La visita. Racconto non propriamente breve di un certo tipo di viaggio

È da molto che sei in viaggio? Beh praticamente da tutta una vita! (Una soria vera)

Mettersi in viaggio spesso corrisponde nel nostro immaginario a quella antica propensione dell’uomo all’avventura. La scritta che campeggia sulle fiancate posteriori della mia moto aggiunge alla sigla della casa costruttrice, al modello della stessa, il vocabolo inglese adventure. Non è l’unica moto a fregiarsene. Un’intero segmento di questi veicoli porta esplicito od implicito questo nome. Se ciò bastasse a fare di un viaggio un’avventura direi che le avventure oggi si acquistano a buon mercato. Temo, però, che nonostante ogni tentativo dell’immaginazione e l’ostinazione del mercato nel vendere “adventures” la quasi totalità dei viaggiatori sono solo dei semplici turisti. Niente di male, figuriamoci. Solo il vizio di me che scrivo nel dare ad ogni cosa il suo giusto nome.
E se invece la ragione del viaggio non fosse un’avventura e nemmeno una questione di lavoro ne fare del turismo? Ma una visita?

Un antico scritto cristiano, il vangelo secondo luca, narra che Maria, la madre di Cristo si mise in viaggio verso le montagne di Giuda per raggiungere e visitare una sua parente rimasta in cinta di nome Elisabetta.

Da alcuni anni a questa parte il viaggio estivo mio e di Anne è stata anche una visita. Negli ultimi tempi venendoci a mancare il tempo necessario i nostri viaggi hanno assunto solo tale forma. Come quello da poco concluso. A fine Luglio siamo infatti partiti in sella a due delle nostre moto alla volta dell’estremo sud est della Germania dove abitano i genitori di mia moglie con un desiderio incommensurabile di far loro visita.
L’Italia è un paese stretto. Un coast to coast dello stivale non sarebbe un viaggio dal fascino tutto americano della durata di settimane, ma si concluderebbe, volendo evitare l’autostrada in una mezza giornata circa. Se invece si segue la direttrice sud nord le cose cambiano. Il solo dato da gps mi informa che partire da Reggio Calabria per raggiungere il confine con l’Austria al passo del Coccau, in prossimità di Tarvisio, comporta percorrere circa 1450 chilometri di autostrada se si segue la dorsale adriatica. Sempre il gps stima circa 13 ore e mezza di guida continuativa la sua durata. Se non siete dotati di un fisico potenziato come quello del supereroe americano Capitan America sfido compierlo in un solo giorno tanto più quanto il mezzo di cui si fa uso non brilla per comodità.

Eppure il tempo per noi stringe. La sola fortuna è che non partiamo da Reggio Calabria, ma da metà strada. Sono circa 700 i chilometri che ci separano dal confine austriaco. E possono essere percorsi tutti in un solo giorno con una noiosa tappa autostradale. L’Austria per chi si reca nella Germania Orientale è una paese di transito obbligato. Le prime volte che prendevo la via della Germania seguivo la rotta tradizionale della a14 fino a Modena poi imboccavo l’autobrennero riservandomi solo il gusto di lasciare l’autostrada nei pressi del confine per oltrepassarlo transitando in uno dei tanti passi alpini disseminati tra le province di Sondrio, Bolzano o Belluno. Così si sono consumati i giorni del Resia, del Rombo, del passo Stalle per non parlare di quelli dello stesso passo del Brennero che lasciata l’autostrada a Vipiteno per poi riprenderla a Innsbruk offre un bello spettacolo o ancora della valle di San Candido cui accedere risalendo il Cadore attraverso la strada del Lago di Misurina che lambisce le Cime di Lavaredo.

Solo lo scorso anno, quando oramai avevamo sempre meno tempo che la via di Praga e della Repubblica Ceca si imponeva per brevità su quella della Baviera, abbiamo scoperto il Friuli e la Carnia. Fu in quella estate che per la prima volta facevamo ingresso nella parte italiana di questa regione alpina attraverso il passo Monte Croce Carnica. Le Alpi Carniche non hanno la maestosità delle Alpi occidentali ne il fascino suggestivo delle Dolomiti. Sono più basse e ad un occhio poco perspicace come il mio ciò che le distingue è una fitta vegetazione che spesso sfiora le cime ed avvolge i passi. Se non nei tornanti più arditi dove la strada sembra sospesa nel vuoto è difficile scorgere il fondo delle valli. Ad un versante che degrada dolcemente verso il fondo della valle sul lato austriaco si oppone un versante aspro sul lato italiano che da luogo a profonde fessure nella montagna ricoperte di vegetazione spesso percorse da torrenti e rivoli d’acqua. La strada sale e scende immersa nei boschi da dove saltano fuori un variopinto miscuglio di costruzioni moderne e passate. È facile incontrare residui di vario tipo, da semplici cippi a memoriali di varia fattura e grandezza, che ricordano come anche questa parte delle Alpi fu teatro di aspri scontri durante il primo conflitto mondiale. Un’altra cosa che colpisce è la fattura dei paesi. L’insieme degli edifici ricordano più l’edilizia italiana dei paesoni della parte peninsulare del paese che i classici villaggi alpini. Il racconto di un’avventore incontrato in un bar di Paularo ci mette a conoscenza di come l’annessione di questa regione al Regno d’Italia comportò una violenza perpetrata ai danni della popolazione con il divieto di insegnare la lingua tedesca tanto che nello spazio di qualche generazione era diventato difficile trovare qualcuno che lo parlava regolarmente. Insomma qui la differenza tra Italia ed Austria è molto marcata a differenza dell’alto Bellunese e dell’Alto Adige ed è percepibile a pelle anche al viaggiatore più frettoloso o distratto.

Nelle nostre due puntate in questa parte delle Alpi ci siamo dedicati ad esplorare una prima volta la zona più ad ovest dedicando attenzione alla strada che sale e scende dallo Zoncolan ed all’Alta Via delle Vette; una seconda volta quella orientale percorrendo la sterrata che supera il confine austriaco al passo Polentin per poi rientrare sul suolo italiano attraverso il passo Pramollo e chiudere l’anello percorrendo la strada del passo Lanza. Non chiedeteci se è bello, salite in moto e giudicatelo con i vostri stessi occhi

Il nostro viaggio è poi continuato sull’autostrada che collega Villach a Salisburgo, la Tauernautobhan. Una scelta obbligata a causa dei tanti chilometri che ci separavano dalla meta finale. Preferibile di gran lunga sarebbe stato percorrere la strada alpina 99 con i suoi spettacolari panorami. Giunti sull’anello di Salisburgo abbiamo imboccato la A1 fino a Linz dove abbiamo attraversato il ponte sul Danubio per imboccare la nuova A7 fino a Freistadt. Da li in poi il percorso prevede strade ordinarie misto a tratti autostradali. Nonostante i lavori continuano non vi è ancora un collegamento autostradale continuo tra il confine e la capitale della Repubblica ceca. La stessa autostrada ceca indicata singolarmente con il numero 0, l’anello di Praga, non è ultimata è presenta numerosi cantieri.

La Republica Ceca. Per quanto vi sono stato numerose volte non nutro simpatia per questo luogo. I panorami si ripetono all’infinito con una monotonia unica. Alture, valli attraversate da un fiume con una cittadina dominata da una o più ciminiere appartenenti ad una fabbrica oramai abbandonata segno di come il comunismo sovietico abbia trasformato il valore del lavoro in un’ideologia di stampo materialista senza scampo. E campi di grano a perdita d’occhio. Nelle città, al passato che sembra essere del tutto assente, si sostituisce un’edilizia dai colori sgargianti accostati in modo disordinato e confuso. Per quanto mi è stato detto che i Cechi sono gente industriosa, non vedo nella gestione del territorio ordine ed armonia. Come se mancassero di un’idea, di un ideale condiviso. Non che non sia così altrove, ma qui mi è parso sistematico. Pur avendo lambito la periferia di Praga numerose volte, a differenza della passione che nutrono i miei connazionali per la capitale ceca, io non ho trovato ragioni per visitarla.

Per tutto il tragitto la temperatura si è mantenuta molto alta. L’aria ha raggiunto spesso i 35 gradi ed un vento a volte teso altre a raffiche ce l’ha sbatteva addosso. Al caldo della temperatura esterna si univa il caldo del motore che saliva lungo le gambe fino ad investire busto e testa. Anche la velocità spesso scendeva a causa del traffico che è diventato congestionato sull’anello di Praga. Abbiamo accolto con gioia le soste per rifornire la mia moto non certo parca nei consumi per toglierci giacche e caschi e dissetarci all’ombra dei muri delle stazioni di rifornimento. A pomeriggio inoltrato, quando finalmente siamo giunti a Liberec in prossimità dei tre confini abbiamo accolto con gioia il cambio di temperatura che ha riportato il termometro verso i 27/28 gradi. Non ci restava che attraversare il dente polacco di Bogatinya ed eccoci finalmente a casa. Abbiamo percorso gli ultimo chilometri sulla Zittauer strasse e ci siamo fermati per una foto di rito sulla “collina delle pulci”.

Il nostro ingresso nel giardino della casa dei miei suoceri quali ospiti attesi per un intero anno è stato l’inizio della festa del ben ritrovati. Il viaggio non si è certo concluso. La via del ritorno ci attenderà da lì ad una decina di giorni, inevitabile conclusione di questa nostro andare, ma è giunto il tempo di goderci i giorni di questa nostra visita.

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