Tra Mare e Monti

Negli anni ’60 le piccole città italiane attraversate e rase al suolo dal fronte della II^ Guerra Mondiale, che aveva risalito l’intero stivale della penisola, erano in febbrile attività. Quando nacqui a Pescara la città aveva già incominciato ad assumere l’aspetto delle “cities”, delle metropoli, un nuovo insediamento umano fatto di comodità e servizi la cui gente che cammina per le strade sembra saltata fuori direttamente da un quadro di Munch. Come un mantra si incominciò a diffondere su stampa e targhe la dicitura “meropolitana”. Tutti se ne riempirono la bocca. Avevamo una città metroplitana, un’area metropolitana, dei mezzi di trasporto metropolitani e persino una curia metropolitana. C’è sempre stata e c’è tuttora un’euforia intorno a questo vocabolo, come nella scena iniziale del film di Fritz Lang, Metropolis del 1927, anche se interrotta da una strana processione. Singolare, ora che ci penso, il fatto che Pescara viene eletta provincia proprio nell’anno di uscita del film.

Una nuova era era nata ed io vi camminavo dentro. Uno si dovrebbe trovare contento di vivere nel proprio tempo eppure c’era qualcosa che non mi ha mai consentito di appartenere davvero a tutto questo. Ci ho pensato a lungo, anche quando da Pescara per lavoro mi sono dovuto allontanare e vi tornavo a fine settimana per accudire la mia anziana madre. E una certa idea di ciò che non andava me la sono fatta. Poi mia moglie ha trovato, in questi ultimi giorni tra gli scritti di Ennio Flaiano questa lettera di cui trascrivo la parte centrale.

Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto…

Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), – la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno.

[…]

Un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare. Quando ho letto questa frase  mi sono sentito come di fronte ad una superficie riflettente, uno specchio, Flaiano scriveva ciò che per me era perché da sempre sotto i miei occhi.

E’ impossibile passeggiare lungo il mare o avventurarsi fino alla punta dei moli che costringono la foce del fiume Pescara senza voltarsi alle spalle ed accorgersi di come la città è letteralmente schiacciata tra il mare e l’imponenza nevosa della Majella a sud mentre la maestosità rosacea della Bella Addormentata fa da cornice a nord. La metropoli non è nulla di fronte a questa bellezza più antica dell’uomo. Mi viene da pensare ai primi insediamenti che occuparono questo sito, in particolare alla gente che lì abitava. Avessero costoro avuto le possibilità e le abilità di Flaiano, avrebbero scritto qualcosa di diverso? Ritengo di no. Eppure qualcosa deve essere accaduto come mai prima. Credo abbia a che fare con quella parola: Metropoli. Essa non sembra conoscerne un’altra: stupore. Così presi dalla costruzione di un mondo migliore ho come l’impressione che ci siamo strappati di dosso il primo e originale sentimento che ci faceva uomini, abruzzesi, pescaresi: lo stupore. Temo che questa cosa non sia accaduta solo qui.
Lontano, negli Stati Uniti, erano gli anni ’50 quando Jack Kerouac scriveva il suo primo romanzo dal titolo La Città e la Metropoli dove l’autore  racconta della famiglia Martin originaria di una piccola città immaginaria del Massachutes destinati a perdersi nella metropoli newyorchese. Mentre era all’opera su questo suo primo racconto annota nel suo diario, Una terra battuta dal Vento:

“Grazie, Signore, Dio degli eserciti, Angelo dell’universo, Re della luce e Creatore delle tenebre per le Tue vie, le quali, se non fossero percorse, trasformerebbero gli uomini in ottusi danzatori nella carne senza dolore, mente senza anima, dito senza nervo e piede senza polvere […] Mantieni la mia carne nella Tua eternità

Chi guarda in faccia il mare e poi voltatosi alza gli occhi verso i monti e si sente colmo di  un improvviso quanto gratuito stupore saprà per certo che ha ancora un’anima

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