Tu padre mio, tu madre, tu fratello, Tu florido marito.

Era il 1981 avevo tredici anni quando per la prima volta un lutto funestò la mia famiglia. Mio padre morì nel mese di novembre di quell’anno. Poco più di un anno trascorse e questa volta fu mia nonna materna a morire. Da allora le morti nella mia famiglia si sono succedute ed oggi di tutte le persone appartenenti alle generazioni prima della mia resta solo mia madre. Ha quasi novant’anni e se il fisico sembra non soffrire tanto dell’età non è così per la sua salute mentale. Come per molti di quell’età la demenza senile si fa largo giorno dopo giorno.

Così  mi accade a volte di girarmi attorno e ritrovarmi solo mentre la memoria fugge ai giorni della mia infanzia quando ero circondato dalla allegria della mia famiglia riunita a casa di mio nonno.

Tre anni fa più o meno in questo periodo mi trovavo molto lontano da casa. Ero giunto per la prima volta ai margini della Sassonia, die Sachsen,  dove in pochi chilometri si può passare quasi senza accorgersene dalla Germania alla Repubblica Ceca attraversando un pezzetto di Polonia Scoprivo allora la terra natale di mia moglie Anne dove abitano ancora i suoi genitori e suo fratello con la sua famiglia.

E si sono passati tre anni e per la quarta volta sono ancora qui. E mentre la lingua tedesca mi resta sconosciuta come la prima volta non così Meine Neue Familie.

La scuola in Italia da tanto tempo non insegna più. Ne parlo per esperienza diretta. La poesia si è allontanata dalla vita ed è divenuta di volta in volta analisi del testo o squarcio sociologico o non so che altro ancora avendo come unica conseguenza quello di far crescere una noia mortale in chi si siede tra i banchi. Eppure non è così. Quelle strane parole quei versi senza tempo sono impregnati di vita, di vita vera.

Qui in una terra a me non familiare molto lontano da casa circondato da queste care persone di cui non comprendo la lingua mi sono venuti alla mente le parole che Andromaca rivolse ad Ettore alle porte Scee, lei orfana di famiglia e terra:

Or mi resti tu solo, Ettore caro,
Tu padre mio, tu madre, tu fratello,
Tu florido marito. Abbi deh! dunque
Di me pietade, e qui rimanti meco

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