First Act – Exploring day

Era in viaggio da tanto tempo.
“Da dove vieni?” gli domando’ il vecchio signore.
“Che cos’e’ questo grosso libro?” disse il piccolo principe. “Che cosa fate qui?”
“Sono un geografo”, disse il vecchio signore.
“Che cos’e’ un geografo?”
“E’ un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le citta’, le montagne e i deserti”.
“E’ molto interessante”, disse il piccolo principe, “questo finalmente e’ un vero mestiere!”
E diede un’occhiata tutto intorno sul pianeta del geografo. Non aveva mai visto fino ad ora un pianeta cosi’ maestoso.
“E’ molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?”
“Non lo posso sapere”, disse il geografo.
“Ah! (il piccolo principe fu deluso) E delle montagne?”

“Non lo posso sapere”, disse il geografo.
“E delle citta’ e dei fiumi e dei deserti?”
“Neppure lo posso sapere”, disse il geografo.
“Ma siete un geografo!”
“Esatto”, disse il geografo, “ma non sono un esploratore.
Manco completamente di esploratori.
Non e’ il geografo che va a fare il conto delle citta’, dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti.
Il geografo e’ troppo importante per andare in giro.
Non lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori, li interroga e prende degli appunti sui loro ricordi.
E se i ricordi di uno di loro gli sembrano interessanti, il geografo fa fare un’inchiesta sulla moralita’ dell’esploratore”.
“Perche’?”
“Perche’ se l’esploratore mentisse porterebbe una catastrofe nei libri di geografia. Ed anche un esploratore che bevesse troppo”.
“Perche’?”
“Perche’ gli ubriachi vedono doppio e allora il geografo si annoterebbe due montagne la’ dove ce n’e’ una sola”.
“Io conosco qualcuno” disse il piccolo principe, “che sarebbe un cattivo esploratore”.
“E’ possibile. Dunque, quando la moralita’ dell’esploratore sembra buona, si fa un’inchiesta sulla sua scoperta”.
“Si va a vedere?”.
“No, e’ troppo complicato. 

(A. De Saint’Exupery-Il piccolo principe)

Mi è venuta in mente questa pagina del piccolo principe, ora che mi siedo a scrivere un breve resoconto di uno strano giro in moto. Alcuni giorni fa incerto se far partecipare mia moglie ad un piccolo tour organizzato che prevede una buona parte del percorso si svolga su strade non asfaltate e non fidandomi degli enduristi, gente che gioca con una moto da 200 e più chilogrammi tra pietre e fango come se si trattase di una bicicletta su una pista ciclabile, ho chiesto alla nostra guida, un endurista appunto, se potevo toccare con mano, cioè assaggiare con le mie ruote, il percorso per dare la mia valutazione di imbranato alla guida. Se riesco io anche Anne ce la farà. E sono contento che Simone abbia accettato.

Fatto il pieno preso il caffè siamo in sella e raggingiamo rapidamente la partenza del tour dove ci inoltriamo tra allevamenti di trote, canneti, tratti nel bosco, per poi spuntare in prossimita di un piccolo lago artificiale la cui superficie a specchio riflette l’azzurro profondo del cielo di questa mattina. Poi ci inoltriamo su strade agricole con i tradizionali due binari divisi da un cordone di erba. Simone prende velocità, troppa. Io prudentemente rimango alla mia. Al che si ferma e aspetta che lo raggiungo.

Come va? Bene. Ho visto che hai rallentato. No, sei tu che hai accellerato. Ma sai che su sporco erba e un po di fango se vai veloce gestisci meglio la scarsa aderenza. Lascia sfilare la moto, lei sa dove andare. Mmmmh, verissimo, ma io ho un nemico che tu non hai: è la mia ancestrale paura del non trovarmi sul sicuro asfalto. Sono anni che ci combatto. Nonostante abbia conseguito qualche bella vittoria in battaglia so che la guerra è ormai perduta per me, lei è più forte. Tu vai io prima o poi arrivo. Così proseguiamo attraverso campi che hanno il colore e l’odore di una primavera avanzata anche se siamo ai primi di marzo. Poi incominciamo ad arrampicarci sulla montagna tra tornanti d’asfalto mentre i campi che abbiamo attraversato restano giù in basso e la strada fatta si trasforma in una sempre più sottile linea bianca fino a scomparire del tutto. All’apparire di una strada laterale in terra battuta con forte pendenza e canali Simone si arresta e vi si infila. Mi fermo, non fa per me. Ridiscende e mi invita a salire. Non è difficile, dice, su c’è una bella vista. Vado e ritorno e sono tutto d’un pezzo ancora anche se sudato fradicio. Accidenti sarebbe dovuta essere proprio facile, se a portare la mia moto fosse stato un altro!

Proseguiamo. Finalmente giungiamo su una strada secondaria non asfaltata che gira intorno ai ruderi di un vecchio castello spesso sede di set cinematografici. La conosco bene. Molte volte l’ho percorsa e ogni volta che mi capita di ripercorrerla dico tra me e me che un anticipo di paradiso il Buon Dio me lo ha dato facendomi vivere in questa mia terra. Simone si presta a fare da comparsa nelle mie foto poi proseguiamo. Giunti al punto estremo dell’anello previsto nel suo giro vorremmo fermarci a pranzare, ma è ancora troppo presto. Simone mi dice: Mi hai parlato di una strada che da solo non hai avuto il coraggio di fare. È qui vicino vero? Si, rispondo. Bene andiamo.

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Nello stesso istante che decido senza tanto pensarci di seguirlo sento già crescere dentro di me la tensione per la paura e mi afferro con forza alle manopole del manubrio. Accidenti proprio non mi riesce di starmene calmo. Dovrei rinunciare. Ma non lo faccio, no questa volta. La curiosità ha la meglio sulla paura, la vita sulla morte in vita. Ricordo solo vagamente di aver promesso prudenza, ma non intendo leggere della bellezza di questa terra e di queste montagne da una rivista per turisti. Voglio vederla con i miei occhi anche se questo vuol dire farsi una bella sudata e rischiare di rompersi una gamba. E’ così che siamo andati. Quello che è accaduto dopo non lo si può raccontare, non lo si deve. Abbiamo percorso quei 20 chilometri tra insidie ai limiti delle mie capacità ma sovrastati da un paesaggio che non aveva nulla di umano. Una visione così del massiccio del Gran Sasso e della sua vetta principale, il Corno Grande, in pochi l’hanno  avuta. Ma quei pochi che l’hanno vista ne rimarranno segnati a vita.

Quando siamo tornati indietro verso Sanato Stefano di Sessanio belli sudati ci siamo seduti a tavola sotto una pergola baciati dal sole davanti ad un superbo piatto di chitarra ai funghi e al tartufo che è sparito in men che non si dica. Pare che il duro lavoro dell’esploratore metta un ottimo appetito, chissà quello del geografo cosa mette. Una certa idea ce l’ho, non mi piace.

Ripartiti siamo scesi nella piana sottostante Santo Stefano e mentre la strada ci portava giù tra i campi la Majella scompariva dietro le alture circostanti.

I miei occhi hanno continuato a scattare fotografie a raffica e la mia memoria a registrarle mentre Simone percorreva di buon lena la restante parte del percorso che si snodava tra boschi uliveti frutteti appena in fiore e campi tinti di verde dai primi fili d’erba che ci ricordavano quanto stravagante sia stato questo inverno per le nostre terre.

A sera davanti al pc riguardavo le fotografie. Poche. Anne non era seduta dietro di me come al solito ed io ho dovuto svolgere entrambi i ruoli: pilota e fotografo. E mentre le guardavo sentivo mordere fino al midollo delle ossa il giudizio del capitano Saint’Exupery: Vedere? E’ troppo complicato.

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(Si ringrazia l’associazione mototuristica Sterrare è umano nella persona di Simone Romano non solo per essersi concesso agli scatti della mia macchina fotografica)

Album Foto: Three days