Atto terzo: Una Karota in blu tra le Mucche

“La libertà, Sancho, è uno dei doni più preziosi che i cieli abbiano concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono eguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita” (Don Chisciotte)

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Sono alla fine del terzo giorno in sella all 950 S. Quando siamo partiti due giorni fa alle sei di mattina ci aspettavano quasi 700 km per raggiungere Passo Cereda. Titubante fino all’ultimo alla fine ho scelto di fare il viaggio con la karotona in blu della KTM. Ad impensierirmi non era solo la fatica di affrontare tanti chilometri in sella ad una motocicletta che non brilla certo per comodità, ma il fatto che i lavori di messa a punto non possono considerarsi ultimati. Usandola i difetti dovuti all’età emergono pian pianino e una sciocchezza potrebbe risultare fatale su distanze lunghe. Vinti gli indugi eccomi seduto in sella ad un’altezza insolita mentre percorro di buon mattino la costa adriatica tra Abruzzo e Marche infestata di restringimenti e rallentamenti. Nonostante la protezione aerodinamica non sia eccezionale con il basso cupolino di derivazione rallystica il leggero casco in fibra di carbonio di una nota ditta americana si rivela un’ottima scelta quanto a comodità ed insonorizzazione. Negli specchietti ho le lanterne accese della mia Mukka con la quale Anne mi segue in questo viaggio. Scegliere di viaggiare su due moto se non è certo economico e romantico, di quel romanticismo un po sdolcinato in voga ai nostri giorni, è tuttavia pratico. Più spazio, più bagaglio, più comodità e se una moto dovesse fermarsi c’è sempre l’altra dunque più sicuro.

Usciamo dall’autostrada a Padova proprio per assaporare il caldo umido di luglio della pianura padana che ci accompagna fino a Fiera di Primiero dove imbocchiamo la strada per il passo. Al nostro arrivo rimango stupito dei consumi della 950 che mantenuta costante sui 4000 giri ha consumato meno rispetto agli altri viaggi fatti fino ad ora. Sono stanco, ma soddisfatto. Una buona doccia ed una cena nel locale rifugio trasformato in albergo mi restituiscono alla vita.

Siamo venuti senza un progetto preciso. Solo staccare dalla vita cittadina stipati come siamo in un appartamento. Un modo di vivere che più passano gli anni più avverto non appartenergli. Dopo una breve occhiata alla carta geografica della zona ecco confezionato il primo giro. Da Passo Cereda attraverso una stretta strada letteralmente appesa alla montagna e che non ha nulla da invidiare alle single track road della Scozia scendiamo a Sagron. Quando la roccia della montagna si scopre i materiali ferrosi che dominano nella composizione delle Dolomiti tingono di rosso e di nero la pietra. Più in basso l’intera carreggiata è occupata da un macchinario che falcia l’erba a bordo strada. Ci fermiamo ad aspettare. In questi luoghi il senso di comunità si avverte a pelle. Verrò a sapere più tardi che molte delle costruzioni presenti sul passo e dintorni appartengono ad una comunità montana consociata in forma di cooperativa che le da in comodato d’uso o le affitta con canoni simbolici a chi vuole averne cura. Nei tre giorni che siamo rimasti i lavori di sistemazione fervevano ovunque. Noi, al sud, siamo indietro anni luce. L’Italia, se mai è esistita, non è un paese, ma un accozzaglia mal fatta di gente molto diversa tra loro cui ne le due guerre ne la scuola di stato di stampo gentiliano hanno mai dato identità. Questo dovrebbe dare da pensare. Ma viiviamo in un’epoca dove il riflettere non è di casa. Pensare con ragionevolezza è scomodo. E le cose scomode non vanno d’accordo con la società dei consumi che ama sedersi in poltrona. Forse un giorno le cose cambieranno.

Non appena il grosso falciaerba cortesemente ci da strada proseguiamo raggiungendo la via principale che ci porta verso Agordo. Viaggiamo con sulla sinistra il Col di Prà, una barriera di strette e lunghe cime unite fra loro che mi ricordano le guglie che da bambino facevo in spiaggia con la sabbia bagnata. Da Agordo andiamo prima verso Concenighe Agordino e poi verso Falcade. Nonostante siamo nel bel mezzo della settimana la strada è percorsa da molti turisti in macchina, in caravan e in moto. Ne incrociamo davvero tante. A Falcade lasciamo la strada principale per il Passo Valles. Qui il traffico è più rarefatto e quando finalmente arriviamo in cima ci fermiamo. Visitata la piccola chiesa alpina in legno ci informamo se la strada per il Lago di Cavia è percorribile dai mezzi a motore. No. Qui al nord la scelta di vietare ogni strada non asfaltata sebbene la carreggiata sia ben oltre i limiti minimi del codice della strada è una regola inderogabile fatta rispettare con severità. Siamo partiti tardi questa mattina e dunque decidiamo di proseguire, ma due giorni dopo siamo tornati qui allo scopo di farci una bella camminata di quasi otto chilometri per raggiungere il Lago di Cavia, un bacino artificiale costruito ai fini dell’innevamento delle piste da sci, con una stupenda vista Sul Gruppo della Marmolada, il Civetta, l’Agner e le Pale di San Martino. Al ritorno ci aspetterà un delizioso pranzo nell’Hotel/Rifugio del Passo.

Dal Passo scendiamo verso Paneveggio che non raggiungiamo. Alcuni chilometri prima imbocchiamo la strada che ci fa risalire verso Passo Rolle. La strada in discesa dal Valles costeggia un corso d’acqua sul quale si può facilmente scendere. Gli scorci che offre questo torrente che si inoltra tra rocce e alberi valgono le tante soste che faremo. Occasione per Anne di fare incetta di ciotoli da fiume su cui esibire una volta tornati a casa la sua arte pittorica.

Il Passo Rolle offre una vista spettacolare sul gruppo delle Pale di San Martino. Tuttavia non ci fermiamo perchè troppa è la presenza di turisti. Rallentiamo soltanto la velocità per goderci fino in fondo la bellezza antica di queste superbe montagne.

Ridiscesi a Fiera di Primiero risaliamo a Passo Cereda. Prima di tornare al Rifugio Padre Eterno, dove siamo allogiati, proviamo da Passo Cereda a salire alla Malga Fossetta. La strada è percorribile dai veicoli a motore con un limite di 30 km/h una velocità che parrebbe ridicola se non fosse che la strada, sebbene asfaltata, è molto stretta (un’autovettura vi passa di misura) ed impervia con pendenze superiori al 15%. In alcuni tornanti sono necessarie delle manovre per svoltare. La bemmie si dimostra più agile della kappa in questa circostanza. Ridiscesi tiriamo finalmente il fiato rimasto sospeso tutto il tempo. Nell’insieme non è stato un giro lungo pertanto ci aspetta nel tardo pomeriggio un bel riposino poi una cena fai da te in compagnia del cugino montanaro ed un bel tiramisù con grappino finale nel rifugio del passo che raggiungiamo con una passeggiata serale immersi in un mare luccicante di lucciole.

La 950. Mi piace viaggare su questa vecchia gloria, ma avverto la fatica a portarla su per i passi alpini tra stretti tornanti e velocità moderate. La moto non è agile e per renderla tale bisognerebbe sfruttare la sua esuberanza. Non lo faccio sia per via di Anne che non ama la velocità sia per via del fatto che io non sono affatto un manico. Qui tra queste strade avrei preferito stare in sella al mio 790. Ma quest’ultima, nel rispetto di chi l’ha progettata, non può competere per nulla con il fascino della dakariana.

Il giorno successivo abbiamo deciso di andare a trovare una nostra conoscenza a Belluno. Sabino, che in passato andava spesso in moto, ora è stato letteralmente risucchiato dalla montagna. Con il CAI di Feltre ha in corso di diventare guida alpina. Aproffittiamo della sua pausa pranzo per ritrovarci e raccontarci come vanno le cose. Sono più di due anni che non ci vediamo.

Per raggiungere Belluno e tornare indietro decidiamo di salire su uno dei passi più noti delle Dolomiti, il passo Giau, e percorrere a ritorno la stretta e suggestiva Valle del Mis.

Il passo Giau rientra tra le note mete dei motociclisti. Io non amo stare tra la gente. Lo faccio già tutto l’anno. Non mi alletta dunque l’idea di finire in un ingorgo di moto. Ma Anne conosce poco le Dolomiti e dopo aver escluso passi noti come il Sella, il Pordoi, il Falzarego, il Gardena almeno uno è dovuto. La scelta del Giau è stata data dalla nostra meta finale e dal fatto che la vista che si gode da questo passo sui dintorni mi ricorda il mio west. Così abbiamo ripercorso i chilometri del giorno precedente fino a Conceniche Agordino per poi svoltare verso Alleghe ed il suo lago. Giunti a Caprile abbiamo dovuto superarla per accedere al passo dalla strada che passa per Colle Santa Lucia dato che quella per Selva di Cadore era chiusa al traffico. Salire su un passo alpino è come decollare su di un aeroplano. La strada si inerpica tra forti pendenze e stretti tornanti da principio per superare le ripidi pareti rocciose delle montagne dentro le quali sono strette le valli. Ma man mano che si sale e la strada diventa più tranquilla la vista incomincia a spaziare sulle montagne il cui profilo si staglia sull’azzurro del cielo improvvisamente libero dell’umidità delle basse quote. Per quanto la guida deve essere attenta in posti come questo non si può fare a meno di guardarsi intorno. Così delle soste sono inevitabili. Non ho mai avuto fretta di conquistare un chilometro dietro l’altro e nonostante siamo attesi sgranchiamo un pò le gambe e curiosiamo qua e là una volta giunti al passo. Quanto mi piacerebbe arrivar quassù quando non c’è gente e passarci una notte! È ancora vivo in me il ricordo della notte passata all’ospizio del Gran San Bernardo molti anni or sono sotto una volta stellata senza pari. Nel frattempo la Kappa fa da prima donna tra le altre moto parcheggiate attirando la curiosità di molti motociclettari. Il fascino della Dakar e dei piloti che la corsero in sella a questa moto non si è mai veramente sopito.

Ridiscendiamo verso Cortina che ci lasciamo alla nostra sinistra e ci avviamo lungo la valle del Cadore dove cantieri, limiti di velocita bassi e sistemi di controllo degli stessi fanno pesare i km insieme al caldo che qui giù in valle è fastidioso a causa dell’afa. Poi la valle del Piave fino a Belluno. Nell’ultimo tratto si cammina decisamente più spediti. All’altezza di Longarone voltandosi leggermente indietro ed a sinistra si intravede la diga del Vajont. I posti ci sono noti. È stato qui che alcuni anni fa dietro le esperte indicazioni di Sabino, Anne ed io abbiamo girogirellato a lungo. Sabino, quando finalmente lo incontriamo a Belluno, lo vediamo saltare in sella ad uno scooterino di quelli in uso agli adolescenti qualche anno fa con uno scarico rumoroso e puzzolente di olio misto a benzina che mi riporta ai tempi del liceo. Ci guida in una spaghetteria locale dove trascorriamo davanti ad una megagalattica padella di spaghetti due ore. Non mi capita più tanto spesso di intrattenere chiacchiere libere con una persona. Dopo le prime battute tutto langue nelle solite cose. La mia intelligenza, la mia curiosità, la mia voglia di raccontare e anche di tirar fuori le circostanze e fatti che rendono la vita una arrampicata molto faticosa sono istantaneamente represse. Con Sabino è diverso. Per quanto i nostri incontri siano stati centellinati nel corso degli anni, trovo la sua compagnia un luogo di libertà assai raro. Il momento di salutarci giunge in fretta e per quanto carico di tristezza avviene nella speranza che prima o poi ci si reincontrerà.

Il borbottare del doppio scarico akrapovic della 950 insieme al cupo sound del boxer bmw impreziosito anch’esso da un finale della stessa ditta slovena rompono il silenzio di queste piccole stradine di provincia al nostro passaggio mentre facciamo ingresso nella valle del Mis. L’imbocco della valle è occupato da un lago artificiale. La strada lo risale affiancandolo alla sua sinistra spesso impreziosita da buie e strette gallerie scavate nella roccia viva. La folta e lussureggiante vegetazione copre spesso la vista delle acque color azzurro. I turisti affollano i pochi spazi destinati alla sosta. Giungiamo in breve al ponte che attraversa il Mis proprio all’inizio del lago. Ora la strada risale il fiume costeggiandolo sulla destra. L’alveo per lo più è costituito di pietre e sassi di ogni grandezza e l’acqua lo segue spostandosi da una parte all’altra li dove il passaggio le è più facile. Leggi della fisica. A volte mi stupisco di come un certo scientismo di origine moderna abbia ottenuto come esito l’assenza di uno sguardo stupito sulle cose. Mi piace pensare che all’origine della scienza, di ogni scienza, di ogni conoscemza ci sia stato questo sentimento, lo stupore. Ricordo le parole di un teologo dei tempi antichi: solo lo stupore conosce. Immagino che sia un po come scendere da una moto dei nostri giorni e salire su una di diversi anni fa. Improvvisamente avverti con tutti e cinque i sensi il genio della meccanica. L’elettronica come uno spesso filtro, filtra ogni cosa con il risultato che al sentimento della curiosità destato da quello dello stupore si sostituisce quello dell’apatia o della violenza figli della noia.

Raggiunta la fine della valle la strada si arrampica per riportarci a Passo Cereda. Le sorprese non sono finite. I danni prodotti da un tifone di portata eccezionale più di un anno fa sono ancora visibili e i lavori per sgomberare i pendii dai tanti alberi abbattuti pure. Così ci fermiamo in attesa che ci consentano il passaggio. Occasione per osservare da vicino questi uomini al lavoro. Dopo di noi arrivano altri veicoli tra loro un motociclista che appena saputo che deve attendere una mezz’ora sbuffa e torna indietro. Noto che la targa è della Baviera. Non ne faccio una questione di popoli o nazioni, ma è evidente che un certo modo di vivere apparentemente ricco sia povero di altro, di ciò che rende il mondo un luogo avventuroso. Solo lo stupore conosce. Nelle parole di Ignazio di Antiochia c’è più avventura che altrove.

Siamo finalmente al passo. Consumiamo la cena ci regaliamo una nuova porzione di dolce ed una grappa al fieno e rientrati a casa troviamo Padre Renzo che dopo un’operazione agli occhi ci ha finalmente raggiunto. La vista di quest’uomo che nonostante gli anni mantiene ancora un fisico massiccio e vigoroso me lo fa annoverare tra i preti alla Don Camillo le cui storie hanno fatto la gioia di me giovane lettore. Con mio cugino diamo luogo ad uno di quei dibattiti verbali che chi non ci conosce è portato a pensare che la sola possibile conclusione sia: mo questi mettono mano ai coltelli. Ma noi cugini siamo così. Tutto si interrompe all’improvviso quando la stanchezza ed il sonno prendono il sopravvento e non ci resta che andare a nanna.

La nostra breve vacanza è finita alle sei di mattina mentre il sole fa capolino dalle montagne riprendiamo la via di casa dove arriviamo nel primo pomeriggio.

Guidare la 950 in questi giorni per più di 2000 km in luoghi dal fascino unico è stata una bella avventura. Se mi chiedessero cosa ha di più questa moto rispetto alle altre risponderei semplicemente che io le appartengo come lei mi appartiene. Siamo figli di una stessa età dove gli uomini liberi erano rari, ma a volte si incontravano e quegli incontri lasciavano il segno.

Pictures Album: Una Karota in blu tra le Mukke

Dolomiti in blu. GPX track

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