Il mio Molise

Ero da poco uscito da scuola e stavo passando davanti San Martino ai Monti quando squilla il telefono, era il gennaio del 2009. Mio zio fa un po’ fatica a parlare, mi deve comunicare che hanno trovato mia zia Maria sorella di mia mamma e sua cognata morta in casa. La notizia mi rattrista, ma non mi turba. L’avevo assistita io stesso nel suo veloce declino. Dopo un po’ chiamo mio cugino Andrea. Lui è visibilmente scosso. Ma lo comprendo. Nostra zia Maria lo ha cresciuto per 3 anni. Lui è un prete gli chiedo se vuole venire con me in paese per le esequie. Si vengo, mi dice. Anzi mio fratello sta partendo col treno per andare lì. Gli rispondo che io non sono libero prima di domani: è periodo di scrutini e conosco la preside, non vuole sentire scuse non mi permetterà di partire subito. Mi concede solo il tempo per il funerale ma le devo assicurare che non mancherò a nessuno scrutino. Dico ad Andrea di procurarsi una macchina, so che lui non guida, ci penserò io, ma lui ha più possibilità di me.
L’indomani partiamo a bordo di una Panda 750 presa in prestito ad un vecchio sacerdote. E’ l’unico lusso della sua vita. E’ andato sempre a piedi o in autobus, ma da quando l’età ha superato gli 80 fa fatica per andar a dire la messa mattuttina in un istituto di suore. Così gli hanno dato quella vecchia macchina. Quando saliamo a bordo mi pare di fare un tuffo negli anni 80. Già dai primi chilometri mi accorgo che non solo la Panda non ha un motore brillante, ma questa in particolare, non deve aver mai camminato per più di 10 chilometri di seguito.

Imboccata l’A1 in direzione sud non resta che pregare e non solo per nostra zia, ma soprattutto per la panda. Il nostro viaggio verso Morrone del Sannio provincia di Campobasso regione Molise ha inizio.

Non sono mai riuscito a farle superare i 100 km/h nonostante la punta del mio stivale spingesse a fondo corsa il pedale dell’accelleratore. Entrano spifferi d’aria da tutte le parti. Decidiamo così di non toglierci giubbini e sciarpe, io mi tengo anche il mio bel cappello di lana in testa. Nonostante le probabilità siano a nostro sfavore raggiungiamo l’uscita di San Cesario ed ora che siamo su strade statali la Panda da il meglio di se… non sbanda! Certo la velocità è decisamente da pensionati. Man mano che ci inoltriamo nel Molise l’aria si fa più fredda e gli spifferi non perdonano, accogliamo volentieri le velocità modeste dell’automobile. E poi questo motore sta prendendo la sua prima sbornia di benzina. Alla fine arriviamo al bivio per Ripabottoni lungo la fondo valle Biferno e giriamo. All’epoca io il gps manco sapevo che era e il mio telefono telefonava solo. Beh no mandava anche sms ma ci voleva più tempo a scrivere: ciao mamma, come stai? Che a chiamare. Che bello sentire la voce di qualcuno a cui vuoi bene. Oggi mi dicono che se telefonano non sanno che dire per cui scrivono con whatsapp. Boh. Ok sono un vekkio lupo abbiate pazienza con me.

Così mi oriento a lume di naso. Mi affido ai miei ricordi di quando venivo a trovare mia zia Maria in macchina anche se nel 2009 erano gia 6 anni che non ne guidavo più una. Ragion per cui mi lancio sulla prima strada che mi sembra porti in paese. Confesso che in quell’istante non pensai che la pettata finale con pendenze da brivido poteva essere il colpo mortale per la nostra panda. Ma in prima e senza mollare un attimo l’accelleratore arriviamo in cima. Riesco anche a farla passare attraverso la Porta Celsa che immette nella parte antica del paese dove è la casa dei miei nonni e parcheggio sotto casa. Sembra incredibile ma quel vecchio trabiccolo ce l’ha fatta.

Troviamo il portone aperto, Gianluca è già lì. Il corpo di mia zia è stato lasciato nel suo piccolo lettino che aveva disposto in una camera affianco alla cucina, l’unico ambiente riscaldato di tutta la casa. In casa non c’è mai stato riscaldamento ed ora è un’autentica ghiacciaia. Non me la ricordo così fredda. Ma è pur vero che con mia zia la vita si spegne definitivamente in quel posto che era arrivato ad ospitare 11 persone al tempo della nostra infanzia.

Andrea esce in cerca del sagrestano per organizzare la cerimonia del funerale. Gianluca ogni tanto esce a fumere una sigaretta io do fuoco a tutto quello che trovo gettandolo nel camino e nella stufa nella speranza di scaldarmi un po’. Il funerale sarà in giornata ma la tumulazione l’indomani e dobbiamo passare la notte in casa. In paese non ci sono alberghi. Nel frattempo arrivano da Pescara mia mamma accompagnata dal mio amico Livio. Sono passati 11 anni da quei giorni e mia mamma è ancora in vita. Ha 90 anni e una forza di volontà incredibile, ma con la testa non ci sta più. La demenza senile l’ha resa una bambina. Ciononostante ogni tanto continua a domandarmi se ho visto Livio. Credo che non abbia mai dimenticato quella gentilezza che Livio le fece: di accompagnarla e riportarla indietro dal funerale della sorella.

Ad ogni modo celebriamo il funerale e trasportiamo la bara di mia zia al vicino cimitero costruito fuori il paese come vollero le norme introdotte da Napoleone. Si sta facendo buio, le giornate sono corte. Nessuno di noi ha pranzato pertanto mia mamma decide che si cerca un ristorante e si va a mangiare prima che lei e Livio facciano rientro a Pescara e noi facciamo rientro nella gelida casa. Siamo costretti a scendere verso la valle del Biferno e raggiungere Guardialfiera, lì è l’unico posto aperto. Per fortuna conosco quasi a memoria la strada che passa da Santa Maria Casalpiano tante volte l’ho fatta a piedi con mio nonno e poi quando l’asfaltarono in automobile. E si perchè di notte non è proprio l’ideale soprattutto se avete i fari di una vecchia panda. Se avessimo usato delle torce avremmo avuto più luce!

Accidenti quanto mangiarono Gianluca e Livio. Eravamo gli unici ospiti del ristorante, ma credo quella sera non avanzò nulla.

Ci salutammo e noi tornammo a Morrone giocando a moscacieca con i 3/4 bivi da fare. Allorchè fummo a casa io ed Andrea usammo il letto dei nostri nonni per dormire. Io ricordo che mi tolsi solo gli stivali e mi infilai sotto le coperte tutto vestito, Questo non mi salvò. 2 giorni dopo avevo la febbre a 40. Andrea invece in canotta e slip dormì come un ghiro. Ho sempre pensato che mio cugino fosse in parte un animale.

La mattina dopo ci alzammo, accendemmo la stufa ed io scesi sotto a controllare la macchina. Sorpresa! Aveva una gomma quasi a terra. Niente gomma di scorta e nessuno che avesse qualcosa per gonfiarla. Ci avventurammo dopo aver chiuso casa al cimitero per la tumulazione. Avevo pianificato che da lì poi si scendeva di nuovo a valle per tornare a Roma e speravo di arrivare al gommista che distava circa una ventina di chilometri dal paese. Al gommista la panda ci portò e lì gonfiammo la ruota. Non era bucata ma stavamo chiedendo troppo a quella vecchia macchina che in tutta la sua vita aveva fatto solo la pensionata. Il viaggio di ritorno si svolse tranquillo: spifferi, velocità da brivido, fari che facevano il giorno notte non mancarono, come all’andata. Riuscimmo a rientrare anche a Roma in tempo per partecipare agli scrutini. Io il giorno dopo ero k.o. la Panda, no. Lei aveva vissuto la sua avventura nel mio Molise.

Oggi sono stato in paese a controllare lo stato della casa dei miei nonni. Lì tutto è fermo a 11 anni fa. Nulla è cambiato se non il fatto che la casa si è riempita di ragnatele. Mentre aprivo le finestre ho guardato giù in strada. La 790 era parcheggiata davanti casa. Allora mi sono ricordato della Panda 750 color rosso amaranto che ci aveva portato a dare l’ultimo saluto a mia zia Maria, nel mio Molise

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