Capitolo 11. Il fiume (The river)

“Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok… Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora” (Gn 32-23,25)

Lunghe e sottili sagome di saguari si stagliano contro il cielo infuocato dal tramonto. L’aria è piena del suono della tromba sulle note del Deguello mentre Chance accende la lucerna accanto alla porta del suo ufficio, l’ufficio dello sceriffo. Siamo a Rio Bravo e la resa dei conti è prossima. Questo nome mi ricorda un altro film di qualche anno più vecchio. Lo stesso John Wayne indossa questa volta i panni dell’ufficiale. La colonna al suo comando fa rientro alla guarnigione dopo aver lambito le sponde del Rio Grande al confine tra Texas e Messico impegnata in  una impossibile caccia all’indiano. Ad attendere quegli uomini sono i loro figli e le loro donne che cercano il volto del loro marito tra i soldati ricoperti di polvere e fatica. Per alcune non resta che cercare tra i feriti in coda alla colonna e se nemmeno lì trovano il loro uomo la ricerca finisce e si apre la porta del dolore che non ha confine.
Il Rio Grande o Rio Bravo è il mio fiume. Da bambino non ho sentito parlare se non di lui, presenza inesorabile in quella grande epopea che è l’Ovest americano.
Io  sono nato sul mare, ma anche sul fiume. La mia città è lambita dalle sponde dell’Adriatico e divisa in due dal fiume che oggi porta il suo nome. I fiumi nell’Appennino non sono grandi fiumi, troppo breve è il loro tragitto dalla sorgente alla foce e troppo ripida la pendenza del terreno. Così spesso somigliano più a dei fossi che a dei veri alvei con sponde lunghe e piane. Attraversarli è pressoché impossibile se non ci si adopera a costruire un ponte. Inoltrarsi alla ricerca delle loro sorgenti o trovare un guado per attraversarne uno in stile cowboy non è dunque impresa da poco, ma non è impossibile con un pizzico di fortuna.

Scendere sulla riva del fiume rimanere lì a osservare lo scorrere lento o tumultuoso delle  sue acque, immergere le mani e piedi in esso è un’esperienza che mi avvicina al sacro come in questi versi di Giuseppe Ungaretti:

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo


Apro ancora una volta lo scrigno dei ricordi legati a mio padre.
Caro lettore non te ne stupire. Sono cose della vita quelle di rimanere orfano, ma ciò che me l’ha resa amara non è essere rimasto senza padre all’età di tredici anni. E’ assistere giorno dopo giorno alla fine di un popolo, il mio, cui la patria, i patres, giacciono nel passato e il presente vive senza memoria e disperato, incapace cioè di uno sguardo buono verso il futuro. Tutti dovremmo poterci dire figli per diventare uomini e padri. Soprattutto un popolo.
Torno a mio padre. La sua sapienza risiedeva nelle sue mani. Una volta che il suo stato di salute incominciò a peggiorare fu costretto a rinunciare a viaggiare per lavoro. Si rintanò allora nel suo magazzino/officina e li trascorreva le sue giornate trafficando su ogni cosa, compresa la sua macchina, una vecchia Ford Anglia color azzurro cielo che continuava a mantenere in vita nonostante fosse da rottamare. La sua povera pensione non gli consentiva di avere altro, ma forse nemmeno lo voleva. Fu con lei che un giorno decise di portare me e mia madre a visitare i suoi parenti rimasti al nord. Il lungo tragitto autostradale, per lui che non amava affatto questo nuovo genere di strade, fu un incubo. Giunto a Bologna decise di abbandonarla e proseguire per strade ordinarie. I cambiamenti in parte e la sua memoria che incominciava a tradirlo ci portarono giroingiro per la bassa tra le province di Modena e Mantova. Al chè giungemmo al grande fiume, il Po, cominciò a raccontarci con dovizia di particolari di quando era bambino e come all’epoca i bambini piccoli scorrazzavano liberi per le campagne intorno al fiume. Nelle sue prime missioni esplorative era in compagnia del cane di famiglia. I due avevano stretto un legame indissolubile. Raccontò di come una volta si era addentrato tra le sterpaglie e di come il cane gli era corso dietro afferrandolo con la bocca per il fondo dei pantaloni giusto in tempo da non lasciarlo precipitare nel fiume. Non so quanta verità ci fosse nei racconti di mio padre. A ripensarci dopo molti anni dalla sua morte credo che fosse un degno rivale del personaggio Edward Bloom in Big Fish. Io devo tanto a quelle storie. Senza di esse mi sentirei davvero un senza patria.
Fu così che appresi che  gettarsi in un fiume può essere a volte molto pericoloso, altre affatto.
Non ho amato molto la trasposizione cinematografica del Signore degli Anelli di Peter Jackson che spesso traduce in chiave horror il mondo in guerra della Terra di Mezzo, ma le scene in cui domina la presenza dei cavalli possono rivaleggiare con quelle del romanzo. Ce n’è una che le supera tutte. È la fuga di Arwen e Frodo a cavallo inseguiti dai cavalieri neri. Una delle più belle scene di inseguimento di tutto il cinema. La corsa termina sul fiume. Arwen lo attraversa senza indugio, ma allorchè i nove provano a farlo vengono travolti da una gigantesca onda in forma di cavalli che lì scompagina consentendo a Frodo di arrivare salvo a Gran Burrone.

Arwen Nazgul Chase

Il fiume luogo di salvezza e di sconfitta tutto dipende da chi uno è. In qualche modo è il luogo della verità, perchè è il luogo della memoria. Attraversarlo distingue il buono dal malvagio. In maniera che io non so dire come, il fiume legge l’uomo nel profondo del cuore.

Questa mattina ho deciso di risalire il mio fiume, dalla foce imbrigliata dentro due moli che costituiscono il porto canale della mia città, alla sua sorgente. In verità sono due le sorgenti poiché appena il Pescara nasce è raggiunto dal più lungo dei suoi affluenti, l’Aterno, che gli è valso il doppio nome di Aterno-Pescara. È stato un viaggio nell’ambiguo che caratterizza i nostri tempi, ma anche in un passato fatto di luoghi che sono più degni di un film medievale che di uno sulla frontiera. A pensarci bene se il western ha salvato il genere epico nel secolo scorso le Romance, molti secoli or sono, lo ha reso poesia e lingua di popoli che oggi stanno vivendo una lenta agonia.
E’ davvero singolare ora che ci penso che il fiume più noto dell’antichità, il Lete, è il fiume dell’oblio. Dalla parola Lete per negazione viene a-leteia, dischiudimento, svelamento, rivelazione. Fu così che Giacobbe attraversando lo Iabbok non dimenticò chi era, ma gli fu rivelato chi davvero fosse. Lo sconosciuto con cui lottò tutta la notte fino all’alba non gli disse il suo di nome cambiò invece quello di Giacobbe in Israel rivelandogli il suo destino: essere padre di un popolo.

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11 Il fiume – Pictures Album

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