La storia e il mito

I tempi cambiano. Gli anni passano e, non lo dite mai ad un giovane non vi crederebbe, il tempo vola. Tempus fugit, dicevano i latini. Nel corso dei miei cinquanta e più anni ho visto cambiare molte cose, troppe. Non riesco più a stare al passo con i tempi. Sono invecchiato precocemente o come dicono alcuni attenti osservatori il tempo ha subito un’accellarazione. Non un cambiamento epocale, ma un cambiamento di epoca. Ed io, come essere che è nato ed è cresciuto in un’epoca, a quell’epoca resto radicato, le appartengo.

Salire sulla cavallona austriaca, anche se la versione del 2005 della ktm 950 adventure s è più bassa di quelle prodotte nei precedenti anni, è sempre un gesto atletico che non mi appartiene come persona del tutto refrattaria a qualsiasi attività sportiva. Solo le mie lunghe gambe lo consentono agevolmente. Le sospensioni non ancora granitiche come quelle in dotazione alla successiva versione R della 990; cedono in parte sotto il mio peso permettendomi di appoggiare non solo entrambe le punte dei piedi al suolo, ma anche i talloni.

È accaduto così che poco più di due settimane fa seguito da mia moglie comodamente assisa sulla gs rallye siamo partiti alla volta della casa dei suoi genitori ubicata nell’estremo est del land della Sassonia, il Sachsen. I dubbi che la kappa al suo 15 compleanno potesse incappare in un malfunzionamento erano tanti. Altrettanti quanti il fatto che il mio gracile fisico potesse mal sopportare i tremila e più chilometri del viaggio di andata e ritorno. Solo negli ultimi giorni rotto ogni indugio ho deciso che questa volta il viaggio lo avrei fatto su di lei.

Nel momento in cui scrivo nonostante siano passate più di 24 ore da quando ho spento per l’ultima volta il motore e sono sceso definitivamente dalla sella sono esausto. Rumore, vibrazioni, pressione dell’aria, scomodità della sella, durezza dei comandi, tutto mi ha letteralmente ridotto a pezzi.

Perchè farlo. Questa è una di quelle locuzioni interrogative che è scomparsa con il cambiamento d’epoca di cui prima. Ho dovuto constatare che se il perchè, i perchè, hanno affascinato ed angosciato chi prima di me e me ancora, oggi non sorgono più, non abitano più nel cuore dell’uomo. Ma fedele a me stesso ed alla mia epoca non potevo non incappare in tale domanda e darne una risposta non certo esauriente. Se è piuttosto semplice rispondere a come quando e dove non lo è certo al perchè. Non esiste una risposta definitiva a questa domanda. Abitare nel mistero era un tratto distintivo del passato. Alcuni giorni fa mi è stato detto che se hai un mito non devi fare nulla per conoscerlo poichè incontrarlo delude, scompare. Insomma scopri che ti sei fatto un film su questo o su quello. Non so se sia falsa o vera questa sentenza, semplicemente non appartiene alla mia epoca. Quello era un tempo in cui il mito conviveva fraternamente con la storia. E la ktm 950 adventure è all’un tempo storia e mito. Non vi sono dubbi che una moto di oggi non ha alcuno dei mille difetti che aveva quella come altre moto a lei contemporanee. E ne è di gran lunga superiore. Ma issarsi sulla 950, accenderne il possente bicilindrico facendo attenzione a tirare la leva dell’aria se il motore è a freddo, azionare con un piccolo colpo deciso la manopola del gas un istante dopo che si è premuto col pollice della mano destra il pulsante di accensione per consentire al primo colpo l’avvio del ciclo a 4 tempi, sentire sferragliare i meccanismi interni fino al raggiungimento della temperatura di esercizio era ciò che ogni motociclista di allora abitudinariamente faceva. Ed io sono tornato a fare. E ricordatevi di accendere le luci. La moto non è dotata di nessun sensore. Sono i miei 5 sensi che insieme alla mia intelligenza ne fanno, per così dire, le veci.

La strada è stata lunga. O meglio abbastanza lunga per mettere alla prova la storia e il mito. La storia e il mito che circondano la possente bicilindrica austriaca vincitrice di numerose competizioni rallystiche. Io sono un uomo che oramai appartiene alla storia, al passato. Che vive all’un tempo, tra le altre dimensioni, anche quella del mito. Mi piacerebbe più familiarmente chiamarla: del tempo raccontato. A differenza di Pirandello ho scoperto che la vita non solo la si vive, ma non si può fare a meno di raccontarla. Questo le da un valore infinito, la ricolloca nello spazio del mistero.

Questo mio viaggio alla volta della casa dei miei suoceri certo che il poterci di nuovo riabbracciare non potrà mai essere secondo ad altro ha assunto colori, tonalità e sfumature del mito cui in piccola parte lo si deve alla vecchia gloria della Dakar.

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