Four Brothers (o Della Famiglia)

6° Giorno di Viaggio

Album Foto: Four Brothers

Voce del Pilota:

Four Brothers, i 4 fratelli. Mi vengono alla memoria una canzone dei Manhattan Transfer (4 i componenti del gruppo) nella quale si invita a prendersi il tempo per ascoltare un po di buona musica e un film di Henry Hathaway con John Wayne e Dean Martin, i 4 figli di Katie Elder… per noi i 4 fratelli oggi sone le 4 Norway scenic routes che la tappa prevede.

Il maggiore, la Gamle Strynefjellesvegen. Fu la prima strada ad uso turistico che permetteva di raggiungere le aree rurali costeggianti i fiordi. Costruita con l’aiuto di operai Svedesi ancora oggi viene mantenuta in parte non asfaltata. Percorre una stretta valle che si incunea trai monti solcata dalle acque che provengono direttamente dai ghiacciai circostanti. Vi arriviamo di buon mattino. L’itineraio odierno è il più turistico di tutti e mi aspetto traffico su queste strade a carreggiata spesso singola. Nonostante ad accompagnarci sia ancora un cielo plumbeo a tratti piovigginoso il percorso si rivela di una bellezza senza tempo. Con nello specchietto il lungo fiume su una delle tante curve ci fermiamo. Mi arrampico su una piccola altura circostante tra muschio soffice e rivoli d’acqua che solcano il manto erboso. Anne è più in basso intenta a raccogliere ogni ben di dio che questo posto offre. Il suo bottino di maggior valore saranno dei funghi pregiati raccolti al bordo della strada che lasciano del tutto indifferenti gli abitanti locali. Tragica sarà la scelta di riportarne alcuni in Italia. Il pregiato e delicato alimento subirà una brutta sorte incominciando a marcire alle temperature che abbiamo incontrato in Germania sulla via del ritorno. Avvicinandosi alla Kappa si poteva avvertire un piatto sperimentato mai prima: Mazinga ai funghi porcini!

Il rombo cupo del silenziatore di una Africa Twin ci riporta alla realtà. Le persone stanno muovendosi è bene rimettersi in strada. Percorro lentamente i km di questo primo fratello desiderando che il tempo si fermi qui. Mi chiedo cosa possa desiderare di più un motoviaggiatore!
La strada termina in breve con una discesa verso il fiordo, prudentemente asfaltata.

Una nota sulle strade non asfaltate della Norvegia. La qualità è altissima. Realizzate magnificamente consentono anche a noi con una moto pesante e a pieno carico di percorrerle in sicurezza fino a 50 km/h in terza. Niente a che fare con le carraraccie piene di canali e sassi che si smollano alla prima pioggio delle mie parti. Sono percorsi previsti per gli amanti del Camper (La Norvegia è un popolo di camperisti) che possono così allontanarsi dalle strade principali e godersi il loro camping in piccole valli da fiaba. Beh se ci passa un camper figuratevi una moto come la nostra che al solo vedere queste strade va in brodo di giuggiole, me compreso!

Una seconda nota più importante della prima. Moto da una parte moglie e figli dall’altra. Ho sentito spesso dire questa cosa da chi va in moto. Mi permetto di citare una battuta di Fantozzi: E’ una cagata pazzesca!. Dico questo a ragion veduta. Noi itagliani abbiamo creato il brutto luogo comune della zavorra o zavorrina. Cioè della nostra donna seduta impropriamente sulla parte posteriore della sella a rovinarci il gusto della piega estrema o della guida in piedi. Siamo proprio provinciali e insignificanti. Basta attraversare i confini della nostra bella terra per rendersi conto che le coppie generalmente non vanno insieme sullo stesso motoveicolo. Qui il romanticismo ai baci perugina non centra nulla. E’ una questione di intelligenza. Si guida meglio ci si stanca di meno e si possono portare più bagagli ed è anche più sicuro. Ed allora se si hanno dei figli adolescenti da non trattare come dei pacchi postali ed appioppare ai nonni per la fuga su due ruote pseudoromantica perchè non portarli con se? Sono piccoli, leggeri e hanno uno sguardo sulle cose più bello e affascinato del nostro. Poi se si ha un cane ci sono mille modi per portarlo. Questa mattina mentre preparavo i bagagli ho visto una famiglia svedese avviarsi sulla nostra stessa strada. Lui con una naked potente e il cane in uno zaino sulle spalle. Lei su di una media enduro  (una tiger 800) con valigie e figlio tredicenne seduto dietro. Una famiglia in moto! Non solo mi si è aperta la mente ma anche il cuore. Quanto siamo meschini noi che ci vantiamo di avere moto dal nome  SuperAdventurR(acing)! Mentre di avventuriero non abbiamo proprio la stoffa, sempre in cerca di un’individualistica comodità. La felicità è reale solo quando è condivisa, scriveva Tolstoj in “La felicità familiare”. Frase ripresa  dal protagonista di Into the wild quando finalmente comprende la meta del suo andare. E proseguiva l’autore russo, Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?

Ed a proposito di uomini ed avventurieri scrive C. Peguy: C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: é il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. (…) Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura.

Oggi ripenso a quel padre che, magari a tavola a fine cena, avrà coraggiosamente detto: Partiamo per una vacanza in moto, tutti insieme! E così  è stato, io l’ho veduto con questi miei vekki occhi!

Geiranger-Trollstigen, secondo e terzo fratello, gemelli? Forse. La strada sulla carta porta un’unica sigla la numero 63. Impropriamente nelle descrizione dei siti turistici si parla di un antico sentiero poi strada carrozzabile per arrivare alla strada di oggi che collega Valldal ad Åndalsnels, cioè lo Storfjorden al Romsdalsfjorden. Questa descrizione corrisponde solo ad una parte del tragitto da noi fatto che trova il momento culmine nella Troĺlstigen, la scala dei Troll, una serie di tornanti che costeggiano la Stigfossen

Ci siamo da poco lasciati alle spalle la Strynefjellesvegen che in una manciata di km attraverso ben tre gallerie ci ritroviamo all’attacco della strada 63. Stentiamo a credere a quello che vedono i nostri occhi: un bel cielo azzurro striato di nuvole bianche. Finalmente una vista della Norvegia e dei suoi fiordi a colori! Rivado con la memoria a quando a casa mia dopo una lunga vita sostituimmo il televisore b/n con quello a colori. Che meraviglia! Un blu così non lo avevo mai veduto prima. Nonostante la piccola area di sosta sia invasa da un gigantesco camper di una famiglia dai tratti somatici asiatici che giocherella con un drone, mi ficco in uno spazio ridotto faccio scendere Anne e con lei scendiamo a bordo lago, o fiume o fiordo… boh ancora non ci ho capito molto!

Riprendiamo la strada che ci porta in cima al fiordo. Qui il traffico è intenso.  Caravan, moto (c’era da aspettarselo) ma anche pullman e piccole autovetture elettriche monoposto marchiate Renault! La ragione sarebbe stata subito evidente non appena abbiamo incominciato con una serie di stretti tornanti a scendere verso Geiranger. Quest’ultima è una piccola cittadina costruita sulla punta estrema del fiordo che accoglie i turisti che scendono dalle navi da crociera. Evidentemente il fiordo lo permette. Se ne vedono distintamente due sotto di noi. Da qui sembrano piccole navi, ma scesi a livello del mare ci troviamo di fronte a delle gigantesche città galleggianti. Tutto questo mi fa venir voglia di andare subito via da qui, ma mi fermo per ben due volte, una scendendo e l’altra risalendo le pareti a picco del fiordo. Ad attrarre il mio sguardo è quel blu intenso dell’acqua.  Sono nato al mare e conosco i tanti blu che l’acqua può assumere. Colpa del cielo e della profondità e pulizia delle acque marine. Ma questo è…. non trovo le parole per dirlo

La strada procede e ci porta verso Eidsdal dove prendiamo il traghetto per attraversare lo Storfjorden. Qui ritroviamo la famigli che era partita dal nostro stesso albergo la mattina. Anne non li aveva visti e approfitta del breve tragitto in traghetto per far loro qualche foto.

Siamo a Valldal, la strada reca ancora il numero 63. Non cambia nemmeno il paesaggio circostante. La strada costeggia il fiume Valldøla per risalire i fianchi del fiordo. Niente tornanti stretti e forti pendenze. La guida è piacevole e si potrebbe osare molto, ma qui i limiti sono di 80 km/h e tutti li rispettano. Ci adeguiamo.

Giunti in cima il paesaggio diventa immediatamente rude, il cielo è di nuovo grigio e di tanto in tanto scende una leggera e sottile pioggia. Quando compare di fronte a noi una di quelle stranezze artistiche norvegesi siamo certi di essere nei paraggi di qualche affascinante bellezza naturalisticà. Mi fermo ai bordi della strada li dove parte uno stretto sentiero che scompare immediatamente non lontano da dove le acque di un fiumiciattolo con un insolito fragore scompaiono esse stesse. Anne è scesa a vedere di che si tratta e sento nell’auricolare i suoi commenti di meraviglia e anche il consiglio di non raggiungerla: non è roba per chi soffre di vertigini, vedrai comunque. Tanto mi basta.

Ripartiti ci troviamo in un batter d’occhio di fronte a qualcosa che si fa fatica a descrivere. Il piccolo fiume raggiunto da altri crea una impressionante cascata su di una parete a picco. La strada scende tra curve e tornanti con tanto di ponte sulla cascata stessa come appesa alla parete.

Guido tenendo gli occhi ben piantati sull’asfalto e lascio ad Anne godersi lo spettacolo. Io aspetterò di essere arrivato giù in fondo per scendere dalla moto e godere a mia volta della vista della Scala dei Troll, la Trollstigen!

Se la Geiranger e la Trollstigen fanno parte di un solo itinerario da far pensare a dei gemelli di fratelli eterozigoti trattasi!

Continuiamo. Siamo a valle, costeggiamo un fiume. Dopo un tentativo a vuoto al secondo troviamo dove mangiare. Poi aggiriamo il fiordo e proseguiamo per Åfarnas dove ci aspetta l’ultima traversata in traghetto. Il cielo è blu, il mare è blu e tutto intorno ha i colori delle nostre colline sul mare. La Norvegia dei grandi fiordi è alle nostre spalle. Dal ponte del traghetto si vedono ancora in lontananza le cime con i piccoli ghiacciai conservati negli incavi della roccia più nascosti e già la nostalgia di quei posti mi assale.

L’ultimo dei fratelli, il più giovane: l’Atlanterhavsveien. La più coccolata e vezzeggiata, come si addice all’ultimo dei figli, nelle foto che sponsorizzano un viaggio in Norvegia. Vi arriviamo dopo aver percorso già un tratto di costa, dove però il mare fa raramente la sua comparsa. 37 km per lo più nell’entroterra che si concludono con un tunnel subacqueo a pagamenti che sbuca dentro la città di Kristiansund. Pertanto la veta strada sull’Atlantico è di 8 km, si avete letto bene OTTO CHILOMETRI! Mi verrebbe da spendere la stessa battuta di Fantozzi usata all’inizio. Ma evito. Sarà pure costata una tombola, eletta la costruzione norvegese del secolo, la strada più pericolosa al mondo se la si percorre con mare in tempesta (chi sarebbe il pazzo suicida che vuol farlo mi piacetebbe conoscerlo), ma vendere questi 8 km come una delle più belle cose da vedere in Norvegia mi pare una CAGATA PAZZESCA! Pardon avevo promesso di non dirlo. Non ci resta che pasare e ripassare sul lo Storseisundet per delle foto visto che ormai qui siamo.

Kristiansund. Qui finisce il nostro viaggio verso Nord. Da domani si torna indietro. E così dalla torre panoramica che domina la città assistiamo al tramonto. Tutto ha una sua fine.

The sons of Katie Elder, I 4 figli di Katie Elder. Non l’ho dimenticata la mia citazione. Un pistolero, un baro, un fallito e un giovane che non vuol studiare e trovare la via facile per diventare famoso imitando la cattiva strada del maggiore. Insomma niente di buono. Solo gli occhi di una madre conoscono fino in fondo i propri figli. Sono i figli che devono conoscere la madre e mentre ciò accade senza una chiara loro volontà accade il miracolo. Diventano una famiglia!

FOUR BROTHERS!

Album Foto: Four Brothers

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