Capitolo 6. Meccarobotronica

Mi sono alzato il lunedì di qualche settimana fa per andare al lavoro. Il breve, ma trafficato tragitto che mi separa dalla scuola dove insegno, un liceo scientifico, mi è pesato più del solito. A rendermi faticosa la strada non era l’incuria in cui versa Roma. A quella ci si abitua, più o meno. Ma la trascuratezza con cui chi abita in questa città vive. Quella mattina avrei dovuto introdurre i miei studenti all’argomento del Lavoro come fenomeno costitutivo della persona viva, di un’umanità vivente e vivace. Prevedevo già le numerose obiezioni o, ancor peggio, l’indifferenza dei volti che più che gioire per la loro età aperta al futuro (all’avventura del diventar donne e uomini), si sarebbero sentiti scomodati dall’apatia e dalla noia che sembrano essere il loro bene più prezioso. E così è stato. Evocare la sola parola lavoro e osservarne il riflesso negli studenti, mi ha gettato in un profondo sconforto. Tra me e loro era evidente la presenza di un abisso insuperabile. Tornando a casa percorrevo la solita strada le cui toppe d’asfalto dopo le ultime piogge erano ridotte a granaglie sparse qua e la mentre buche sempre più profonde si aprivano un po’ ovunque. Kalimero, la mia KTM 1090 Adventure R, digeriva lo sconnesso senza alcun particolare turbamento. Con un po’ di manico e approfittando della bontà del progetto la moto sembrava trovarsi a casa sua tra sconnesso e sporco. La guida era affascinante. Era il risultato di anni e anni di passione non solo mia ma di chi aveva costruito quel mezzo. Così una volta tornato a casa davanti al pc ho voluto rivedere persone che avevano fatto del proprio lavoro un’opera d’arte. Mi sono ricordato di un vecchio compagno di studi universitari che era un autentico fenomeno. Ha finito col diventare, una volta laureatosi, imprenditore. Da ragazzo ha sempre amato i motori. La sua azienda oggi è impegnata nell’Automotive. Ho trovato in rete una sua intervista. Spiegava quale fosse l’operato della sua azienda: la meccatronica o come si dovrebbe dire la meccarobotronica. Questo parolaone, diceva, non è la semplice sommatoria di sistemi elettromeccanici, elettronici e software, ma è la sovrapposizione di questi tre sistemi per cui 1+1+1 non è uguale a 3 ma a 5. Si crea infatti un plusvalore da questa sovrapposizione. Poi aggiungeva che noi veniamo da una tradizione bimillenaria il cui lavorare insieme era un valore, mentre non si sa come negli ultimi cinquant’anni, tagliati i ponti con essa, si è affermato un individualismo sterile. La nostra scuola, aggiungeva, non da importanza alle abilità sociali presa com’è dai suoi programmi e dai suoi obiettivi minimi di apprendimento pertanto aveva deciso di investire in una scuola di formazione in azienda che raccogliesse gli studenti, una volta diplomati, per insegnare loro che lavorare insieme esalta la propria personalità e non la annichilisce. L’intervista continuava. Mi sono fermato a riflettere. Mi sono ricordato di come tante volte mi era capitato di sedermi a tavola con dei perfetti sconosciuti che amavano le moto come le amo io. Di alcuni di loro ricordo la passione con la quale montavano e rismontavano il loro mezzo nelle fredde giornate d’inverno, di altri il racconto della genuinità dei popoli poveri allorchè ne attraversavano i paesi nei loro lunghi e faticosi viaggi e di noi i tanti complimenti ricevuti per la capacità di raccontare la strada e la moto attraverso le nostre fotografie. Momenti di una bellezza incontaminata.

Una volta ero con un motociclista. Volevo fargli delle belle foto, ma lui dopo un po’ divenne insofferente per le tante soste che gli imponevo. Ebbi la sensazione che non avesse capito che fare delle belle foto è un lavoro certosino ed estenuante, ma che se ci si impegna insieme, paga mille volte. Non ho cercato più quella persona perchè non apprezzava il valore del lavoro. Mi piacerebbe essere un esperto di meccarobotronica per poter lavorare con gente appassionata. Ma oramai ho cinquantunanni ed indietro non si torna. In tutti questi anni sono entrato in classe col desiderio di raccontare delle belle storie. Una bella storia ha il prezioso dono di commuovere, di muovere insieme. Ahimè oggi le persone non sanno più commuoversi piegate come sono nel loro “sterile individualismo” al che questo mio paese è come diventato improvvisamente povero. Non importa quanti soldi o quante vacanze facciamo o quante motociclette all’ultimo grido possediamo, siamo poveri, poveri di quella umanità che forse delle macchine, la meccarobotronica, se sappiamo cos’è può insegnarci. Già forse dobbiamo reimparare ad essere umani dalle macchine. Non è forse quello che accade nel finale del film Blade Runner!

Da ultimo ho voluto rivedere un documentario su Fabrizio Meoni. Mi sono venute le lacrime agli occhi quando nel percorrere il finale di tappa di una delle Dakar alle quali ha partecipato incitava così la sua moto: E’ dura per me oggi, ho paura per il motore e per questi altri, ho paura che mi cadan davanti…. Accidenti (rischia quasi di cadere). Sono in un groviglio, sono bloccato dalla paura. E’ difficile, più vado piano e più è difficile…. Cavati un po di mezzo (ad un pilota che andava piano)… Ecco qua il mio amico Jordi…Oplà…Vai moto vai, forza moto… non mi tradire…. Va bene… ecco l’arrivo, eccolo!
Mi sono rivisto con mia moglie sulla mia Kalimero e devo dire che noi siamo dentro questa storia e non importa se le nostre ruote affondano nelle dune del deserto o nellle buche di Roma o nella polvere dell’Eroica!

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2 Pensieri su &Idquo;Capitolo 6. Meccarobotronica

    • Benvenuto in questo piccolo spazio “etereo”. Avrebbe dovuto essere un libro fotografico in origine, ma non me ne sono mai sentito all’altezza. Così dopo alcuni anni ho provato a raccontare con discrezione una storia che era iniziata tanti anni fa con Gilgamesh ed era giunta a grazie a Fabrizio Meoni ed altri… Grazie per il commento

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