La pietra

Una volta tanti anni fa ero in viaggio. Una di quelle gite organizzate che sanno tanto di scuola o di parrocchia. Una cosa turistica. Mi sforzai di comperare qualche souvenir. Non so più che fine hanno fatto. Riportai con me anche una pietra, non so il perchè lo feci. Una pietra grigia levigata raccolta sulla spiaggia di un lago. L’ho ancora quella pietra.
C’è una fonte che si trovava a metà strada tra il paese di mio nonno e la sua campagna. In dialetto la chiamavano a “fonte de rape”. Era una fonte con una cannella che buttava acqua in un abbeveratoio. L’abbeveratoio era per far bere gli animali. Era in pietra. Li ci fermavamo a dissetarci prima dell’ultima salita per tornare in paese.

Alcuni anni fa lessi un libro. Nell’ultima pagina c’era scritto quanto segue:

Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi
un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce.
(…)
Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento.
Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello.
Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù
mezzo e profondo altrettanto.
(…)
E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato.

Io non sono un viaggiatore provetto, ma un po’ in giro sono stato. Non ricordo luogo nel quale sono passato, in questa mia vecchia Europa, dove non vi sia traccia di qualcuno che si è messo lì con martello e scalpello a scolpire la pietra.

Gli anni sono passati ma mi ricordo di quando scoprii la bellezza di un’epoca che era stata volutamente discriminata dal giudizio negativo costruito nell’epoca moderna. Era l’epoca che noi chiamiamo impropriamente col nome di Medioevo. Lessi che nella sola Ile de France furono trasportate più tonnellate di pietra in un paio di secoli che nei mille anni dell’antico Egitto. Quelle pietre, nonostante i secoli sono passati, oggi sono ancora lì. Ognuna occupa il suo posto ben collocata da coloro che edificarono le Cattedrali.

Qualche anno fa partecipai ad un viaggio organizzato in Grecia. Il clima era bello e festoso, ma non aveva molto del viaggio. Con uno dei partecipanti, un certo Emanuele, rimanemmo in contatto. Lui veniva fuori da una brutta storia sentimentale aveva voglia di evadere. Si era accorto che io ero un tipo curioso, curioso soprattutto di robe che avevano a che fare con il passato, così mi chiese se mi andava di organizzare un viaggio con lui in Normandia. Ero già stato in Francia altre volte, ma lì mai. La Normandia porta sulle sue spalle un fardello molto pesante a causa degli eventi della seconda guerra mondiale. Io quel fardello indirettamente lo avevo veduto negli occhi del mio babbo. Si accese in me il desiderio di pregare su quelle migliaia di tombe. Fu così che presi la decisione di partire.

Incontrai Emanuele lungo l’autostrada per passare insieme il confine tra Italia e Francia. Pernottammo a Chambery. Città che deve molto al suo legame con i Savoia ma a noi non suscitò interesse alcuno. Il giorno dopo eravamo in strada e la nostra meta era Chartres. L’avevo scelta perchè tra le tanti cattedrali gotiche della Francia, quella non l’avevo ancora veduta. Mi legava a lei una delle mie letture di giovane studente universitario: Charles Peguy. Nel mio itinerario avevo previsto come gli antichi pellegrini di attraversare la Beauce, una regione ad antica vocazione agricola, per raggiungere Chartres ma evitando volutamente Parigi . Ci trovammo a viaggiare con 40 gradi. Per fortuna il tasso di umidità era basso e questo ci permise di arrivare al nostro fine tappa non stremati ed una volta cambiati recarci in visita alla cattedrale.

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La trovammo che era sottoposta a lavori di restauro, ma solo all’interno. L’esterno, dove i lavori erano terminati, brillava del bianco della pietra che nella luce del tramonto si tingeva di mille sfumature dal giallo all’arancio al rosa al rosso. Emanuele era senza parole. Nonostante vivesse e lavorasse a Milano con il suo magnifico Duomo, si fece rapire dalla pietra di Chartres. Io non trovo le parole per dire quello che accadde, ma trovarsi di fronte ad una cosa così ti fa pensare che il medioevo buio e barbaro è ai nostri giorni e non allora. In quella pietra così potentemente lavorata dalle mani di uomini che vissero in quell’epoca era raccontata una storia antica che si intrecciava con la loro storia fino a crearne una soltanto. La loro era una maestria nel narrare che non credo conoscerà mai rivali sia che si faccia uso di versi o di musica o di immagini in movimento o d’altro ancora. Di fronte ai nostri occhi si ergeva la pietra e l’uomo che l’aveva lavorata. Era impossibile non venirne rapiti e scaraventati in un estasi quasi mistica. Questo almeno mi fu chiaro vedendo Emanuele che aveva occhi solo per lei, la pietra. Nei giorni che seguirono ci trovammo di fronte a qualcosa che aveva parte di quella bellezza: l’imponente arazzo di Bayeux e poi dovemmo chinare il capo mesti come mai di fronte a ciò che il secolo breve avevo saputo fare con una maestria unica: dispensare morte.

La pagina di Cormac Mc Carthy che prima ho riportato continua così:

Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi,
a quanto ne sapevo io.
(…)
Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello
e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni.
E perché? In cosa credeva quel tizio?
Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla.
Uno potrebbe anche pensare questo.
Ma secondo me non poteva essere così ingenuo.
(…)
E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare
è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore.

La pietra e l’uomo. Fermo davanti ad un abbeveratoio di una ghost town di cui sono popolate le mie montagne, passati diversi anni dal viaggio fatto con Emanuele, ho ritrovato un uomo con una promessa dentra al cuore.