Det regner hardt (di Anne Mittag)

Giorno 3 “E acqua fu!” – det regner hardt

 

Album Foto: Det regnar hardt

Pioggia. Tanta pioggia. Viene da dubitare di quella parola detta a Noè: “Non manderò più il diluvio sulla terra” – e questa, come lo chiamiamo?
La Norvegia sembra aver accolto il grave compito di serbare l’acqua che scarseggia nel resto dell’Europa e così sgorga ovunque. Dal basso e dall’alto, sotto forma di cascata, fiordo, lago, fiume, pioggia, nuvola, nebbia, grandine, perfino sotto forma di neve e ghiaccio!
Nel terzo giorno di viaggio nella terra dei Fiordi del quarto elemento della tradizione greca classica, l’acqua, ne abbiamo fatto un’esperienza privilegiata. Abbiamo sperimentato ciascuno di quelle forme, trascurando solo l’elaborata aggiunta “umana” : quella di una bella doccia. “Troppa acqua arrugginisce”, parole pronunciate anni or sono da un vecchio agronomo. Così ci siamo giustificati per aver rinunciato alla doccia comune nello spogliatoio di una vecchia scuola in fase di conversione in un b&b dove abbiamo pernottato a fine giornata. Con tanta abbondanza presa sulla strada almeno per questa volta se ne è potuto fare a meno. Ma tutto a suo tempo. Torniamo al inizio di questo giorno.
Sistemo in sacchetti di plastica la spesa fatta il giorno prima alla Coop (stanno anche qui!). Mi ha servito una giovane ragazza che si esprimeva in un tedesco perfetto. Fuori ferma un bus di linea e ne scende una ragazza altrettanto giovane, capelli biondi come la paglia e una faccina pallida pallida, apre lo sportello per i bagagli dei passeggeri e augura buon viaggio: è l’autista! Incredibile. È una cosa piacevole ma anche altrettanto inquietante trovare lungo tanti chilometri da sud a nord e da est a ovest quasi unicamente giovani che lavorano, tanto da farci avanzare diverse possibili spiegazioni del fenomeno. Forse una forma di alternanza scuola e lavoro? Soltanto l’ultimo giorno del nostro viaggio la curiosità mi spinge a chiedere al giovane ragazzotto biondo ed atletico che mi sorride alla reception dell’albergo con una battuta “Ma che ne avete fatto degli adulti? Li avete nascosti da qualche parte?”
Oggi ricuperiamo una buona parte di una tappa dell’itinerario del piano A. Ricordate, sì? Il pilota ha fuso le indicazioni dell’Atlante Michelin con i consigli di alcuni siti turistici dei paesi scandinavi. Cerchiamo di fare almeno una manciata delle lì indicate strade più belle della Norvegia. Non avendo prenotato in anticipo il pernottamento, il mio compito consiste di giorno in giorno nel trovare un alloggio in prossimità dell’arrivo della tappa.
Lasciamo dunque l’hotel con il pontino degli innamorati e le paperelle. Dopo pochi chilometri, però, ci fermiamo per fare benzina e per occupare a lungo la toilette dell’area di servizio. Nota: appena pulita! Dopo la sosta la guida prosegue decisamente più rilassata, sempre perché – diciamocelo pure – da queste parti serve una certa attenzione al manubrio, tanto più quando si deve manovrare una moto-mulo carica e con passeggiero dietro. Le stradine sono larghe in proporzione al numero di mezzi che le frequentano, così sembra, e si stringono a volte anche fino a diventare poco più larghe di una macchina.
Si sale per la FV337, la Suleskarvegen, tra boschi e rocce. Attraversiamo una natura più selvaggia, saliamo di quota, ci “perdiamo” quasi di vista tra pioggia e nebbie. Non ci accorgiamo nemmeno del passaggio dalla contea dell’Aust Agder a quella del Vest Agder. Ogni volta che si cambia contea, cambiano anche le numerazioni delle vie e può sorgere qualche dubbio se siamo ancora sulla retta vita, soprattutto quando non la vedi. La nostra strada cresce dunque di numero diventando prima 987 e poi scende a 975. È qui, tra questi confini, che avviene il nostro primo incontro con i veri abitanti delle Highlands e, avremo scoperto continuando, anche delle alture circostanti i fiordi: le pecore. Si avvicinano, ci salutano e ci informano che fra poco avremmo dovuto cambiare strada. Almeno credo abbiano detto questo al mio pilota che da questo momento in poi avrebbe intrattenuto con loro diverse conversazioni. Ed io che pensavo parlasse solo italiano, ma in fondo è abruzzese! Abruzzo terra di Pastori ed Eremiti. Più avanti svoltiamo sulla 986 ed iniziamo la strada per Lysebotn. Siamo indecisi. La strada per il fiordo è lunga 45 chilometri e non c’è modo per andare oltre se non prendere il traghetto o tornare indietro. Tiriamo il dado se andare o non andare, abbiamo meno di un’ora per arrivare in tempo per il traghetto. A separarci dall’arrivo c’è una stretta, affascinante sebbene tortuosa strada, bagnata con una ventina di tornanti in discesa sospesi nel vuoto. Si va con la speranza di arrivare in tempo per le 12, ora di partenza del battello. Pochi tornanti prima della fine della discesa nel fiordo ci fermiamo accanto ad un camper per una foto e … scorgiamo dall’alto il traghetto scivolar via con solenne lentezza, quasi a dispetto della nostra corsa. Verrà battezzato come il “tornante delle lacrime”. Addio nave vichinga che solchi le acque del fiordo verso il mare! Scendiamo (ormai, il peggio è fatto) per qualche foto del fiordo al livello del mare. Aspettare la prossima partenza ci farebbe fare troppo tardi visti i chilometri che ci dividono dalla nostra meta di oggi. Si torna indietro
Aggiriamo il fiordo sulla 45, la Lauvvikvegen. A Lauvvik ci imbarchiamo per Oanes… acqua da sopra, acqua di sotto, acqua ovunque. È una vera e propria prova del nostro abbigliamento anti-pioggia della KLIM. Non ci ha tradito nelle braghe, asciutte anche le giacche, ma la visiera del casco non trattiene l’acqua che gocciola sul naso del pilota!
Finalmente siamo sulla Ryfylkevegen, la FV13, ma prima di percorrerla ci concediamo un duplice attraversamento dello stupendo Lysefjordbridge. Davvero scenica quest’opera del genio architettonico norvegese! Beh, manca poco per raggiungere altre bellezze (e stranezze) locali, come i WC artistici dalle forme bizzarre di Ostasteidn aperti tutto l’anno se siete ispirati a una “cagata” artistica. Sono decisamente più avvincenti le pelose presenze viventi lungo il bordo della strada. Pecore, tante! Alci, invece, nemmeno uno. Si vedono anche di tanto in tanto case con l’erba sui tetti e altrettante fiamme (bandiere) norvegesi issate, a sventolare al vento.

A lungo il muso di Mazinga ci è stato antipatico, ma ora, con questo clima, il potente gruppo ottico della Kappa torna molto utile per essere visti da altri viaggiatori e rassicura il nostro serpeggiare tra le rocce. C’è odore di ferro nell’aria. All’inizio temevamo che fossimo noi a produrlo. Giorni indietro avevamo ravvisato bruciature sul disco del freno posteriore forse per un malfunzionamento della pinza. Per fortuna tutto funziona ancora bene! Poi pensavo di aver trovato la causa nei numerosi camper che, così immaginavo, frenando in discesa avessero bisogno di molto sforzo per rallentare. Mi ero promessa di stare attenta al dove e quando del fenomeno per trovarne la ragione. L’odore era presente in modo incostante e in luoghi che non avevano visto un passaggio recente di camper o mezzi pesanti. Quando finalmente l’ho avvertito anche in salita, allora mi si è accesa la lampadina: il ferro di cui le rocce della Norvegia sono colme! Ecco cos’era! L’alta concentrazione di ferro presente nella pietra che l’umidità portava fino alle nostre narici.
Lo scenario è lunare. Dev’essere uno spettacolo di colori alla luce del sole. Ci accontentiamo della nostra fantasia, che sa aggiustare il quadro “velato”. Wow! Come se attraversassimo un Canyon. Le pareti delle rocce parlano di una storia che dura ormai da millenni, insistente e forse a volte dolorosa, ma soprattutto fedele, di ghiaccio e torrenti che l’hanno scavata. All’improvviso ci troviamo davanti ad una diga gigantesca. Essa sembra tagliare come una sottile lama l’altra immensità: quella dello spazio. Ci fermiamo per ammirarla per qualche istante in silenzio. È una profondità in attesa quella che si apre sotto i nostri sguardi e quando procedo a piedi una decina di metri vivo una strana sensazione di mozzafiato. Davvero ti manca l’aria cogliendo come in un lampo l’ardita impresa umana di addomesticare la natura. Una visione di grandezza da capogiro. La moto che osservo avanzare attraverso il mirino della macchina fotografica lungo la sottile striscia di asfalto e cemento sembra un moscerino di fronte ai monti e le loro gole.

Album Foto: Det regnar hardt

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