KTM Nine Fifty. Atto Primo

Atto primo. In verità non lo è. Oggi però questa vecchia gloria della Dakar dopo i primi lavori di restauro ha affrontato un piccolo viaggio. Sempre il medesimo per me che da più di venti anni percorro la distanza che separa Roma dalla mia città natale.

Seduto ai tavolini di uno quei piccoli bar che si incontrano ancora lungo le strade statali nelle aree di servizio di fronte a case e palazzi dell’antico borgo di Navelli avevo la 950 parcheggiata in piena vista. Seguivo con gli occhi le linee sfaccettate di questa potente bicilindrica le cui scritte color arancio spiccano sul blu metallico, il colore che caratterizzava la squadra ufficiale della KTM partecipante al Rally africano della Parigi-Dakar alcuni anni or sono. Al suo fianco era parcheggiato il GS bavarese di Anne. Due profili nulla affatto imparentati. Tanto snella ed alta la KTM quanto massiccio ed imponente il BMW. Chi non conosce queste due signore della strada potrebbe pensare che sia la prima più facile da guidare. Ma se le si riesce a salire sulla sella che supera i 90 centimetri di distanza dall’asfalto bastano poche centinaia di metri per accorgersi che la KTM è un cavallo indomito e senza il cosidetto “manico” le va accordato il dovuto rispetto. Piaciosa e comoda nonchè alla portata dei più la giesse. Un autentica macina chilometri per ogni strada ed ogni stagione.

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Dopo un po’ siamo ripartiti. Il forte calore sprigionato dall’austriaca sembrava aver trovato complicità nel caldo afoso che caratterizza questi giorni. Con indosso i miei scarponcini da trekking, che reputo le migliori scarpe per lunghi viaggi, soffrivo molto sulla gamba destra per via del calore li dove il collettore della testata anteriore per quanto schermato lambisce i pantaloni. Ogni tanto ero costretto a far scender giu il piede dalla pedana tenendo la gamba a ciondoloni in modo che l’aria mi desse il giusto sollievo.

Viaggiare su questa cavallona austriaca ti fa intendere come il suo progetto è nato tra le piste dei deserti africani. Dovette essere un grosso azzardo per piloti, progettisti e tecnici di allora portare una pesante bicilindrica in un rally come la Dakar. Nonostante tutto lo fecero e con eccellenti risultati. Più i giri motore salgono e con essi la velocità più i tentennamenti e il carattere scorbutico del motore e della trasmissione scompaiono. Il motore cambia suono e si avverte sensibilmente il sibilo che caratterizza l’LC8. Lo stretto e alto profilo della moto fende l’aria come una lama. Non si fa fatica a pensarla su una pista sahariana mentre naviga a forti velocità verso il traguardo.

Per me non ci sono dune o lunghissime piste di sabbia e sassi che si perdono all’orizzonte. Sono immerso nell’aspro e gentile paesaggio dell’Appennino abruzzese. Lo inalo con tutti e cinque i sensi mentre la a24 si arrampica verso Torninparte. Il profilo basso del cupolino rally non si frappone ai colori ai suoni e agli odori che riempiono l’aria mentre la strada corre veloce fin dentro la capitale.

Il giorno dopo eseguito finalmente il tagliando ad una delle bemmie dopo le vicissitudini legate alla diffusione del virus siamo tornati indietro. I chilometri del giorno precedente correvano all’incontrario davanti ai miei occhi e sul contachilometri parziale cui stavo dedicando un’attenzione come mai prima. Allo stesso modo delle moto di anni fa anche la 950 non è dotata di un livello carburante. Una piccola spia sul cruscotto dovrebbe accendersi quando nei due serbatoi non restano che 4 dei complessivi 22 litri. L’alimentazione a carburatori non è certo parca nei consumi e se non si vuol rischiare di rimanere senza benzina conviene che io impari a conoscere la sete della mia dakariana. Il caldo era insopportabile così con l’approssimarsi della sera è nato in me il desiderio di attraversare Campo Imperatore.

Nelle ultime ore di luce un altopiano dell’Appennino offre una di quelle esperienze che chi nutre passione per le cose belle dovrebbe fare almeno una volta per poi ripeterla chissà quante altre ancora. La 950 non è dotata di molti strumenti, manca un termonetro che registri la temperatura esterna. Ma chiunque fosse stato in sella al mio posto non ne avrebbe sentito la mancanza. Si avvertiva mentre la strada ci portava fuori dalla calda ed afosa conca aquilana il fresco della montagna. Un aria che a me riporta all’infanzia quando le lunghe estati di vacanza dalla scuola le trascorrevo nel paese dei miei nonni. Scelta una strada secondaria che attraversa il paese di Filetto per arrivare in cima abbiamo ad un certo punto trovato compagnia. Una antica presenza che ogni buon viaggiatore conosce. Al di sopra di una delle tante rughe della montagna ricoperta in parte di verdi conifere ha fatto la sua comparsa la luna.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?

Fermi lì a guardarla dopo un po abbiamo interrotto il silenzio riempito solo dal cinguettare degli uccelli con lo scoppio dell’akrapovic che caratterizza l’avviamento del GS di Anne e dal lento borbottare dei miei due scarichi. Il nostro viaggio di rientro è proceduto tra mille cose belle che faccio fatica a raccontare. Un infuocato tramonto proveniente da dietro la catena del Gran Sasso ha sancito la fine del giorno mentre l’aria salmastra del mare riempiva narici e polmoni. Il mio primo viaggio sulla 950 volgeva al termine.

Ci sono cose che non si spiegano. In tempi passati le si indicava con la parola mistero. Tutti sapevano che il mistero faceva parte della vita. Poi le cose sono cambiate. Gli uomini hanno voluto togliere il velo da quelle cose. Il mistero che prima generava stupore era come diventato una sorgente di fastidio. Io sono un uomo antico a me piace il mistero. E di questo grande Mistero che è la vita il legame tra me e la kappa 950 ne è parte.

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