Capitolo 8: Cavalli Selvaggi

“Ciò che amava nei cavalli era la stessa cosa che amava negli uomini, il sangue e il calore del sangue che li animava. Tutta la sua stima, la sua simpatia, le sue propensioni andavano ai cuori ardenti. Così era e sempre sarebbe stato”

Ho conosciuto John Grady molti anni fa. A volte mi piace rileggere l’inizio della sua storia di quella sua passione per i cavalli e per gli uomini. Per i cuori ardenti. Una cosa oramai sempre più difficile da incontrare.

Sono salito una sola volta su un cavallo. Non ne sono stato entusiasta, non ho mai desiderato salirci una seconda volta. Questo non toglie che quando ne incontro di liberi pascolare mi fermo arresto il motore e sto lì a guardarli. Ricordo invece mio padre che con un calcio secco avviava il suo Benelli Motobi 125. Nel cuore d’acciaio di quella vecchia moto c’era più di un cavallo, di un cavallo vapore. Ho ammirato quella sua cavalcatura sin dall’inizio. Ho continuato ad ammirarla anche dopo la sua morte quando mia madre fece trasferirla nella stalla di mio nonno. Lì l’ho vista invecchiare senza poter fare nulla. Ero troppo giovane e non avevo appreso l’arte della meccanica da cui il mio babbo era posseduto. Alla fine mia madre decise di disfarsene e fu così che io mancai il mio appuntamento con una motocicletta. Ma la storia non finisce qui.

Molti anni dopo seduto comodamente in macchina incolonnato nel traffico congestionato della mia città vedevo come altri in sella a degli scooter mi sfrecciavano a fianco. Decisi che ero stanco di attendere che il lungo e lento serpente di acciaio gomma e plastica si muovesse. Andai in una concessionaria per acquistarne uno. Lì tra i tanti scooter c’era un moto. Sul suo serbatoio erano raffigurate la testa e le ali stilizzate del più famoso cavallo alato, Pegaso. Fu così che mi ritrovai in sella ad una moto animata da un cuore d’acciaio nel cui sangue scorrevano 49 cavalli.

Non sono più sceso. Di quel tipo di cavalcature ne ho avute molte. Per lo più ho scelto sempre moto mansuete ma che non avevano paura di affrontare lunghe distanze. Solo più tardi mi sono imbattuto in qualcosa di diverso.

Era inverno e nonostante fosse ancora pomeriggio il buio era già sceso quando il furgone del trasporto moto si fermò davanti casa mia a Roma. Un ragazzo dai movimenti agili apri gli sportelli posteriori tirò fuori una stretta rampa e dopo aver rimosso le cinghie che la tenevano imbrigliata fece scendere dal veicolo una 990 adventure R nella sua livrea nero bianca con telaio arancio. Mi disse: bella moto, una brutta bestia da domare!

Accesi il quadro aspettai qualche istante che la centralina ultimasse il controllo degli strumenti dopo di che avviai il motore. Rumore di sferragliamento. Lo lasciai andare. Non conoscevo la moto e prima di farla muovere preferii aspettare che la temperatura arrivasse a regime. Mentre i secondi trascorrevano spariva lentamente il rumore di ferraglia, i meccanismi incominciavano a rivivere dopo il lungo letargo, ed il borbottio del duplice scarico Akrapovic prendeva il sopravvento. Finalmente decisi di salire in sella. Dovetti fare ricorso a tutta la lunghezza delle mie gambe, che certo corte non sono, per scavalcare. Una volta in sella ebbi una sensazione mai provata prima. Mi trovavo sopra la moto a oltre 915 mm da terra. Toccavo a malapena con entrambe i piedi causa anche del profilo curvo della strada. Le mie mani avevano afferrato le manopole alle estremità di un manubrio talmente corto come mai mi era capitato. La moto vista dall’alto era ancora più stretta di quanto già era apparsa allorché il ragazzo l’aveva scesa dal furgone. Davanti a me il piccolo parabrezza, il quadro strumenti di piccole dimensioni che raccoglieva un tachigrafo digitale “l’orologio” dei giri motore e alcune spie. Tra il manubrio e me i due tappi che permettevano l’accesso al serbatoio di benzina che si estendeva lungo i lati della moto verso il basso come delle bisacce a cavallo della sella. Soluzione che abbassava il baricentro e insieme al peso non considerevole del mezzo dava un senso di leggerezza.

Venne il momento di farla muovere. Saggiai lungo la corsa della leva della frizione l’attacco dando un pizzico di gas. E poi partii. Un autentico strattone seguito da una serie di singhiozzi ottenne come risultato che mi aggrappai con forza al manubrio e diedi per mia fortuna più gas. Il motore non si spense. La moto mostrava un carattere ruvido e prepotente. Quello che molti chiamavano effetto on/off consisteva nella necessità del suo rider di non andarci con i guanti di velluto. Per avere ragione della 990 era necessario che si spalancasse il gas con decisione giocando bene con la frizione per evitare di farla spegnere e di finire col sedere per terra. Da quell’altezza e con quel precario appoggio di cui godevo un spegnimento in prima marcia sarebbe stato fatale. Poi la moto prese la giusta velocità e alle prime svolte capii che il modo con cui avevo condotto motociclette fino a quel momento con questa non andava bene. Bisognava capirla e precederla se non si voleva essere respinti. Inizio così il mio braccio di ferro con un autentico cavallo selvaggio. Non si poteva facilmente averne ragione a meno che non si fosse un pilota di provata esperienza. Ma più passavano i giorni più non riuscivo a staccarmi da lei. Un fascino antico e misterioso mi legava a questa moto.

Ci fu una volta che alcuni amici ci invitarono a passare un fine settimana dalle parti del Passo delle Radici, al confine tra Toscana ed Emilia. La coppia che guidava il piccolo gruppo di moto era su una Bmw R1200Gs Adventure. Lui, nella sua fisionomia nordica, mi ricordava molto mio padre. Quando la strada incominciò a salire tra strette curve aumentò il ritmo. Si vedeva la maestria che aveva nel condurre una moto così pesante e carica. Provai a stargli dietro pensando che lo avrei perso in breve tempo. Con mia profonda sorpresa scoprii come la 990 acquistava con il salire dei giri motore una sicurezza lasciandosi alle spalle le incertezze di un pilota tanto inesperto quanto io sono sempre stato. Non ebbi problema a stare dietro al nostro capogruppo. Anne si. La guida fisica che il 990 esigeva si moltiplicava per il passeggero che doveva assecondare il selvaggio carattere della moto. Dopo un po’ mi chiese di fermarmi aveva bisogno di mettere terra solida sotto i piedi.

Con la 990 ho vissuto per un anno e più. Alla fine l’ho ceduta perché le esigenze di famiglia erano diverse. Ma ogni volta che avverto da lontano il borbottio del doppio scarico della 990 e ne vedo passare una rimpiango la mia scelta. Non ho più avuto una moto come lei. Mi sento ad ogni modo molto fortunato per aver cavalcato per un intero anno uno degli ultimi cavalli selvaggi che dimorano nella Frontiera.

“Il ragazzo, che cavalcava poco più avanti, stava in sella come ci fosse nato, e infatti era così, ma dava l’impressione che, se fosse nato in uno strano paese privo di cavalli, avrebbe saputo scovarli ugualmente. Perché il mondo fosse a posto o perché lui fosse a posto nel mondo, si sarebbe accorto che mancava qualcosa e sarebbe andato in giro continuamente e dovunque finché non si fosse imbattuto in un cavallo, e allora avrebbe capito subito che il cavallo era e sarebbe sempre stato quel che cercava.”

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