Cose dimenticate : lo Stupore

Il mio mestiere è un mestiere antico. Prima di me tanti lo hanno svolto. Leggere di loro affascina. Ma poi come tante cose il tempo ne decreta la fine. Negli ultimi anni la passione che mi animava e mi anima nel luogo dove lavoro, la scuola, è stata vista come una cosa inusuale. Io stesso sono diventato un estraneo. Da parte mia posso solo dire che non mi piace stare dove non c’è voglia nel mettersi in gioco anche se si dovesse arrivare ad un’aspro confronto. Ricordo alcuni versi di Dante che all’incirca recitano così: il perder tempo a chi più sa più spiace. Con tale coscienza ho visto crescere ogni giorno la voglia di andar via e con essa la decisione di alcuni mesi fa che questo sarebbe stato l’ultimo mio anno in una scuola.

Per chi ha qualche anno sulle spalle e come me ha dovuto servire nelle nostre forze armate come obbligo di ogni cittadino di sesso maschile abile ed arruolato è nota “l’alba”. L’ultimo giorno di leva che terminata l’adunata mattutina per l’alza bandiera vedeva una volta sciolte le righe ognuno dirigersi alle proprie mansioni eccetto i congedandi che marciavano rispondendo alla cadenza “passo” del capo plotone con la parola “finita!”.  Negli ultimi mesi aspettavo in un modo che aveva una macabra somiglianza con questo il mio ultimo giorno di scuola! Ma la vita a volte ti sorprende manifestando la sua del tutto imprevedibilità. Un brutto incidente stradale con una prognosi che va allungandosi per le inevitabili complicazioni ha sancito che io a scuola non metta più piede. Così in un mercoledì del mese di maggio appena trascorso, del tutto ignaro, lasciavo per sempre il ruolo di professore che per amicizia tanti anni fa intrapresi.

Se mi chiedessero un bilancio, per quanto nella mia giovinezza fare bilanci era il pane quotidiano, farei fatica soltanto a delinearlo per sommi capi. Come si fa a fare il bilancio di una vita, O solo parte di essa? Una cosa però mi è piuttosto chiara perchè essa è rimasta sempre lì, presente ad ogni mio agire ora che ci ripenso. Dopo i primi mesi di insegnamento tutti i miei schemi le mie programmazioni erano saltate. Non c’era corrispondenza tra chi sedeva dietro la cattedra e chi davanti ad essa. L’amore per la conoscenza, quell’innato desiderio di scoperta e di mistero che circondano l’uomo fin dai suoi primi passi su questa terra pareva essere una cosa sconosciuta. L’uomo, meglio quelle donne ed uomini che avevo davanti pur nella loro fase acerba sembravano non essere mossi ne commossi dalle domande di cui ero in qualche modo ultimo erede. Mi riferisco a quelle che fanno tremare o fuggire qualsiasi uomo se qualche infante gliele pone. Un esempio? Papà non ho mai visto una cosa così bella come quella montagna, chi l’ha fatta? Prima di aprir bocca dovremmo fare memoria del sentimento dello stupore di cui quella domanda è segno. E invece con noncuranza molti cominciano col dire: C’era una volta il Big Bang…. Gulp! Come si fa a cominciare un racconto in un modo peggiore! Che centra il C’era una volta con il Big Bang. È come dire che Steve Rogers abita nell’appartamento di fronte al mio! Chi non mi darebbe del pazzo se incominciassi con l’andare in giro a dire che io conosco Capitan America perchè è il mio vicino di casa! Raccontare non è studiare o praticare la scienza che chiamiamo: Fisica. Raccontare è vivere . È l’unico, vero e affascinante modo con cui l’uomo sta nel tempo. E adesso non mi accusate di averlo copiato da un libro di Ricoeur o chicchessia. Cavolo ma quelli che di voi hanno 50 o 60 anni non si ricordano di come si viveva nei paesi una volta?! Il fascino del racconto era proprio quel cercare un significato di se e delle cose che ci circondano, non di spiegarle. Tutti lo sapevano. Dall’anonimo autore del primo racconto mai scritto, l’epopea di Gilgamesh, fino a, e parlo per ciò che sono le mie letture, il crudo e affascinante scrittore texano Cormac McCarthy. Ad ogni modo resomi conto che era inutile continuare a spiegare i contenuti della materia che insegnavo perchè non ritenuti per nulla interessanti dagli studenti (al massimo erano una curiosità ai soli fini enigmistici, risposte per domande da quiz televisivi), incominciai a setacciare in lungo e in largo tutto al fine di poter avere in mano qualcosa che mi aiutasse ad educare, letteralmente a tirar fuori anche con pinze da dentista, un briciolo di quelle domande dai miei studenti se in loro ve ne fosse stata ancora traccia per quanto microscopica. Lavoro che mi ha entusiasmato, perchè ero di pomeriggio studente e al mattino dopo insegnante, ma logorato piuttosto velocemente nel tempo, soprattutto quando altre questioni eccedenti il lavoro sono sopraggiunte. Delle tante belle scoperte da me fatte in quegli anni una in particolare va al di là di tutte le altre: La schiena di Parker, breve racconto dell’americana Flannery O’Connor la cui vita per l’eccezionale personalità della scrittrice è essa stessa un racconto.
In maniera del tutto spiazzante per i miei studenti, ma consona perfettamente a me avevo dato quest’anno a tutti loro per il secondo pentamestre questo unico compito rispondere alla seguente domanda: In che mondo vivete e voi che ci fate in esso. Osservazioni condotte in prima persona sul mondo che vi circonda e sulla vostra persona. Come unico aiuto oltre qualche mia spiegazione la lettura de La schiena di Parker. Quando mia moglie ne è venuta a conoscenza non ha detto nulla, beh pare mi abbia sposato proprio perchè son fatto strano, ma ha preso il testo della O’Connor e ha incominciato a leggerlo e si è fermata sull’ultima frase del brano che trovate qui sotto. Ha detto che era meravigliosa. Confesso che abituato a guardare sempre oltre molto sovente i particolari mi sfuggono. Ringrazio Anne che ha questo dono e lo condivide

Parker aveva quattordici anni, quando, a una fiera di, paese, aveva visto un uomo coperto di tatuaggi dalla testa ai piedi. Salvo il basso ventre, avvolto in una pelle di pantera, il corpo dell’uomo era coperto da un unico disegno intricatissimo, a colori squillanti, o almeno
così era sembrato a Parker che era quasi in fondo alla tenda, in piedi su uno sgabello.
L’uomo, piccolo e tarchiato, camminava su e giù lungo la piattaforma, flettendo i muscoli, in modo che l’arabesco di uomini, animali e fiori sul suo corpo sembrava animato da una misteriosa vita propria. Parker era pieno d’emozione, esaltato come certa gente quando vede passare la bandiera. Era un ragazzotto che di solito guardava tutto a bocca, aperta: massiccio, leale e ordinario come una pagnotta. Quando lo spettacolo era terminato, era rimasto in piedi sulla panca, con gli occhi fissi nel punto dove aveva visto l’uomo tatuato, fino a quando la tenda non si era svuotata quasi del tutto.
Prima d’allora, Parker non aveva mai provato il più vago moto di stupore per se stesso

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