Capitolo 6. Il maestro

Dicono che la classe di lavoratori alla quale appartengo, gli insegnanti, siano dei pessimi allievi. Secondo questo giudizio il professore non sarebbe per nulla disposto a tornare da dietro la cattedra a dietro il banco. Confesso che io nonostante siano trascorsi tanti anni da quando varcai la porta di un aula in qualità di docente continuo a sentirmi in imbarazzo quando mi chiamano Professore. Ho sempre considerato la mia persona un prestito fatto alla scuola. Oggi mi viene da dire un prestito a lungo termine, una di quelle cose che l’economia superveloce in un mondo ancora più veloce non conosce, ma se tra voi che mi leggete c’è qualcuno antico ricorderà come i nostri nonni contadini depositavano il poco che loro avanzava alla Poste sotto forma di risparmio più che ventennale. Era destinato ai loro figli. La famiglia aveva una storia da raccontare che di rado conosceva la parola fine. Poi tutto è cambiato.
Ma torniamo agli Insegnanti. Una volta un mio caro amico che svolgeva il mio stesso lavoro disse di noi: mio caro noi saremmo insegnanti? A vederci si direbbe che più che altro siamo badanti mal pagati di adolescenti che prima vengono innalzati sugli altari quali idoli e poi lasciati cadere nella noia e nell’apatia. Se insegnare in latino vuol dire lasciare un segno dentro, una ferita aperta nei propri studenti, temo quel mio amico avesse ragione.

Anni or sono una mia vecchia conoscenza, un uomo che credo abbia contribuito con il suo agire al significato della parola prudenza, mi disse di essere caduto con la sua moto mentre tentava di arrivare in cima ad una strada bianca. Ne fui sorpreso. Non mi stupì il fatto che da allora se proprio non è costretto non mette mai le ruote fuori dall’asfalto nonostante sia un provetto viaggiatore, ne ho conosciuto pochi come lui. Ad ogni modo io conosco quella strada e negli anni ha suscitato in me sempre una enorme curiosità. Si trova in uno dei posti più belli della mia regione, scelto anche dal cinema come set. Più volte ho cercato di prenderla e tutte le volte giunto ad un certo punto sono tornato indietro. Ma nonostante gli anni sono passati il fascino misterioso di quella carraraccia di montagna non mi ha mai abbandonato. Se volessi scomodare le mie conoscenze da insegnante dovrei dire che essa è stata per me un’immagine di quello che Rudolf Otto chiamò Mysterium tremendum et fascinans, un qualcosa che ha a che fare con il sacro.
Dico è stata perchè ieri come allievo di un antico eroe ho seguito Dino per inoltrarmi in questo luogo sacro.
Ah, Dino. Chi è Dino? Beh ieri è stato il mio maestro ed io il suo allievo.
Ho conosciuto Dino solo ieri in mattinata dopo che ci eravamo tenuti in contatto per molto tempo. Dino è tante cose e tra queste un motociclista. Così in modo del tutto inaspettato ieri mi ha raggiunto per seguirmi nei miei itinerari di pendolare che molto spesso abbandona l’autostrada per andare alla scoperta delle meraviglie dell’Appennino. Nonostante il nostro incontro è cominciato con un piccolo malfunzionamento della sua moto, provveduta la riparazione, siamo partiti alla volta di Campo Imperatore. Io procedevo alla mia solita andatura da tartaruga su per strade conosciute alla ricerca di quegli squarci e di quei colori che veduti una volta non ti lasciano più. Lui mi seguiva con una calma e una tranquillità che raramente ho constatato quando si va in giroingiro in più di uno. Dal racconto che mi ha fatto la sua passione per la moto ha avuto inizio quando era un bambino allorchè il papa lo mise sopra una motina da cross, una Kawasaki Grizzly, che meriterebbe solo per il nome di far parte di una storia di frontiera. Mentre lo osservavo guidare attraverso i miei specchietti retrovisori mi rendevo conto che ne aveva da vendere di bravura nella guida e dicevo a me stesso che ci facevo io davanti mentre lui era lì dietro di me? Lui era il maestro ed io se volevo imparare qualcosa dovevo essere l’allievo e seguirlo. Così quando finalmente sono arrivato al punto oltre il quale non ero mai andato su quella carraraccia ho chiesto a Dino che andasse avanti. E’ allore che è iniziato il vero viaggio. Un viaggio meraviglioso. A vedere come gestiva la sua pesante moto con gomme stradali su e giù per quella sassaiola non si poteva non rimanere esterrefatti. Io maldestramente arrancavo dietro mentre l’adrenalina saliva e il sudore veniva giù a mo di fontana. Quando la stanchezza ha preso il sopravvento sul mio corpo e la mia mente per nulla allenati allo fatica e piuttosto malridotti per i miei acciacchi ho deciso che dovevo imparare come parcheggiare senza fare uso del cavalletto. Così una ed una seconda volta sono andato giù perdendo il controllo della moto prima per non aver spostato il peso del mio corpo all’indietro lasciando l’avantreno della moto galleggiare e farsi strada e poi per non aver tenuto la dovuta distanza da Dino al che per non travolgerlo ho fatto un cattivo uso dei freni. Cionostante lui era lì ad aiutarmi ed a spronarmi ad arrivare fino in fondo. Ed in fondo siamo arrivati. Gli ultimi metri di slalom tra mucche al pascolo mentre attraversavamo un prato pianeggiante per recuperare la strada asfaltata con il Corno Grande quale unico e antico spettatore sono stati il degno epilogo di quei 7 chilometri nei quali io, insegnante, mi sono fatto allievo e ho riscoperto il bello dell’essere uno studente.

Studio, ora che mi affiorano alla mente i ricordi della lingua latina, vuol dire tendere a qualcosa con zelo, è una forma di amore, è un’esperienza bella come poche e perchè avvenga c’è bisogno di un maestro. Qui nella frontiera, dove io viaggio spesso, ve ne sono ancora.

 

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