“I wanna know have you ever seen the rain coming down on a sunny day?” (di Anne Mittag)

5^ Giornata

Album foto: “I wanna know have you ever seen the rain coming down on a sunny day?”

È domenica. Partiamo dopo aver preparato e bevuto un caffè solubile nella cucina comune della locanda. Ridiscendiamo da Rongastovo a Voss, una città resa fantasma da questo giorno di festa. L’unica cosa che abbia il sapore di solennità, però, è la pioggia che anche stamane non manca. Il pilota coltiva un’idea cattiva: passare attraverso il bosco e non sulla Bordalsvegen  che abbiamo percorso all’andata, e così sperimentare il detto “Sotto gli alberi piove sempre due volte”. Ma la prudenza lo riconduce a più asfaltate soluzioni. Anche perchè piove. Ormai non faccio più caso. La biancheria è rimasta asciutta, i documenti sono insacchettati, la macchina fotografica attende sempre pronta sotto il giubbino impermeabile il suo momento. Solo ai guanti non ho posto rimedio. Lo dovevo sapere! Come si fa a partire con un solo paio e del resto anche estivi? Ma pazienza. Annoto tutto nel mio elenco mentale per un’altra volta.

Andiamo sparati  per la E16, diretti al Sogn og Fjordane fylke, la contea che prende il nome dal fiordo più grande e lungo della Norvegia. Per ben 204km taglia la roccia. Questa contea si iscrive  inoltre nell’elenco dei record per il maggior ghiaccio (lo Jostedalsbreen), il lago più profondo (l’Hordindalsvatnet) ma anche la galleria stradale più lunga del mondo (il Laerdalstunnelen), lungo oltre 24 km. Nota: non si paga il pedaggio per questo tragitto. Sono ben pochi i cosiddetti auto pass a conferma di una politica regionale norvegese che intende promuovere le regioni periferiche. Evviva il re Harald V! I traghetti, invece, sì pagano e anche salatamente. Sì, siamo nella terra in cui tutto raggiunge dimensioni XXL, gli abitanti compresi.

Sostiamo sul confine tra le contee di Hordaland e di Sogn og Fjordalane attratti dal ghiacciaio e fronzoli di neve che si intravedono a destra e a sinistra della strade. Da bravi cacciatori di sole, fermiamo i cavalli e godiamo per qualche istante di una profondissima pace. Quando la luce si infrange sulla superficie calma degli innumerevoli laghetti offre una visione di unità e armonia che mi fa sempre ritornare in mente quel passaggio della preghiera del Padre Nostro “…come in cielo così in terra”. Chissà se siamo uno specchio capace di riflettere in questo mondo la bellezza e solidità di quel cielo che sovrasta le nostre storie? Ci si sente piccoli e privilegiati dinanzi a questa realtà. Sono quei momenti che fanno vibrare le corde del cuore. Non c’è bisogno di parole; bastano sguardi. Respiro a pieni polmoni l’aria gelida dell’altura. I primi brividi mi risvegliano da questo sogno ad occhi aperti, la coltre di nubi si raddensa, si alza il vento e torna a piovigginare per qualche minuto. Apriti cielo, almeno per un po’! Sembra ascoltare. Imbocchiamo una stradina non asfaltata nel tentativo di avvicinarci un po’ di più al ghiacciaio. È una via ben battuta che si inoltra nella montagna. Sale con lieve curve e raggiunge prima un grande lago (lo Svartavatnet) e uno valico in quota… almeno così ci svela il navigatore. Facciamo però dietrofront prima di arrivare lì. In caso di pericolo o necessità siamo troppo fuori dal mondo (sebbene qualche casetta in legno la si trova anche nei posti più sperduti, sempre e ovunque). Sono le pecore lungo la strada, spavalde e curiose, a farci fare sosta per una chiacchierata tra amici. Un belare tra loro e il mio pilota che è una meraviglia. Dovrebbe fare il pastore (nota del pilota nell’auricolare: Io sono un pastore, un guerriero- pastore come l’antica stirpe dei miei amati Sanniti!)

Torniamo sulla via principale, attraversiamo uno dei tanti tunnel ed ecco, all’uscita dalla galleria, uno di quegli arcobaleni che sembrava saltar fuori dal libro delle fiabe dei bambini. Scendo nell’aria di sosta dalla quale si intravede il Sognefjord mentre il Pilota torna qualche centinaio di metri indietro. Così nasce una delle più suggestive foto di questo viaggio: il passaggio su due ruote sotto l’arco dell’alleanza. Dura pochi istanti, una manciata di minuti, ma resta sicuramente iscritta nella mia memoria come l’emblema di questa giornata. E sì, chi si spaventa quando piove e resta chiuso a casa si perde queste perle di semplice bellezza.

La strada è ancora lunga. Preseguiamo da Vikøyri (se avete tempo per una visita non perdetevi la Hopperstadstavkjyrkje!) a Vangsnes dove ci imbarchiamo per Hella. Da lì ancora la FV13 per il Sognefjellet che ci riporta in alto, su un passo di oltre 1400m sopra il livello del mare. Il sali e scendi è estremo al sud del paese, mentre scompaiono le asprezze man mano che si fa verso nord. Finalmente il sole ha la meglio e squarcia definitivamente le nubi. Alleluia. Seguiamo la E55. Pranziamo una delle solite schifezze preconfezionate che ti scaldano dal benzinaio. La cultura del baretto o dell’osteria non è certo penetrato da queste parti. Caffetterie zero, bistrò zero, restauranti solo legati ad alberghi stracostosi. Bah, è pur vero che non di solo pane vive l’uomo, ma non è certamente questa la maniera più bella per iniziare una dieta. Si sale e si scende fino ad arrivare a Solvon. Aspettiamo il battello per Urnes una buona mezz’oretta assieme ad altri viaggiatori. Ci tengono compagnia una decina di passeri che sfidano ogni distanza di sicurezza in cerca di briciole. Quando arriva la barchetta (sì, poco più di una grande barca, giudicate da voi stessi dalle foto!) ci troviamo davanti anche la singolare sfida di dover far girare la nostra moto una volta entrati, facendo inversione a millimetro sul pavimento scivoloso. Le macchine vi accedono direttamente in retromarcia, dal momento che esiste una sola rampa. Ci vuole più tempo per queste manovre che per l’intera attraversata; attracchiamo ad un molo fatiscente in stile autoscontro: quattro pali piantati nell’acqua con sopra appesi altrettanto gomme dismesse.

Ad Urnes si trova la Stavkjyrkje per eccellenza, la chiesa lignea più antica del mondo. La sua costruzione risale al 1130. Nobile nella sua semplicità, la chiesetta medievale si regge su maestosi tronchi di pino, senza un solo chiodo! I suoi costruttori nella loro saggezza hanno realizzato un’opera che intreccia la teologia con il genio architettonico, un gioco fine ed efficace di luce e parola. A buona ragione essa fa parte del patrimonio mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Pensare la piccola comunità di fedeli riuniti sul promontorio di Orneset all’interna di questa specie di arca da 890 anni fa fare un viaggio nel tempo fino a raggiungere l’epoca di sant’Halvard, ai tempi in cui i vichinghi incontrarono la fede cattolica. Risuonano i nomi di re come quello di Re Olaf il Santo, detto anche il “Voluminoso”, che riuscì a dare l’unità nazionale alla Norvegia sconfiggendo lo strapotere dei clan (jarl come si chiamano da queste parti). Per chi fosse interessato ad inoltrarsi nelle vicende storiche di questa gente, cerchi tra i romanzi storici un libretto della scrittrice norvegese Sigrid Undset.

Dopo un Wafer con marmellata di lamponi siamo pronti per svalicare e risalire il Lustrafjorden. Una single-track-road ci chiede di camminare a velocità contenuta fino a Skjolden. Incontriamo alcuni mucconi scozzesi, alquanto perplessi al nostro passaggio. Beh, esiste una fauna diversa dalle pecore e abbiamo le prove. Riesco ad inquadrare per alcuni istanti anche la sagoma di un rapace. Un aquila? Ha le penne delle ali allungate e il becco ad uncino. Vedo poi sfuggire lungo il guardrail uno scoiattolo. È in preda ad una paura mortale mentre corre impazzito a destra e a sinistra in cerca di una via di fuga tra le minacciose ruote di macchine e moto. Ce la fa, almeno per questa volta è al sicuro dietro le sbarre.

La strada continua, piacevole e scorrevole, fino al Turtagrøhotel, vicino al ghiacciaio. La temperatura non si schiodi dai sette gradi. Ricordate, siamo ad agosto e le nostre città d’origine se la passano male con i loro 34° giornalieri. La 55 ci fa attraversare paesaggi quasi lunari. Ci fermiamo appena superata una piccola diga in un’area di parcheggio in cerca del ghiacciaio. Niente svelamenti. Prendiamo una stradina bianca verso una seconda diga e qualche curva più in là, al terzo stop, il mister ICE ci si mostra con i suoi singolari riflessi azzurri. Un cartello stradale ci annuncia il nostro ingresso nella Contea di Oppland. Facciamo una sosta pipì nel Sognefjellet Sommarskisenter (del resto, non ci si poteva fermare prima, data la totale assenza di alberi in questa zona … e anche se le foto non lo fanno sempre vedere, ma qui c’è un camper ficcato in ogni buco). L’edificio è interamente costruito in legno, un bel gioco di travi e assi, con ampie vetrate e foto del posto che lo ritraggono d’inverno. Il pavimento in ghiaia non fa sentire il passaggio da fuori a dentro e gli animali impagliati sembrano osservarci dall’alto come se noi fossimo l’attrazione del giorno. Il bagno è ben riscaldato, l’acqua dei lavandini gradevolmente calda. Ci rimettiamo in cammino con una certa fretta perché ci attende ancora una lunga discesa e ormai la stanchezza si fa sentire. Questa volta abbiamo l’intenzione di mangiare qualcosa prima di arrivare in albergo, per evitare di dover girare a lungo a piedi in cerca di un locale. Arrestiamo la moto ad una pizzeria a Fossbergom, in prossimità di Lom, con la bella Stavkjyrkje del Sognefiellet. Ci spellano ben 22€ per una pizza che però ha dimensioni vichinghe. Potrebbe servire come ruota di scorta. Almeno è calda.

A nanna! Fermiamo il mulo. Ha pazientemente (sup)portato noi e il peso del bagaglio per questi lunghi chilometri e merita quanto noi un po’ di riposo. Stanotte potrà ammirare le stelle dal parcheggio dello Skjåkturistheim nella località di Bismon. Ahhh, una goduria: camera meravigliosa con il pavimento del bagno riscaldato. Quando ci vuole, ci vuole.

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