My Hometown

La convalescenza è un tempo strano.

Mi ha scritto qualche giorno fa un amico convalescente che tratto a forza dagli impegni di lavoro ha scoperto molte cose nuove non ultimo lo stare seduto in spiaggia a guardare il mare incrociando così quello strano rapporto che c’è tra uomo e mare e che in Heminguay si traduce in uno dei suoi più celebri romanzi. Per me la convalescenza è innanzitutto noia. Sfortuna vuole che per professione e formazione io sia portato a riflettere molto, troppo e con esiti discutibili. Per rompere questa solitudine di pensieri ogni tanto provo ad ascoltare altro da me. Alcuni giorni fa trastullandomi sul web sono incappato non proprio per caso in questo brano di Bruce Springsteen che avevo ascoltato tante altre volte in passato

My Hometown – B. Springsteen 

Poi qualche giorno dopo quasi inconsapevolmente ho tirato fuori un vecchio album di foto della mia prima infanzia e l’ho sfogliato in compagnia di mia moglie. Per lei era la prima volta che vedeva quelle immagini. Io invece le ricordavo quasi tutte a memoria per quanto erano anni che non le vedevo più. L’album mette in scena me e la mia famiglia fatta non solo di mio padre mia madre e me ma anche della mia famiglia materna: nonni, zii, cugini…. il racconto per immagini si fermava d’improvviso con uno scatto fatto a me e mio cugino Gianluca alcuni giorni dopo la morte di mio padre.

Mi sono fermato a pensare a mio padre. Come si vedeva nelle foto come in pochi anni il suo aspetto passava da un uomo vigoroso ad un uomo invecchiato a causa dall’insorgere di quei mali che poi lo avrebbero portato velocemente alla morte. C’era anche altro. Le foto a me che le conoscevo e ricordo abbastanza bene come e quando furono scattate dicevano anche del nostro rapporto. Quanto ci siamo divertiti a scherzare e prendere in giro tante occasioni di vita quotidiana avendo spesso come spettatore attonita mia mamma! Ma dicevano anche della distanza che c’era tra me e lui. Non potevo capirla allora. Ora so che già all’epoca io mi stavo incamminando su di una strada che mi avrebbe portato in un mondo al quale lui non apparteneva. Non credo se ne rendesse conto nemmeno lui, semplicemente accusavamo entrambi l’estraneità crescente l’uno dell’altro. Un ruolo determinante lo svolse certo la sua malattia, ma credo che decisivo fu il fatto che mia madre aveva deciso che dovevo studiare. Lui era un semplice meccanico con la terza elementare e viveva nel suo mondo fatto di officina ed ingranaggi circondato da gente in tuta blu. A me la sorte di dover imparare molto più che a leggere, scrivere e dare di conto passando buona parte della mia giovinezza sui libri o in aule prima scolastiche e poi universitarie.

Ma c’è stata una parte della nostra vita insieme che era magica! Momenti che non si limitano a quelli  in cui entrambi davamo il meglio di noi nel fare gli “idioti” con versi boccaccie e stramperie simili. Ci fu un tempo in cui mio padre desiderava in qualche modo che qualcosa del suo mondo entrasse nel mio. Così fu lui a mettermi su una bicicletta e ad impararmi ad andarci. Il tutto accadde senza tanta poesia. Prese la mia piccola bici mi porto per strada tirò via con una chiave le due rotelle e con la sua grossa mano mi dette una spinta forte nelle spalle poi mentre mi allontanavo mi gridò: dai scemo pedala se no cadi. Al secondo tentativo capii che era meglio dargli retta, ne andava della integrità di ginocchia e mani! Ma forse i ricordi più belli sono quelli in cui mi recapitava in estate dai miei nonni. Il viaggio si svolgeva in macchina. Non ricordo di averlo mai veduto prender autobus o treni. Partenza da Pescara metà uno sperduto paese del Molise: Morrone del Sannio. Sulla sua vecchia Ford Anglia in versione familiare, automobile che continuava a funzionare solo grazie alla sua, chiamiamola così per dire, opera di manutenzione e restauro, si partiva. Il viaggio era epico. Non prendeva mai l’autostrada, lo fece una volta e si spaventò per la velocità che lì era d’abitudine, nemmeno quella che per l’epoca era una nuovissima supertrada: la Fondo Valle Biferno che collegava Termoli a Campobasso. Ma prima la SS16, l’Adriatica, poi la vecchia Sannitica erano il suo percorso abituale. Tutto il viaggio era fatto di tappe rituali tra spacci dove acquistare buoni prodotti da mangiare, soste dai suoi vecchi clienti o per fare il pieno di acqua fresca dalle varie fonti e aneddoti legati ad ogni curva di una strada che aveva percorso per ragioni di lavoro con ogni condizione meteo per anni quando i fratelli lo destinarono sulla sede di Campobasso. Io seduto al suo fianco, quando con noi non c’era mia madre, ero affascinato da tutto. E’ li più che in tanti altri luoghi che frequentavo già, come il cinema, e altri che poi avrei frequentato assiduamente come la letteratura, la storia e la musica rock che ho incominciato ad amare la strada. Una strada che in sua compagnia mi ha fatto conoscere ed amare la mia terra, quella che per me è la  mia Hometown

I’d sit on his lap in that big old Buick and steer as we drove through town
He’d tousle my hair and say son take a good look around this is your hometown
This is your hometown
This is your hometown
This is your hometown

[…]

I’m thirty-five we got a boy of our own now
Last night I sat him up behind the wheel and said son take a good look around
This is your hometown.

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