KTM 950 Seconto Atto: un tuffo nel passato

Nonostante sono già diverse ore che sono sceso dalla sella avverto ancora il bruciore nel palmo della mano destra prodotto dalla stretta della massiccia manopola dell’acceleratore. E’ cominciato alcuni giorni fa e non mi ha più lasciato. Il polpastrello del pollice va a cercare istintivamente la fonte del dolore e incappa in piccoli calli formatisi alla base delle dita. Devo averla stretta proprio forte quella manopola! Affiorano alla mia mente alcuni ricordi di trenta anni fa. Ero giovane universitario. Mi trovavo nel cuore delle dolomiti tra le province di Trento e Belluno. Partecipavo ad una di quelle vacanze organizzate da un gruppo parrocchiale. Il prete, molto più simile al Don Camillo di Guareschi che a tanto clero di oggigiorno, ci aveva portato all’attacco della galleria del Lagazuoi. Un autentico buco nella montagna scavato dai soldati italiani sotto il fuoco nemico per aggirare le linee austriache durante la grande guerra. Avevamo appena cominciato a risalirla quando venne giù una tale pioggia che la galleria divenne un fiume d’acqua. Un corrimano in acciaio era tutto quello che noi “turisti” avevamo in più rispetto ai nostri soldati. La roccia dove poggiavano i nostri scarponi da montagna era diventata scivolosa e per salire bisognava issarsi afferrando con forza il corrimano: passo dopo passo. Non eravamo preparati a tale evenienza. Ricordo di aver preso il mio fazzoletto di stoffa di averlo avvolto intorno alla mano destra per proteggerla dalla frizione del cavo. La sera mi sembrava di avere il fuoco acceso sotto la pelle del palmo. Come ora che scrivo. Ma questa volta nessuna galleria nessun corrimano sono la causa del dolore. Sebbene nei miei occhi i nomi letti in questi giorni sulle insegne sono gli stesse di allora: Falsarego, Giau, Pordoi, Civetta, Pale di San Martino, Cortina …

Alcuni mesi or sono giocherellavo con lo smartphone su internet. Non so neppure come ci sono arrivato, ma all’improvviso sotto i miei occhi è capitato l’annuncio di vendita di una KTM 950 adventure S del 2005. Ho chiamato il venditore ed alla fine nonostante le innumerevoli restrizioni dovute all’epidemia in atto a inizio maggio la moto era nel mio garage. Chi legge potrebbe pensare che sia stato il virus della follia e non quello coronato a contagiarmi. Molti anni fa il tarlo della motocicletta, mentre ero oramai un sedentario automobilista, si impadronì di me. Complice inconsapevole fu un mio cugino sacerdote. Alla sua congregazione apparteneva un padre avanti negli anni parroco di Marciano. Un prete come tanti se non fosse che suo parrocchiano era un tale allora sconosciuto ragazzone dal nome di Fabrizio Meoni. Meoni divenne all’inizio degli anni 2000 il re incontrastato del deserto. Il pilota che fece suo più volte il titolo del più pericoloso ed affascinante dei rally mai corsi: la Parigi-Dakar. Fu la stessa corsa che ne decretò la sua fine in un incidente mortale. Ma la gratitudine di quest’uomo verso l’Africa si era tradotta sotto forma di iniziative a favore degli abitanti del luogo. Fu così che conobbi Meoni, o meglio conobbi la sua storia e la storia delle sue imprese in sella ad una mastodontica moto attraverso il racconto che me ne fece padre Buresti. La moto era una KTM con motore LC8. La stessa azienda costruttrice austriaca derivò da quella moto da gara senza tante modifiche la moto ora in mio possesso. Se sono salito su una moto lo devo anche a quell’uomo ed a quella moto. Ed ora era lì in garage ad aspettare che qualcuno facesse rivivere il suo suono per le strade. Una moto è fatta per stare sulla strada e non in una teca. Così quando quello stesso cugino mi disse che si trovava alcuni giorni in vacanza nelle dolomiti e che la casa dove alloggiava era vuota, dato che per quest’anno le attività dei gruppo parrocchiali non potevano essere svolte, ho deciso che lo avrei raggiunto con mia moglie Anne.

Ad Anne ho assegnato il mio moderno e comodo GS Rallye ed io dopo una serie di lavori atti a ripristinare le funzioni vitali minime della Kappa sono partito in sella a quest’ultima. Meta quegli stessi luoghi che come giovane universitario avevo percorso in lungo e in largo con degli scarponi ai piedi. Ora mi apprestavo a ripercorrerli con degli stivali da moto.La KTM 950 è, volgarmente parlando, una moto ignorante. Nessuna interfaccia elettronica tra lei ed il pilota. Dalla manopola del gas partono i due cavi che comandano il sistema di alimentazione del motore a carburatori. Se la giri con vigore avverti chiaramente una strattonata e la spazzolata della ruota posteriore. Se non si hanno doti da pilota meglio chiudere il gas. La spessa leva che si trova davanti all’acceleratore servita da un impianto idraulico comanda il doppio disco anteriore del freno e se pinzi con forza si blocca. Niente abs. Come niente ausili lcd alla navigazione. Contachilometri tachimetro e contagiri motore più alcune spie in uso allora costituiscono tutta la semplice dotazione della moto. Su questa moto c’è da tenere a mente i consumi che non sono parchi vista l’indole corsaiola del motore se non si vuole rimanere a piedi. Il contachilometri parziale aiuta, ma se fidarsi e bene non fidarsi è meglio. 250 km di autostrada non sono 100 km di passi alpini. Meglio fare benzina spesso. Ad ogni modo quando ci si issa a circa 90 cm dal suolo con la vista che spazia ben al di sopra del piccolo cupolino di derivazione rally e si rilascia con delicatezza la frizione mentre altrettanto delicatamente si ruota la spessa manopola dell’acceleratore, tirati su le pedane entrambe i piedi, si respira indegnamente “la poussier, la sable de le desert” come canta Danilo Sacco in Jere Jef e non il nauseabondo calore dell’asfalto in estate sul quale mi trovo. La seduta della 950 è qualcosa di unico. Molte motociclette hanno linee belle, ma una volta saliti in sella quello che si vede delude. Qui tutt’altro. I due bocchettoni di accesso ai serbatoi il piccolo castello al centro contenente un cassettino portaoggetti e i fusibili dell’impianto elettrico, la plancia con i due strumenti rigorosamente color orange illuminati da una tenue lampadina, lo stretto manubrio conico e parte della lunghissima sella che si arrampica al centro della moto hanno un fascino più unico che raro. Attenti però a non lasciarsi distrarre e tenere gli occhi ben piantati sulla strada perché la guida di questa moto come spesso si sente dire è maschia. Gli errori non si correggono facilmente se non affatto.

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Cinque giorni fa sono partito alla volta di Passo Cereda dove saremo stati ospiti e nei tre giorni seguenti seguito da mia moglie ho girato per parte della Dolomiti mentre i ricordi di camminatore su per i monti della mia giovinezza si intrecciavano con quelli delle immagini della TV dei piloti della Dakar in sella alla 950. Di questi tre giorni proverò a scrivere in seguito. Per ora guardo e riguardo le foto scattate da Anne di me in sella alla KTM 950 Adventure S e fatico a scegliere quelle destinate a corredare questo mio articolo.

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