Capitolo 9: Sputafuoco

Due uomini parlano con una giovane donna. Da lontano un terzo uomo li spia. E’ stato mandato a tenere d’occhio la ragazza, figlia di un giornalista assassinato dal Boss di Chicago perchè aveva raccolto prove a sufficienza per farlo spedire in galera. Lo sgherro vede la ragazza incontrare i due uomini il cui abbigliamento ne tradisce la provenienza dalla Frontiera. Uno è più anziano dell’altro, ma entrambi manifestano il fisico e il volto di uomini temprati che non temono nulla. I grossi cinturoni con due colt nei foderi, due autentiche sputafuoco in mani esperte, li rendono ancora più temibili di quanto già non lo sia il loro aspetto fisico. Così al terzo uomo non resta che esclamare: sono due ed hanno l’aria di gente pericolosa.

Alcuni anni or sono uscivo dal lavoro e recuperata la mia moto ne avviavo il motore. All’accensione l’Akrapovic, come sua abitudine, fece due grosse esplosioni seguite dal cupo suono del boxer BMW. La mole di quella moto color verde militare con sulle fiancate l’emblema del più pericoloso dei gruppi caccia imbarcati della marina americana, il VF-84 Jolly Rogers, produssero in un passante un tale paura da vederlo fare un balzo per lo spavento.

Io sono nato e vissuto tra le sputafuoco. Il mio west ne è popolato tanto nell’immaginario narrativo quanto nella vita di tutti i giorni. Ma tra le tante sputafuoco che ho visto e maneggiato ce n’è uno che è insuperabile. La mia gente usa cibarsene.

Una volta conobbi un tizio, un tale Peppe, nome assai diffuso dalle mie parti un tempo. Era un filosofo. Le sue passioni erano Sant’Agostino e i Nomadi. All’epoca trovai bizzarro l’accostamento, ma dopo che ci ho pensato bene non lo trovai più tale: a farli amici nonostante la loro sconfinata distanza era la loro inquietudine. Peppe prima di quello doveva essere stato anche altro, di certo era all’epoca soprattutto una buona forchetta. Quella volta si doveva andare a visitare una fortezza che aveva resistito oltre ogni misura all’invasione piemontese della mia terra. Mentre in parlamento si dichiarava solennemente la nascita del Regno d’Italia convinti di aver espugnato ogni roccaforte del Regno delle due Sicilie, a Civitella del Tronto la piccola guarnigione comandata da un sergente resisteva. Alla fine ci portarono in una azienda agricola che tra le tante cose produceva biologico. Io a dire il vero non ho mai capito questa storia del biologico. Ma come spesso mi dicono sono antico, vecchio. La cena sarà stata anche “biologica”, ma non brillava certo per sapore così Peppe ad un certo punto tirò fuori una busta contenente piccoli peperoni verdi li mise sul tavolo ne agguantò uno e lo mangiò tutto d’un colpo. Lo imitai. Bastarono pochi istanti che finii col cambiare colore non so più quante volte nello spazio di una manciata di secondi e la mia bocca divenne talmente incandescente che ero preoccupato: se l’avessi aperta ne sarebbe uscita una tale fiammata che l’alito del drago Smaug a confronto sarebbe parso il fuoco di un cerino. Peppe invece continuava a cibarsene. Finito uno ne iniziava un’altro e in due tutt’al più tre morsi lo terminava. Guardandolo mi chiesi se le sue fauci fossero di acciaio e avessero un tamburo un cane e una canna dall’anima rigata dai quali era pronto ad essere sputato fuori uno di quei proiettili calibro 44 magnum che tanta fama hanno portato a Clint Eastwood. Non ebbi alcun dubbio nell’intendere che la voce tonante e infuocata del nostro filosofo in qualche modo fosse debitoria di quei piccoli peperoncini verdi.

Fu in quel giorno che in modo del tutto imprevedibile scoprii il segreto di una certa cucina saporita. Confesso che sono in pochi quelli che la apprezzano, ma qui nella frontiera o si ha una sputafuoco o si è una sputafuoco, tertium non datur.