Capitolo 4. Oltre il Confine

SAM: Ci siamo.
FRODO: Che vuoi dire?
SAM: Se faccio ancora un passo, non sarò mai stato così lontano da casa mia.
FRODO: Forza, Sam. Ricorda cosa diceva Bilbo. “È pericoloso, …
BILBO: “… Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via”

Capitò anche a me qualche anno fa di andare tanto lontano come mai prima.

Erano già alcuni anni che continuavo ad andare e venire attraverso il mio piccolo confine che separa l’Abruzzoland dalla Capitale che un giorno il mio amico Andrea mi disse: se vuoi fare un viaggio e come mi dici non ti va di andare solo c’è una mia conoscenza, si chiama Marco è friulano e sta organizzando un giro su a Nord perché non vai? Mi feci dare l’indirizzo di posta elettronica e il telefono e contattai “Kiosul”, nickname di Marco. Si, mi dice, c’è ancora posto vieni su. Il ponte tra il 25 aprile e il 1 maggio erano una golosa occasione da non farsi scappare e così partii alla volta di Gemona nonostante le previsioni del tempo non ci erano affatto favorevoli. Nei giorni precedenti il viaggio aveva rischiato di saltare perché ad uno ad uno i partecipanti sotto la nefasta influenza delle previsioni meteo internettiane si erano ritirati. Marco era scoraggiato perché si era sobbarcato il compito dell’organizzazione e si era messo in parola con l’albergatore per un certo numero di partecipanti. Il giorno prima eravamo rimasti in tre: lui, io ed un altro sconosciuto partecipante dal nome anche lui di Marco che doveva venire da Arezzo. Rotti gli indugi e lasciando perdere le previsioni decidemmo che in tre si era in compagnia.

Viaggiare in autostrada fino a Udine fu alquanto noioso, superate le Marche la strada che fino ad allora correva aggrappata alla costa scoscesa lungo l’Adriatico si trasformò in una pista diritta a 6 corsie che attraversava il piattume padano. Quando arrivai a Gemona e rintracciai con facilità l’albergo non era ancora arrivato nessuno. Preso possesso della camera mi andai a stendere sul letto per riposarmi della fatica del viaggio di trasferimento.

Al risveglio scesi e conobbi Marco. Insieme incominciammo a cercare il terzo compare, ma ci dissero che non era ancora arrivato. Andammo a vedere le moto e mentre ci trovavamo nel parcheggio dell’albergo fece la sua comparsa l’Aretino. Se in quel momento qualcuno ci avesse fatto una foto sarebbe stata da incorniciare. Sui nostri volti si erano dipinti stupore, perplessità e incredulità contemporaneamente, insomma avevamo la faccia da pesci lessi. Davanti a noi una Bmw R1150GS grigia a cui erano stati ridipinti in giallo canarie parasole e paramani, sulla sella una copertura in pelle di pecora. La moto mostrava chiari segni di una vita lunga, scoprimmo poi che aveva la bellezza di 200.000 km. Il suo pilota era un uomo dal fisico ben piantato con un grosso casco da cross bianco e occhialoni. Ma ciò che ci fece rimanere del tutto perplessi era un capo di indumento intimo femminile in bella mostra sulla moto. Infilato sottosopra al parabrezza campeggiava in primo piano un tanga appartenuto non si sa a quale donna del colore della pantera rosa. Questa visione superò ogni mia immaginazione in fatto di trasporto di biancheria su due ruote, e dire che in tale settore ero diventato un’autorità  nel corso del mio andare e venire romano. Marco scese si sfilò il casco e ci saluto senza tanti giri di parole e con una bella stratta di mano. La perplessità svanì in poco tempo. Il mondo delle due ruote oggi è fatto di tanta gente che si compera una moto sulla scia di un’aggressiva campagna di marketing che fa sognare spazi sconfinati a persone che si sentono intrappolate dalle loro scelte di vita quotidiana. Ma non è stato sempre così. Tra noi motociclettari ve ne sono alcuni assai eccentrici a prima vista. Essi appartengono ad un mondo diverso, quello dei viaggiatori, instancabili esploratori di un mondo nascosto o perduto disposti a fatiche inaudite pur di vedere un autentico sorriso o ricevere un vero saluto da un oste sconosciuto. Ebbi la sensazione allora e la mantengo ancora oggi, che Marco appartenesse a questo mondo, un mondo in via di estinzione o quantomeno sempre più piccolo.

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Il “mutandero” come incominciai a chiamarlo nei miei resoconti di viaggio alla Signora Magda. Ma di lei vi parlerò un’altra volta

 

Senza tanti indugi Kiosul ci propose di fare un breve giro nelle montagne intorno a Gemona, così ci inoltrammo in un dedalo di stradine che si arrampicavano su e giù tra i monti. Strade che un turista anche consultando a lungo ogni sorta di informativa del luogo non avrebbe mai trovato o deciso di percorrere. Mi sentivo a casa. Kiosul aveva per la sua terra una profonda conoscenza come io l’avevo maturata per la mia  percorrendola in lungo e in largo in quei primi anni di passione motociclistica. Tornammo contenti tutti e tre e dopo aver cenato ci congedammo per ritrovarci dopo una sana dormita il mattino seguente. In quei giorni abbiamo visto tante cose che qui non sto a raccontare se non una.

Quando decidemmo di varcare il vicino confine con la Slovenia io passai per la prima volta attraverso una dogana abbandonata. Era l’effetto dei trattai della UE. Faccio fatica oggi a ricordare come fosse e che sensazione provai. Forse nessuna. Tutto si svolse nella totale indifferenza da parte mia e forse da parte di molti altri che passavano di lì. Non fu così quando invece Kiosul si fermò su di una curva della strada per indicarci in basso il corso dell’Isonzo.

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Quel colore mi colpì tanto che ancora oggi riappare spesso alla mia memoria. Ci spiegò che era l’effetto dei minerali presenti nella roccia attraversata dalle acque che generavano il corso fluviale. Appresi la notizia con un certo interesse, ma di fronte a quel fiume io stavo muovendo i miei passi dove mai ero stato prima:

[…]

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

[…]

Continuammo il nostro giro fino a che giungemmo a Kobarid, Caporetto. Poco fuori dalla piccola cittadina slovena c’è una collina, il colle di Gradic, che è territorio italiano. Su di essa vi è stato costruito il Sacrario di Sant’Antonio. Salii la lunga scalinata che vi portava e ne varcai l’ingresso. Lo stretto corridoio era costituito di pareti in marmo, lapidi che recavano una lunga sequenza di nomi. Queste pareti celavano le spoglie di più di settemila soldati caduti durante la Grande Guerra. Leggevo i loro nomi e le date di nascita e di morte. Non avevano che vent’anni o giù di lì. Non c’erano vecchi o adulti in quel cimitero, ma solo giovani e ragazzi. Vidi i volti dei miei studenti e la loro stanchezza di vivere maturata in una vita sedentaria e spesso priva di passione. Sfioravo con la mano quelle lapidi cercando i volti di quegli antichi uomini che furono un tributo enorme pagato dalle genti italiche perché qualche potente potesse dire che l’Italia era finalmente una nazione o uno stato. Stavo varcando il mio confine raggiungevo loro e tutti gli altri che negli anni a venire avrei visitato. Non so più in quanti sacrari o cimiteri militari sono entrato nel corso dei miei viaggi. Da quelli più vicini a casa mia lungo la linea Gustav ai Campi di Fiandra o alle spiagge della Normandia. Varcare la soglia di uno di questi luoghi immersi nel silenzio è come discendere agli inferi avendo il privilegio singolare di poter tornare alla vita.

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Alcuni giorni fa aprivo il cassetto delle memorie della mia famiglia. Insieme alle croci di guerra di mio nonno e di mio padre c’erano cartoline. Mio padre internato in un campo di prigionia tedesco scriveva alla famiglia affinché potesse ricevere da loro del cibo. Vi erano anche delle sue foto. Era giovane. Mia moglie le ha incominciate a guardare e ha detto che gli somigliavo molto. Mio padre è tornato dal campo e ha continuato a vivere. Si è sposato e sono nato io. Nei 13 anni che l’ho conosciuto nulla è trapelato dalla sua bocca di quegli anni se non qualche stravagante aneddoto. Lo vedevo recarsi ogni giorno nella sua officina, anche dopo che era andato in pensione a causa del peggiorare del suo stato di salute. Devo la mia passione per le moto ad una vecchia benelli 125 che aveva rilevato in un’asta giudiziaria e meticolosamente restaurato. Quando morì rimasi privo di tutto questo. Mia madre è una che ci sapeva fare con i libri ma non con i motori e diede via tutto. La ringrazio per avermi fatto amare i libri. I libri, quelli veri, sono vite di uomini. Varcando la soglia del sacrario di Caporetto sfiorando le lapidi dei giovani caduti io, orfano di padre non ero più figlio unico ma avevo incontrato dei fratelli:

 

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

PS. Marco, Kiosul, quando lo conobbi era un uomo molto discreto. Impiegammo più di un giorno per scoprire che faceva parte dell’Aeronautica Militare ed era di stanza presso la base di Rivolto. A voi questo nome non dirà nulla ma io appena lo seppi feci di tutto perché almeno passassimo di fronte all’ingresso della base e ottenere il permesso di scattare una foto.

Rivolto è la casa delle Frecce Tricolori

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Link ad album: Fri.c.K.

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