote. Ti chiede di prendere in mano i tuoi desideri e di decidere che cosa portare per il viaggio, ti chiede di fare i conti con il cammino ancora prima di partire. Ma che cosa serve per la Pasqua? Cosa rende la vita un’esperienza di passaggio? Le quattro cose che metti nella busta di plastica per preservarle da eventuali piogge diventano l’occasione per misurarti con la strada che ti porti dentro.
Quest’anno ho scelto di “risorgere” in sella ad una moto e a dirigere le sue due ruote verso i monti. Uscire dalla città eterna in cerca di una terra di confine, dove l’aria si carica di profumi d’erbe e di legna arsa nelle stufe delle piccole case di montagna. Tutto ricorda l’estrema condizione del vivere e la fiducia nella sua fragile tenuta … la tensione dell’uomo verso l’alto e la resistenza della ruvida terra che lo trattiene, che lo accoglie con la stessa semplicità con cui egli la prepara per dare frutto. Ciò che porti con te deve essere degno di questa concretezza, leggero e funzionale, capace di stare in una borsa legata appena dietro la sella. Poche cose, pochissime. Troppo poche? Non manca nulla a chi porta l’essenziale – è una lezione di vita che si è confermata anche questa volta. Il viaggio stesso ti dà il bagaglio da portare con te, quello che calza sempre, ad ogni tempo. Mentre fai la tua strada in lunghezza, la strada “ti fa” in profondità.
Quando sei in sella come “co-pilota” ad una moto ti misuri non solo con la strada. Viaggiare così è un’esperienza di fiducia: nella strada che si apre davanti a te, nel pilota che su di essa (ti) guida, in te stessa che sai benissimo di essere alle prime armi. Sì, mi sono misurata con questa e quelli – che scoperta!

I pochi rumori dell’attività degli abitanti della Valle fanno intuire fin dal nostro arrivo qualcosa di segreto che la Pasqua ormai vicina custodisce in questo luogo. Dopo 550km anche i più fragili segni di nuova vita danno fiducia e incoraggiano, rendendo la fatica del viaggio un fremito e una speranza. Puoi segnare con il dito sulla mappa l’itinerario, ma farlo realmente è un’altra cosa. Senti tutte le tue ossa (anche quelli che non pensavi di avere!) quando hai seguito le diritte e le storte del cammino, quando ti sei abbeverato di orizzonti che si spingevano sempre più in là. Una sconosciuta gioia abita questi miei dolorini quando scendo (con poca classe!) un po’ incriccata dalla moto.
Le vie che ci hanno portato sotto l’ombra del Pasubio hanno qualcosa di familiare. Le tenere gemme e alcuni timidi messaggeri floreali osano già annunciare la primavera che la valle attende e a cui gli scampoli di neve lungo i bordi delle strade sembrano resistere con dispetto. Qui a Posina, ci dicono, le cose accadono con calma. “Pian’ pian’” è il motto della Valle e lo stile di vita che si tramanda. E non c’è fretta per chi ha scelto il viaggio come parabola di questa pasqua. Non c’è fretta in questo posto in cui il tempo sembra scorrere con un ritmo antico.
Le esile colonne di fumo che salgono dai camini fanno intuire che la montagna respira con il fiato solenne. Il freddo delle notti svela una disseminata quantità di stelle per questi due pellegrini della bellezza, venuti da lontano e così vicini a questo mondo tinto di profondi silenzi e colori riservati. Non è un posto per turisti, questo, ma un luogo per appassionati della semplice vita, dei sapori e odori originali, amanti del canto degli uccelli e delle moto-seghe che in lontananza rendono presente l’impegno costante e faticoso di custodia e coltivazione, di cura della genuinità di questo suolo e delle sue relazioni.

Sabato Santo: il giorno si apre al Grande Silenzio. Oggi non suoneranno le campane… Ma ancora una volta, la realtà è più grande di un’ordinanza liturgica, fosse anche millenaria, e allora dal campanile si innalza il richiamo alla preghiera appena le luci del mattino raggiungono la valle. Qui a Posina si fa alba con una certa timidezza, tanto più in questa stagione, in cui le nebbie del basso suolo avvolgono tutto come se fossero sottili veli. Oggi vorremmo scavalcare la montagna seguendo il passo della Borcola, con meta Trento. La strada si spoglia d’ogni trucco mentre seguiamo il suo filo grigio oltre la Contrà Grison. Troviamo confermato l’avviso della “strada chiusa” per mezzo di una sbarra messa malamente al primo tornante. Qualcosa stuzzica dentro la voglia di andare a vedere oltre la prima curva. E poi… suonavano molto rassicuranti le parole della signora a L’Alpino che ci aveva preparato la colazione. Proviamo a salire, pian piano.
Poco prima del 10° tornante incontriamo una slavina di neve che mette alla prova il nostro tentativo di “vincere la montagna” e qualche curva dopo una distesa bianca che lo ferma definitivamente. La natura non comanda, ma si fa rispettare. Essa ha linguaggi chiari, discreti e insistenti. “Stop! Qui non passi!”. Scendiamo allora, non senza una breve sosta per qualche scatto, con le cime innevate davanti agli occhi e alle nostre spalle. C’è qualcosa di sacro in quelle rocce che si innalzano maestose di fronte a noi, una terra che racchiude in sé tanta storia e ancora più futuro.
Ritentiamo la salita dal Passo Xomo con la speranza di raggiungere le 52 gallerie. Ma ecco: “Pazienza”… tutto sembra dire questa parola magica. Il passo è chiuso ancora fino a metà aprile e non resta che cambiare strada, pian piano, secondo il motto della Valle.
La visita all’Ossario diventa allora un momento speciale, posta all’interno di un Triduo Pasquale, che ha come cuore la grande Veglia attorno al mistero della Vita e della Morte… La torre costruita a memoria dei defunti sembra un faro, una sentinella. Lì, in alto, visibile da lontano, a congiungere la terra con il cielo e l’uomo con il suo Dio… spunta anche un angelo col casco a mostrarsi con le sue ali d’acciaio spiegate.
La grande guerra, la guerra bianca, ci si rende presente per mezzo di un singolare scenario con una grande pace. La neve copre la nuda roccia. Tutto tace, quasi da brivido. L’attesa del clima più mite di questi giorni si mescola con una specie di fremito di rinascere, di tornare a portare vita in tutti i luoghi ostili, sulle ruvide punte dei monti in cui si sono consumati le giovane vite di innumerevoli soldati, anch’essi – a loro tempo – pieni di speranze in tempi migliori.
Proseguiamo per Ponte Verde su una stradina onesta che serba pochi incontri tra boscaioli e motociclettari. Anche questa volta le solite demarcazioni a confine dell’asfalto sono sostituite dalle frange di neve che qui e là resistono al sole della primavera. Dietro ogni curva si aprono nuovi squarci su quelle valli incantate. L’orizzonte si apre un po’ alla volta, mentre saliamo, chiedendo prudenza e suscitando ammirazione; me lo godo chilometro per chilometro. Dal mio posto di copilota cerco di seguire il meglio possibile l’andamento della moto, ma confesso che di tanto in tanto mi distraggo da tanta bellezza e vengo sorpresa da un tornante o una frenata. Lo strapiombo di alcuni tratti non fa che ricordare la grandezza e la piccolezza dell’uomo che vi ci “danza”, sopra quegli strani e stretti fili grigi ricamati lungo le pareti dei monti.
A sera si fanno sentire i chilometri “ondeggiati” nelle braccia e nelle gambe perché non è affatto vero che il pilota di una moto sia soltanto chi la porta. Anche il farsi portare è una guida attiva; per lo più una guida con tutti i 5 sensi. Ti sfianca e ti carica allo stesso tempo: è un vero e proprio lavoro e l’appetito notevole a fine di una giornata on the road ne prova la serietà – anche se c’è chi afferma che sia tutta colpa dell’aria pulita!

La partenza in questa Domenica stenta. Il cielo è fosco, come se fosse stanco. L’esperienza di ieri insegna, e scegliamo la route “bassa” per non trovarci nuovamente bloccati dalla neve: passando per Arsiero e Asiago, in direzione Feltre, partiamo per le Pale di San Martino e il Passo Rolle.
Vogliamo vedere dove porta la via e una volta lasciato alle spalle l’altopiano di Asiago, saliamo sulle Dolomiti. Dinanzi alla maestosità di queste cime fermiamo il motore. Non manca la gente intenta a rubare all’inverno ancora questa o quell’altra discesa sugli sci. La piccola baita del Passo Rolle a quasi 2000m fa incontrare gente di tutte le lingue e provenienze, piccoli e grandi. Una Babele sul monte, anche se tutti si intendono sui gusti del luogo: rigorosamente si serve speck, formaggio piccante e pane casareccio. Mi viene da ridere a pensare la nostra comparsa su due ruote lì come una specie di annuncio ufficiale della fine della stagione. Infatti, qualcuno brontola sottovoce un “ma non è mica ancora una giornata per andare in moto!” e guarda diffidente verso di noi. Haha, andare in moto è un’antica profezia di libertà. Chi vuol capire, capisca… chi torna sulla strada se ne infischia 😉 ”

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Anne! Chiamo. Aspetta a salire, metto la moto in piano e tiro giù il cavalletto. Questo bisonte d’acciaio è leggero e sicuro finché il suo peso resta in equilibrio, ma ti scaraventa giù in men che non si dica se ti distrai solo un momento. Anne questo lo sa. E oramai quello dietro non è più un posto vuoto. Ultimi scampoli di inverno a passo Rolle dove azzurro e bianco del cielo si mescolano al bianco della neve e alle sfumature di neri grigi e rossi delle rocce. Alberi ancora spogli o sempreverdi scuri come la pece. Non ci sono moto quassù sebbene salendo qualcuna ne abbiamo incontrata. È sempre così. La moto per molti non è un modo di viaggiare, ma un affascinante gioco di grip e forze centrifughe. Per fare questo c’è bisogno del miglior asfalto e delle più congeniali temperature. Per me non è mai stato così. La moto come la mia prima bici. Un affascinante modo per andare a curiosare in giro. Esplorare! Così non ho avuto dubbi sin dal risveglio. Se non diluvia si va a vedere montagne! Non sapevo che Anne non era mai stata qui e ora che me lo dice immagino il suo stupore. Mi ricorda me la prima volta che arrivato in pieno inverno sul passo che scende verso Campo Imperatore provenendo da Castel del Monte mi sono trovato davanti una distesa bianca con l’inconfondibile Corno Grande che la sovrastava. Non avevo parole, ero commosso. Ma nessuno in giro a cui comunicare tutta quella gioia che mi scoppiava dentro al cuore. Ora vedo quella di Anne e più vedo lei, più vedo me. Che grande dono è mai questo quello di essere lieto della gioia altrui. Mi era sconosciuto fino ad ora, ed ora so! Tutto quello venuto dopo è la strada che ci riporta in Val di Posina e il giorno dopo a Roma. Ma mentre aggiungo queste mie note al racconto di Anne, seduto alla scrivania, so che nuovi orizzonti e confini da varcare ci attendono.
Lamps😉

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