Landsailor reprise

Ricordo gli anni della scuola quando i miei maestri ci chiedevano di leggere Hemingway. Da Addio alle armi passando per Morte nel pomeriggio a il Vecchio e il Mare. Il nada y pues nada y pues nada che rende affannosa a dir poco la lettura di questo scrittore disperato cede all’amore per la vittoria nella sconfitta incarnato dalla vicenda di cui è protagonista il vecchio Santiago. Per me Santiago avrà sempre il volto intramontabile di Spencer Tracy. L’epica prende il sopravvento sul nulla. Il gesto avventato dentro la normalità di inseguire la magnifica preda al di là del limite mai superato da altri pescatori è più affascinante della perdita della stessa e della banalità del giudizio del mondo che scambia lo scheletro del meraviglioso Marlin per quello di uno squalo.

Come Santiago altri prima di lui hanno varcato il mare alla ricerca della preda per eccellenza: Gilgamesh, Perceval, l’Ulisse di Dante più che il viandante sul mare di nebbia di Friedrich o l’alter ego di Leopardi davanti alla siepe. Il mare o l’al di là del mare è di nuovo il protagonista del drammatico finale del Signore degli Anelli. Per Frodo non basta il ritorno a casa per guarire dalle ferite del pugnale, del pungiglone, e dei denti. Un grosso fardello grava su di lui e troverà pace solo al di là del mare.

Nel mio west il mare c’è. Se il cielo è sufficientemente limpido basta salire su una delle vette del massiccio del Gran Sasso o della Majella per avere una vista superba dell’Adriatico. Se poi la giornata è particolarmente limpida basta guardarsi alle spalle per scorgere il Tirreno. Io, però, sin da bambino ho sempre nutrito una certa avversione per il mare. Non amo particolarmente quella distesa sconfinata d’acqua. Tuttavia mi sono sempre sentito un marinaio, un navigante, un navigatore di terra. Nel mio immaginario epico sono sedimentate figure più simili a Lawrance d’Arabia o ai piloti delle dakar africane che attraversano un mare di dune che non veri e propri marinai. Non credo faccia poi così tanta differenza se davanti ad un viaggiatore ci sia un oceano, un deserto o una sconfinata pianura steppica. È quel desiderio inestirpabile che alcuni di noi hanno dentro se che fa venir voglia di mettersi per mare o in moto alla ricerca della meravigliosa preda.
Per quanto l’Italia è una terra molto piccola e stretta nella sua parte peninsulare ritrovarsi sul margine di uno degli altopiani che caratterizzano la catena montuosa dell’Appennino innesca la voglia di mettersi per mare. Ridesta, da quella sorta di sonno nel quale io cado nella vita che si svolge nell’appartamento di città nel quale abito, il desiderio del mare. Così a volte esco di casa, raggiungo la mia moto e me ne vado a Campo Imperatore. Qualcuno mi ha chiesto se non mi stanco di andare sempre lì. Ho risposto di no. Se potessi mi metterei volentieri in viaggio attraverso la Patagonia o gli Stati Uniti o l’Australia ma finchè questo non mi sarà concesso Campo Imperatore svolge in modo eccellente il ruolo del mare. Potrà sembrare follia questa mia affermazione.
Ma forse è di un altro mare e di un altro navigare che ho scritto.

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